Una volta mia figlia, a quattro anni, mi chiese cose fosse una lesbica, parola udita in uno spot o chissà dove.
Le risposi che ci sono donne che amano le donne e uomini che amano uomini. Mentre mi addentravo a spiegare in dettaglio che è una cosa naturale e del tutto... lei non mi ascoltava più e nel suo turbinio di pensieri da quattrenne già pensava ad altro. Avevo risposto alla domanda, punto.
La malizia, il tabù e il senso della stranezza e dello sbagliato siamo noi a trasmetterlo. Spiegare ai bambini è facile. Loro capiscono tutto. Anche perché i bambini quando si parla di amore pensano a due persone felici, mai a due persone sporche o sbagliate. Basta dirlo. Capiscono.
(soundtrack)
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sabato 24 febbraio 2018
venerdì 5 gennaio 2018
The Pleasure Song
Ieri
un'amica fesbucca ha pubblicato un breve consiglio su
un sex toy capace, a suo dire, di cambiare la vita delle donne: una
specie di ocarina a ultrasuoni da avvicinare alle parti intime, che fa letteralmente impazzire di piacere, titillando, senza toccarle fisicamente, zone
della cui esistenza non si era forse neppure a conoscenza. L'amica fesbucca
raccontava di essere felicissima dell'acquisto e lo consigliava alle amiche per l'acquisto, agli amici come dono.
Buffe e ingenue, come sempre, le reazioni a questo tipo di post: un po' di
malizia, molta curiosità... c'era il tizio che chiedeva tutto contento (e
un po' beota), se produceva squirting, la femminista che lo bacchettava
perché "non sono affari vostri, uomini!": orgasmi,
mestruazioni gravidanza aborti non vi riguardano (poffarbacco!)... un altro candidamente chiedeva,
"Mi fa un po' paura, non è che poi voi donne non avrete più bisogno di
noi maschietti?"
Pare che
una tizia, dopo quel post, abbia bannato la mia amica. (Io per non sbagliare non
uso le app che informano su chi mi blocca. Avrete le vostre ragioni,
e se me le spiegaste mi trovereste generalmente d'accordo. Sono un
uomo da bannare.)
In generale io devo dire
che ho trovato delizioso quel post, e anche i commenti. Se è
vero che non tutti abbiamo voglia di parlare di sesso e rivelare ciò
che ci piace – è pur sempre un ambito delicato, personale, privato
e a molti di noi piace così – trovo che parlare di vibratori,
orgasmi, squirting, e anche di gravidanza, mestruazioni, aborto sia
assolutamente diritto di tutti, anche di noi maschietti, con la
debita distanza e rispetto. Io voglio sapere tutto! Anche perché
nella prossima vita voglio rinascere femmina (lesbica, per favore).
In
generale l'ho trovato uno scambio simpatico, rispettoso, gioioso, con
la giusta dose di malizia e battute tollerabilissime. Che qualcuno (una donna, poi) banni per un post simile è semplicemente... triste.
Siamo ancora
così lontani dalla semplice accettazione del fatto che... la donna
possa provare piacere, e parlarne? Ancora il piacere e
il gioco fanno paura, nel 2018?
Ma forse, mi dico, c'è chi ha tanto bisogno
di tabù, di malizia, di proibizioni e di buchi della serratura,
magari proprio per rendere più complessa la narrazione e alla fine...
godere di più. Lo trovo a suo modo comprensibile. La narrazione è
tutto, e le complicazioni sono il sale della narrazione. :-)
A me ha
fatto un immenso piacere scoprire che le donne possono scoprire
nuove forme di piacere che non conoscevano. Se la cosa è vera bisogna spargere la voce. (Non nascondo un po' d'invidia.)
E mi sento di consolare
il tizio che paventava la scoperta dell'irrilevanza degli uomini.
Irrilevanti lo siamo da sempre, eppure non ci siamo ancora estinti.
Il fatto è
che l'amore non è solo piacere, il piacere non è soltanto una cosa
fisica, conta appunto moltissimo – e questo credo che le donne lo
capiscano molto meglio di noi – la trama.
Non è proprio nella
mentalità femminile, pensare "ho il sex toy non mi serve
altro"; a dirla tutta non è nella mentalità umana. E le donne sono così umane che saranno
sempre consapevoli di voler bene e desiderare il partner a prescindere dal fatto di
poter provare piacere anche senza di loro. Tendo a pensare
che una persona felice libera consapevole e appagata sia una persona
che possa amare meglio. No?
Dunque, rompiamo il tabù, un Lelo Sona in ogni casa! (Lo so che avete
letto fin qui solo per scoprire come si chiama. Non potevo
deludervi. Il
pacchetto è anonimo e arriva in tre giorni. Mannaggia, perché sono nato maschio?) :-)
venerdì 8 dicembre 2017
Peace on earth
Ultimamente mi scappano post forse un po' ingenui e scontati. (Sarà che spesso la verità è semplice e banale, sarà che di essere anticonformista mi è fregato sempre poco, e mi frega via via meno col passare del tempo).
In questo post ingenuo e scontato dico che non è mai mai mai troppo tardi per riparare e ricostruire, perdonare o essere perdonati, riallacciare o pacificare o cambiare, pentirsi o ripensarci, incontrare chi per tanto tempo non abbiamo cercato. C'è sempre un modo, a meno che non abbiate ucciso qualcuno o non siate davvero brutte aride persone o ladri e tirchi e imbroglioni. E anche Natale può certamente essere un'occasione per fare queste cose, ma è generalmente il momento più stupido sbagliato e generalmente ipocrita di tutti i possibili. Non mi riferisco a nulla di mio personale ovviamente. Forse sarà semplicemente colpa dell'ennesimo spot natalizio. Parlo proprio di questa diffusa convinzione che il Natale sia il momento della pace, come il matrimonio il momento di inizio dell'amore stabile, i baffi la consacrazione della raggiunta età adulta, la paternità il momento in cui capisci tutto della vita. Sono tutte stronzate. Il momento perfetto in cui scoprirti adulto, capire il senso della vita, smettere di perderti o deprimerti, far pace con qualcuno o smettere di fumare deve essere assolutamente casuale e privo di senso. Le feste e le occasioni e le celebrazioni sono fatte per consacrare ciò che c'è, non per improvvisare (o simulare) ciò che manca.
(soundtrack)
In questo post ingenuo e scontato dico che non è mai mai mai troppo tardi per riparare e ricostruire, perdonare o essere perdonati, riallacciare o pacificare o cambiare, pentirsi o ripensarci, incontrare chi per tanto tempo non abbiamo cercato. C'è sempre un modo, a meno che non abbiate ucciso qualcuno o non siate davvero brutte aride persone o ladri e tirchi e imbroglioni. E anche Natale può certamente essere un'occasione per fare queste cose, ma è generalmente il momento più stupido sbagliato e generalmente ipocrita di tutti i possibili. Non mi riferisco a nulla di mio personale ovviamente. Forse sarà semplicemente colpa dell'ennesimo spot natalizio. Parlo proprio di questa diffusa convinzione che il Natale sia il momento della pace, come il matrimonio il momento di inizio dell'amore stabile, i baffi la consacrazione della raggiunta età adulta, la paternità il momento in cui capisci tutto della vita. Sono tutte stronzate. Il momento perfetto in cui scoprirti adulto, capire il senso della vita, smettere di perderti o deprimerti, far pace con qualcuno o smettere di fumare deve essere assolutamente casuale e privo di senso. Le feste e le occasioni e le celebrazioni sono fatte per consacrare ciò che c'è, non per improvvisare (o simulare) ciò che manca.
(soundtrack)
lunedì 27 novembre 2017
Sweet Nothing
Nel quadro delle mie elaboratissime strategie di Dominazione del Tempo e dell'Ansia, la mattina prima di mettermi a lavorare mi ero preso l'abitudine di piazzarmi per qualche minuto sul divano a non fare un emerito Bel Niente, la gatta a ronzarmi come un trattore sulle ginocchia (ormai lo sa e lo pretende e se manco all'appuntamento s'incazza a bestia).
Senza pensarci mi sono ritrovato un giorno a portarmi sul divano lo shmarfonno, e dopo qualche giorno, sempre senza pensarci, i dieci minuti rilassanti di gatta sulle ginocchia sono diventati dieci minuti-facebook, che da par loro, funziona così, son diventati mezz'ore.
E no! Se non devi fare un cazzo non devi fare un cazzo. Se guardi un film il cellulare lo devi mollare. Se lavori pure, lo metti in un'altra stanza o lo spegni proprio. Se parli con qualcuno soprattutto, cazzo. Sono cose sulle quali da tempo sto diventando un bel po' intransigente con me stesso. Basta pensarci e accorgersene. Sembrano piccolezze ma ne va letteralmente della mia felicità.
Così da oggi sono tornato alla beata quieta cat therapy mattutina per iniziare la giornata volendomi davvero bene.
Voi avete spazi/luoghi/stanze/ore di "no smartphone"? Riuscite a ricavare spazi anche piccoli in cui non fare nulla e pensare e basta? Secondo me è una cosa fondamentale che non dobbiamo perderci.
Senza pensarci mi sono ritrovato un giorno a portarmi sul divano lo shmarfonno, e dopo qualche giorno, sempre senza pensarci, i dieci minuti rilassanti di gatta sulle ginocchia sono diventati dieci minuti-facebook, che da par loro, funziona così, son diventati mezz'ore.
E no! Se non devi fare un cazzo non devi fare un cazzo. Se guardi un film il cellulare lo devi mollare. Se lavori pure, lo metti in un'altra stanza o lo spegni proprio. Se parli con qualcuno soprattutto, cazzo. Sono cose sulle quali da tempo sto diventando un bel po' intransigente con me stesso. Basta pensarci e accorgersene. Sembrano piccolezze ma ne va letteralmente della mia felicità.
Così da oggi sono tornato alla beata quieta cat therapy mattutina per iniziare la giornata volendomi davvero bene.
Voi avete spazi/luoghi/stanze/ore di "no smartphone"? Riuscite a ricavare spazi anche piccoli in cui non fare nulla e pensare e basta? Secondo me è una cosa fondamentale che non dobbiamo perderci.
sabato 21 febbraio 2015
Happiness in slavery
Se c'è una cosa che odio è vedere affari privati, piagnistei, sfoghi e questioni personali della gente su blog e social network.
Infatti questo è un post politico.
C'è stato un tempo in cui mi trattavo letteralmente come uno schiavo. Non mi concedevo alcuno svago se non ritenevo di star lavorando abbastanza. Ora, siccome sono del tutto incapace di autodisciplina e allo stesso tempo spietatissimo con me stesso, questo significava ricominciare a vivere davvero solo nella breve intercapedine di tempo fra un lavoro e l'altro. E stavo iniziando a detestare questa bellissima professione.
Da qualche tempo (non molto tempo, in verità) ho stabilito una cadenza precisa lavoro-gratificazioni. Ogni tot pagine, un piccolo premio. Anche se sento che ci sono dentro e che potrei tirare ancora, giunto all'obiettivo prestabilito mi fermo e faccio qualcosa che mi piace. Questa cosa sta incredibilmente migliorando la mia produttività e anche la qualità del mio lavoro, e adesso mi voglio molto più bene.
Ma questo non è un post personale, è un post politico.
C'è ancora chi crede che spremere i lavoratori come limoni e togliere loro tutto sia una cosa molto furba. E a pensarlo, adesso, è gente dinamica e rampante che si professa di sinistra. Come i maiali della "Fattoria degli animali" di Orwell, nottetempo gli ex rivoluzionari hanno modificato la scritta "tutti sono uguali" con "tutti sono uguali tranne".
La vessazione dei lavoratori è un ottuso autogol, perché l'eccellenza italiana non può inseguire queste logiche. Siamo sempre stati noi quelli che venivamo imitati dagli altri, e non riuscivano a farlo perché dietro la nostra altissima qualità c'era una mentalità solidale, e una maniera contadina, meticolosa di fare le cose. Rincorrere i cinesi che provano invano a imitarci è una spirale suicida. La nostra vera vocazione è la qualità, è la qualità non si persegue disumanizzando il lavoro.
Proseguiamo la nostra camminata serena ed entusiastica verso il disastro.
(Soundtrack)
Infatti questo è un post politico.
C'è stato un tempo in cui mi trattavo letteralmente come uno schiavo. Non mi concedevo alcuno svago se non ritenevo di star lavorando abbastanza. Ora, siccome sono del tutto incapace di autodisciplina e allo stesso tempo spietatissimo con me stesso, questo significava ricominciare a vivere davvero solo nella breve intercapedine di tempo fra un lavoro e l'altro. E stavo iniziando a detestare questa bellissima professione.
Da qualche tempo (non molto tempo, in verità) ho stabilito una cadenza precisa lavoro-gratificazioni. Ogni tot pagine, un piccolo premio. Anche se sento che ci sono dentro e che potrei tirare ancora, giunto all'obiettivo prestabilito mi fermo e faccio qualcosa che mi piace. Questa cosa sta incredibilmente migliorando la mia produttività e anche la qualità del mio lavoro, e adesso mi voglio molto più bene.
Ma questo non è un post personale, è un post politico.
C'è ancora chi crede che spremere i lavoratori come limoni e togliere loro tutto sia una cosa molto furba. E a pensarlo, adesso, è gente dinamica e rampante che si professa di sinistra. Come i maiali della "Fattoria degli animali" di Orwell, nottetempo gli ex rivoluzionari hanno modificato la scritta "tutti sono uguali" con "tutti sono uguali tranne".
La vessazione dei lavoratori è un ottuso autogol, perché l'eccellenza italiana non può inseguire queste logiche. Siamo sempre stati noi quelli che venivamo imitati dagli altri, e non riuscivano a farlo perché dietro la nostra altissima qualità c'era una mentalità solidale, e una maniera contadina, meticolosa di fare le cose. Rincorrere i cinesi che provano invano a imitarci è una spirale suicida. La nostra vera vocazione è la qualità, è la qualità non si persegue disumanizzando il lavoro.
Proseguiamo la nostra camminata serena ed entusiastica verso il disastro.
(Soundtrack)
lunedì 23 dicembre 2013
Christmas with Satan
Alcuni consigli pratici per un Natale diverso.
1 - Andare vestito da Babbo Natale sotto casa della tua ex, cospargerti di benzina e darti fuoco cantando "Astro del ciel" rivolto al suo balcone.
2- Nel bel mezzo del cenone, salire sulla sedia e iniziare a declamare una poesia delle elementari, facendola diventare pian piano un growl da death metal, concludere bestemmiando in lingue sconosciute e vomitando sangue sul piatto della vecchia zia Ninetta che va a messa ogni mattina.
3- Rapire Gesù bambino dal presepe, sostituirlo con una blatta infilzata con uno spillone, e al posto della stella cometa far trovare uno striscione con una scritta rosso sangue che vaticina un anno di morte povertà saccheggio e devastazione se tutti i presenti non si mettono subito in ginocchio a pregare in suffragio dell'anima benedetta di Giulio Andreotti.
4- Cospargere abbondantemente albero e presepe e pellicce delle vecchie zie di bastoncini "Catisfactions" sbriciolati (secondo me contengono cocaina) e liberare nella stanza una dozzina di gatti randagi affamati.
5- Sedersi a tavola e davanti a tutti iniziare una preghiera per i poveri. Cominciare a dire che bisogna essere più buoni. Che speriamo che le persone cambino e diventino più umane e solidali. Continuare dicendo che bisogna essere vicini agli ultimi e ai bisognosi. Mentre tutti annuiscono dire che è uno spreco tutto quel cibo con tanta gente povera. Quando il resto della tavolata è ben suddiviso fra il commosso e il perplesso, annunciare: "Ecco. Quindi adesso tutti fuori dai coglioni." Spalancare la porta d'ingresso e cacciarli tutti per far entrare una dozzina di clochard e fare il cenone con loro, ubriacandosi e cantando a squarciagola canzoni sguaiate e dai testi irripetibili, mentre il vicinato chiama la polizia, e pensare dentro di te che quello è il natale più bello e sensato della tua vita.
6- Regalare solo vibratori e gingilli per il sesso e cinghie varie per il sadomaso e il bondage.
7- Servire un panettone farcito di peyote, assenzio al posto dello spumante e mettersi a declamare versi di Rimbaud al posto dei brindisi di rito.
8- Sostituire la classica tombola con una gara di rutti e scoregge usando il decibellometro android che è il vero motivo per cui ti sei accattato lo smarfonno.
(soundtrack)
1 - Andare vestito da Babbo Natale sotto casa della tua ex, cospargerti di benzina e darti fuoco cantando "Astro del ciel" rivolto al suo balcone.
2- Nel bel mezzo del cenone, salire sulla sedia e iniziare a declamare una poesia delle elementari, facendola diventare pian piano un growl da death metal, concludere bestemmiando in lingue sconosciute e vomitando sangue sul piatto della vecchia zia Ninetta che va a messa ogni mattina.
3- Rapire Gesù bambino dal presepe, sostituirlo con una blatta infilzata con uno spillone, e al posto della stella cometa far trovare uno striscione con una scritta rosso sangue che vaticina un anno di morte povertà saccheggio e devastazione se tutti i presenti non si mettono subito in ginocchio a pregare in suffragio dell'anima benedetta di Giulio Andreotti.
4- Cospargere abbondantemente albero e presepe e pellicce delle vecchie zie di bastoncini "Catisfactions" sbriciolati (secondo me contengono cocaina) e liberare nella stanza una dozzina di gatti randagi affamati.
5- Sedersi a tavola e davanti a tutti iniziare una preghiera per i poveri. Cominciare a dire che bisogna essere più buoni. Che speriamo che le persone cambino e diventino più umane e solidali. Continuare dicendo che bisogna essere vicini agli ultimi e ai bisognosi. Mentre tutti annuiscono dire che è uno spreco tutto quel cibo con tanta gente povera. Quando il resto della tavolata è ben suddiviso fra il commosso e il perplesso, annunciare: "Ecco. Quindi adesso tutti fuori dai coglioni." Spalancare la porta d'ingresso e cacciarli tutti per far entrare una dozzina di clochard e fare il cenone con loro, ubriacandosi e cantando a squarciagola canzoni sguaiate e dai testi irripetibili, mentre il vicinato chiama la polizia, e pensare dentro di te che quello è il natale più bello e sensato della tua vita.
6- Regalare solo vibratori e gingilli per il sesso e cinghie varie per il sadomaso e il bondage.
7- Servire un panettone farcito di peyote, assenzio al posto dello spumante e mettersi a declamare versi di Rimbaud al posto dei brindisi di rito.
8- Sostituire la classica tombola con una gara di rutti e scoregge usando il decibellometro android che è il vero motivo per cui ti sei accattato lo smarfonno.
(soundtrack)
mercoledì 20 maggio 2009
Gaiman!!
Eccolo qui, il nuovo Gaiman tradotto dal vostro Yako.Ecco la sinossi ufficiale...
"Ogni mattino Bod fa colazione con le buone cose che prepara la signora Owens. Poi va a scuola e ascolta le lezioni del maestro Silas. E il pomeriggio passa il tempo con Liza, sua compagna di giochi. Bod sarebbe un bambino normale. Se non fosse che Liza è una strega sepolta in un terreno sconsacrato. Silas è un fantasma. E la signora Owens è morta duecento anni fa. Bod era ancora in fasce quando è scampato all'omicidio della sua famiglia gattonando fino al cimitero sulla collina, dove i morti l'hanno accolto e adottato per proteggerlo dai suoi assassini. Da allora è Nobody, il bambino che vive tra le tombe, e grazie a un dono della Morte sa comunicare con i defunti. Dietro le porte del cimitero nessuno può fargli del male. Ma Bod è un vivo, e forte è il richiamo del mondo oltre il cancello. Un mondo in cui conoscerà l'amicizia dei suoi simili, ma anche l'impazienza di un coltello che lo aspetta da undici lunghissimi anni..."
Che altro aggiungere? Io ci ho visto anche dell'altro; immaginate un bimbo costretto dagli eventi a crescere nella collina di Spoon River, o un Harry Potter al contrario che vive da diverso, da semplice essere umano e mortale, in un mondo dove tutti possono tranquillamente attraversare i muri e svanire (anzi, Svanire) e che solo con il tempo riuscirà a comprendere il valore incalcolabile di essere vivi, e l'importanza del solo enorme potere magico che solo noi viventi abbiamo, quello di riuscire a mutare il corso degli eventi.
Davvero un gran bel libro, da leggere tutto d'un fiato.
domenica 3 febbraio 2008
Come affrontare i debitori insolventi
(frammenti tratti da "Viaggio al termine della stanza" di Tibor Fischer, traduzione del sottoscritto.)
Aspetto quest’assegno da ormai un anno. Non è una grossa somma di denaro. È una piccola somma. È buffo, ma il fatto che la Mord & Fuggy Productions non mi abbia pagato questa piccola somma di denaro mi infastidisce allo stesso modo che se mi avessero negato una grossa cifra. Per quanto sgradevole e riprovevole possa essere, il perché non ti paghino una grossa somma di denaro lo si può capire: vogliono tenersi la grana per più tempo possibile. Sta di fatto che la Mord & Fuggy è una grande e fiorente azienda. Il mangime di un giorno per il pesce rosso che hanno nella reception potrebbe costare loro più della somma in questione.
Sono fortunata. Non ho bisogno di questi soldi. E, cosa più importante, se pure ne avessi bisogno, non potrei farmene granché, tanto è insignificante la cifra. Ma il motivo per cui la cosa mi infastidisce tanto è presto detto.
Sono stati loro a cercarmi. Non li ho cercati io. Telefonarono per un lavoretto da poco. La tizia con la quale parlai era disperata. Lo feci a titolo di cortesia. Era il corrispondente in disegno di una lavata di piatti. Mandai una fattura, da professionista. E lì iniziò l’attesa.
Prima di tutto ci fu la fase delle fatture scomparse. Dovetti inviarne tre. A complicare le cose si aggiunse la sparizione degli addetti con i quali parlavo. Iniziai con una certa Heather, proseguii con una certa Dawn che divenne rapidamente una certa Gail, poi qualcuno di cui non ricordo il nome e una Nicola. Nessuna di loro sapeva nulla della faccenda del mio pagamento e nessuna di loro era granché intenzionata a risolverla.
Telefonavo solo ogni tre settimane o giù di lì, non volevo disturbare, e facevo delle gradevoli chiacchiere con le ragazze, chiedevo come se la passavano, se avevano trascorso un buon weekend, mostrando interesse nei loro confronti. Con Gail ebbi pure una lunga chiacchierata sulle scarpe da corsa: chiacchieravo perché mi piace essere cordiale. Credo che la cortesia non costi nulla, dobbiamo tutti stare al mondo, e poi mi illudevo che la gentilezza potesse anticipare l’arrivo dell’assegno.
Il miglior trucco, quando non vuoi pagare qualcuno, è dirgli che lo paghi. Se avessero cominciato da subito con il dire: “Ci taglieremmo le gambe piuttosto che sganciarti un penny” almeno mi sarebbe balenata per la mente l’eventualità di adire vie legali, anche se la somma in questione non mi sarebbe bastata nemmeno per pagare il battito di palpebre di un avvocato.
E la cosa più fastidiosa è che non lo fanno per infastidirmi. Sono solo degli arruffoni. La fase in cui mi consideravo ora era quella del “questo giovedì”. Adesso, ogni volta che telefonavo e spiegavo di non aver ancora ricevuto l’assegno, mi veniva risposto con incredulità e fastidio, con l’evidente sottinteso che, a qualche recondito livello, la colpa era mia: ero io a portare iella a un procedimento semplice. La mia interlocutrice tirava un sospiro profondo e diceva: “Faccio una verifica”. Restavo per dieci minuti in attesa, poi una voce esasperata sbuffava: “Verrà emesso questo giovedì”.
Mi rimbocco le maniche per fare una telefonata. Il lavoro di Nicola adesso è svolto da un certo Mabarak. Il cambio di sesso mi rincuora. Ripercorro la cronologia degli eventi e l’inesistenza dell’assegno. Mabarak non sbuffa, né si spazientisce durante l’esposizione. «Faccio una verifica e la richiamo al più presto» dice. Di solito protesterei di fronte a un benservito in piena regola come questo. Voglio credere.
Quel giorno stesso, più tardi, richiama davvero.
«Ha commesso un errore: non ha fatto alcun lavoro per noi.»
«Prego?»
«Ho verificato, non ha svolto nessun lavoro per noi.»
«Le dico di sì.»
«Ho controllato, non ne ha fatti. Ci starà scambiando con qualcun altro. Temo di non poter fare altro per aiutarla.»
Sono sbigottita. Questa mi ha stesa. Fosse premeditata, sarebbe una tattica fenomenale. Prendi della gente per tinteggiarti l’appartamento e, quando è ora di pagare, neghi senza batter ciglio che abbiano svolto il lavoro. Come potranno dimostrare di aver dipinto di giallo quel muro? Valuto l’eventualità di mollare l’osso. Ormai devo aver già speso in telefonate l’equivalente della parcella. Mi siedo un momento e valuto se riesco a digerire la prospettiva della resa. Nello stomaco mi si forma un grumo di fastidio e si gonfia pian piano. Le mie budella non ci stanno. Vorrei mandar giù, ma loro non vogliono saperne. E con le proprie budella c’è poco da ragionare.
Mi viene in mente che, sebbene non mi abbiano pagato, e anche se non ho fatto altro che buttar giù una manciata di pixel, per qualche strana ragione il mio nome appare nel colophon del loro sito web.
Parlo con Mabarak e lo invito a consultare la homepage dell’azienda, dove il mio nome appare distintamente in mezzo a una marea di altri che ci si sono gingillati. Mabarak non trova più scuse da opporre. Questa prova inconfutabile della mia ragione lo indispettisce. Resto in linea per altri dieci minuti o giù di lì. Infine ritorna: «Le manderanno un assegno giovedì prossimo».
***
«Come pensi di muoverti… non userai la forza, vero?» L’idea del personale della ditta che si becca una sonora razione di pedate è piuttosto allettante, ma so che se una cosa del genere dovesse davvero accadere, in realtà ci starei male. E poi, è difficile risalire al vero colpevole. I vari imbecilli che mi hanno piantata in asso sono indisponenti, ma non sono responsabili della gestione dell’azienda, né di certo lo sono i dirigenti. La colpa va ricercata da qualche parte tra le crepe. Non mi dispiacerebbe procurare qualche umiliazione agli impiegati, ma malmenarli sarebbe troppo.
«Sei mai stata dentro?»
«Dentro?»
«In prigione. Ci vuole una buona ragione per finire in prigione, a meno che uno non sia uno svitato. Se picchi la gente finisci dentro. Minacciare di picchiare la gente può funzionare, ma il gioco non vale la candela. Non intendo finire dentro perché c’è uno che non vuole pagare dodici telefonate che ha fatto alla fidanzata in Australia.»
Indica il mio televisore e lo stereo. «Mi pare di capire che tu non abbia bisogno di quei soldi.»
«No.»
«Vedi, la maggior parte dei miei clienti è come te. Non sono i soldi a indisporli, ma il fatto che qualcuno se la rida alle loro spalle. Il punto non è farli pagare, ma fargliela pagare. O, per qualcuno dei miei clienti, mandare un segnale. Il mio intervento è risolutivo, ma non costa poco.» Audley mi spiega che la sua tariffa corrisponderebbe a circa una ventina o trentina di volte il mio credito, a seconda del tempo necessario per ottenere la resa incondizionata da parte dell’azienda.
«Dispongo di una squadra e di volta in volta schiero l’elemento più adatto. Un caso come il tuo, grossa spocchiosa società dagli uffici sfavillanti, è perfetto per Wilf. Se mi presento io e chiedo di parlare con qualcuno, passerò tutta la giornata a guardare la vasca del pesce rosso all’ingresso, e se anche riuscissi a parlare con qualcuno, mi risponderebbero picche, e se insistessi ancora chiamerebbero la polizia.
«Ma se si presenta Wilf, è un altro paio di maniche. Wilf è quest’attorucolo in pensione. Gli dai uno sguardo e vorresti chiamare l’ambulanza. Anche quando non recita, è un fragile ottantenne avvizzito e tremante. Fai entrare Wilf zoppicante, con passo lento e dolente, sulle stampelle, in abiti pulciosi da povero pensionato.
«Gli addetti all’ingresso lo vedono fare avanti e indietro per la sala, rantolare e stralunare gli occhi per mezz’ora. Poi fa: “Buongiorno. Mi spiace tanto di rubarvi del tempo, so quanto sarete occupati, ma dovete dei soldi a mia nipote”. E sei a cavallo. Non conta quel che farà l’azienda a questo punto, sono fottuti. Non possono vincere. La cosa migliore che possano fare a questo punto è firmare un assegno seduta stante. Se lasciano Wilf lì all’ingresso, sarà un disastro. Uggiolerà piano, si metterà a piangere, in casi estremi se la farà addosso. Se provano a buttarlo fuori, saranno altri guai. Persino la polizia si metterebbe dalla parte di Wilf. “Mi scusino tanto. Sono così desolato di essere di disturbo e di darvi incomodo. So quanto lavoriate duramente, ma mia nipote…” Ci fu un titolare che non voleva sganciare neppure dopo una settimana delle migliori prestazioni di Wilf: tutti i suoi impiegati rassegnarono le dimissioni.»
Audley mi lascia il suo biglietto da visita. Credo che mi avvarrò delle sue prestazioni. Mi sorride:
«Detesto andare al di là delle mie competenze, ma potresti fatturare loro del lavoro che non hai fatto».
«In che senso?»
«Il mio amico Phil si guadagna da vivere con le fatture fasulle. Manda fatture alle aziende e alcune pagano. Quel che ci vuole, dice, è una grossa azienda e un importo alto abbastanza perché valga la pena, ma non così elevato da destare l’attenzione dei contabili. Spedisci semplicemente una fattura per dei servizi, niente di troppo specifico, al reparto contabilità. La maggior parte delle aziende le ignora, ma basta che anche poche di loro mandino l’assegno. Fa una vita agiata, ma passa tutta la giornata chiuso in casa a sfornare fatture. Sarei tentato di provarci anch’io, ma mi piace stare in giro.»
***
Ricevo una telefonata riguardo all’assegno scomparso. Stavolta è una certa Val a occuparsi di me. Avevo scritto un’altra lettera di rimostranze, ma devo dire che mi sorprende si siano presi il disturbo di telefonarmi.
«Abbiamo esaminato attentamente la questione dei suoi soldi» dice. Perché il preambolo? Perché non può dire semplicemente abbiamo spedito l’assegno, ci scusiamo per il ritardo? «Il problema è che il suo pagamento è andato a una certa Marcia East.»
«Chi è Marcia East?»
«Non ne ho idea.»
«Neanch’io ho idea di chi sia Marcia East. Non ho mai sentito parlare di nessuna Marcia East. Perché mai avreste spedito i miei soldi a qualcun altro?»
«Ovviamente c’è stato uno scambio di persona.»
«Perciò mi manderete i soldi?»
«Sì. Non appena li riavremo indietro da Marcia East.»
«Aspetti un momento. Mandate i miei soldi a una perfetta estranea e devo aspettare finché non li avrete riavuti indietro da lei?»
«Sì. La rintracceremo. Non dovrebbe volerci molto.»
Non ho parole per rispondere.
***
Gli telefono e discutiamo dell’incarico. Ha un sacco di idee.
«Preferisci imbarazzo, umiliazione o degradazione totale?» chiede. «Mi corre l’obbligo di avvertirti che la degradazione totale richiede mesi, anni, è fuori budget per la gran parte dei clienti e viene portata a termine dietro formale preavviso di rischio. Bisogna rifletterci bene prima di fare quella scelta. E svolgo lavori del genere solo se sono del tutto persuaso che il debito sia di gravità estrema.»
Mi chiedo chi dovrei prendere di mira. Il direttore della Mord & Fuggy? In fin dei conti la responsabilità è sua. O il direttore dell’ufficio contabilità? La colpa è più che altro sua. D’altro canto, è stato il direttore ad assumere il direttore della contabilità. Potrà anche essere innocente per i soldi che mi spettano, ma è colpevole.
Essere liberi professionisti è dura. Se sei al vertice della carriera va bene, ma altrimenti è deprimente. Devi lavorare duro per ottenere del lavoro, devi lavorare duro per fare un buon lavoro nella speranza che ti diano dell’altro lavoro, e poi, inevitabilmente, devi lavorare duro per farti sganciare i soldi.
«In cosa consiste l’imbarazzo?» chiedo.
«Lascia che ti faccia un esempio. Mandiamo Wilf tutto claudicante nella sua migliore tenuta urinata, a trascinarsi singhiozzando a un costoso pranzo d’affari, e a dire, chiamando il direttore per nome: “Pete, perché non vuoi parlare con il tuo povero padre?”, “Perché fingi che io non sia tuo padre?” e altre ciance tali da suggerire una conoscenza diretta e intima. Ora, il nostro bersaglio potrà sempre dire che Wilf è un matto e forse gli crederanno; ma forse no. Io telefono e dico: pagate? Wilf non ha mai dovuto presentarsi a pranzo più di una seconda volta.»
«E l’umiliazione in cosa differisce?»
«Mettiamo che il nostro bersaglio sia un uomo sposato e che stia uscendo da solo da un locale o da un ristorante. Mandiamo al nostro uomo una giovane bella ragazza e, che lui la assecondi o meno, che accada sulla soglia di una porta o nell’appartamento della nostra infiltrata, lei gli chiede di tenerle la giacca e, veloce come un lampo, si sfila il top. La mia spogliarellista di fiducia, Stacey, riesce a toglierselo così rapidamente che quasi non te ne accorgi. Appoggia il top sulla giacca, così che, quando l’altro nostro complice scatta la foto, sembra proprio che il bersaglio tenga in mano entrambe le cose in un momento di palpeggiamento in preda ai fumi dell’alcol. Ora, se non ci fosse di mezzo un credito da riscuotere, qui staremmo in bilico sulle sgradevoli paludi del ricatto. Faccio la telefonata e chiedo: pagate? E anche qui, il nostro bersaglio potrà dire che è stato incastrato. Forse gli crederanno, ma forse no. Pagare è più semplice. Gli diciamo, molla i soldi e la foto sparirà. L’udito adora udire quel che brama d’udire.»
«Non mi sembra umiliante.»
«Ma dopo che ha pagato mandiamo lo stesso la foto alla moglie.»
«Okay. E la degradazione totale?»
«Be’, in genere non divulghiamo questa cosa, non senza un contratto firmato.»
«Okay.»
«È roba pesante.»
«Okay.»
«Non voglio che la gente si metta strane idee in testa.»
«Okay.»
«Ma forse tu capiresti. Ho messo in atto la degradazione totale solo due volte. Te ne racconterò una. Fu per un amico. Il suo ragazzino era stato investito da un automobilista ubriaco, che fu punito con sei soli ridicoli mesi di prigione, il che vuol dire che dopo tre mesi passati a giocare a Scarabeo era di nuovo fuori. Immaginerai come si sia sentito il mio amico. Dissi… vorrei darti una mano, non so se mi spiego. Non fare gesti avventati, gli dissi. Gli dissi che davvero volevo dargli una mano in modo veramente decisivo, non so se mi spiego. Se mi avesse permesso di dargli una mano, gli dissi, non ci sarebbe mai più stato bisogno, per così dire, che nessuno gli desse più una mano, non so se mi spiego. Il problema sarebbe sparito. Ma lui mi disse: “Audley, non ucciderlo. Fagliela pagare”.
«Fare questa cosa richiede un sacco di pianificazione. Bisogna fare le cose come si deve. È come lanciare un razzo sulla luna, se non lo fai per bene hai solo costruito il fuoco d’artificio più costoso del mondo. Passammo settimane a trovare la risposta.»
«Che fu…?»
«Gomma da masticare. Chiedimi della gomma da masticare.»
«Dimmi della gomma da masticare.»
«Il nostro bersaglio amava guidare. Macchinona. Cominciammo ad appiccicare della gomma da masticare sulle serrature delle portiere. A seconda di quanto tempo rimaneva parcheggiata, le serrature potevano essere parzialmente fottute o fottute del tutto. Le prime volte che ti succede una cosa simile vai in bestia, ma man mano che va avanti, settimana per settimana, mese dopo mese, diventa qualcos’altro. All’inizio fu facile, ma quando il nostro bersaglio capì che aveva qualcuno alle costole, dovemmo adottare delle contromisure per individuare eventuali sistemi di videosorveglianza o guardiani assoldati per tenergli d’occhio la macchina. Le provò tutte. Cambiò diverse auto. Blindò il garage. Ma noi eravamo pazienti, attendevamo mesi a volte, per essere imprevedibili. Era un disturbo da poco, ma lo mandò completamente fuori di testa. Vedi, se avessimo fatto tante cose diverse, gli avessimo rubato il cane, spaccato le finestre, non sarebbe stato così terribile. Persino nei problemi, come in ogni cosa, la varietà aiuta. Il fatto era che sapeva già quel che lo attendeva. E utilizzammo diversi masticatori così che, se qualcuno fosse stato visto all’azione, non sarebbe sembrata la persecuzione di un fissato, o di un matto che ce l’aveva con lui, ma dell’universo intero. È questa la cosa peggiore, la prova incontrovertibile che l’universo ce l’ha con te. Qualcuno che non amasse guidare si sarebbe ben presto arreso; ma lui lo adorava, ecco perché si ridusse a un rottame farfugliante.»
Aspetto quest’assegno da ormai un anno. Non è una grossa somma di denaro. È una piccola somma. È buffo, ma il fatto che la Mord & Fuggy Productions non mi abbia pagato questa piccola somma di denaro mi infastidisce allo stesso modo che se mi avessero negato una grossa cifra. Per quanto sgradevole e riprovevole possa essere, il perché non ti paghino una grossa somma di denaro lo si può capire: vogliono tenersi la grana per più tempo possibile. Sta di fatto che la Mord & Fuggy è una grande e fiorente azienda. Il mangime di un giorno per il pesce rosso che hanno nella reception potrebbe costare loro più della somma in questione.
Sono fortunata. Non ho bisogno di questi soldi. E, cosa più importante, se pure ne avessi bisogno, non potrei farmene granché, tanto è insignificante la cifra. Ma il motivo per cui la cosa mi infastidisce tanto è presto detto.
Sono stati loro a cercarmi. Non li ho cercati io. Telefonarono per un lavoretto da poco. La tizia con la quale parlai era disperata. Lo feci a titolo di cortesia. Era il corrispondente in disegno di una lavata di piatti. Mandai una fattura, da professionista. E lì iniziò l’attesa.
Prima di tutto ci fu la fase delle fatture scomparse. Dovetti inviarne tre. A complicare le cose si aggiunse la sparizione degli addetti con i quali parlavo. Iniziai con una certa Heather, proseguii con una certa Dawn che divenne rapidamente una certa Gail, poi qualcuno di cui non ricordo il nome e una Nicola. Nessuna di loro sapeva nulla della faccenda del mio pagamento e nessuna di loro era granché intenzionata a risolverla.
Telefonavo solo ogni tre settimane o giù di lì, non volevo disturbare, e facevo delle gradevoli chiacchiere con le ragazze, chiedevo come se la passavano, se avevano trascorso un buon weekend, mostrando interesse nei loro confronti. Con Gail ebbi pure una lunga chiacchierata sulle scarpe da corsa: chiacchieravo perché mi piace essere cordiale. Credo che la cortesia non costi nulla, dobbiamo tutti stare al mondo, e poi mi illudevo che la gentilezza potesse anticipare l’arrivo dell’assegno.
Il miglior trucco, quando non vuoi pagare qualcuno, è dirgli che lo paghi. Se avessero cominciato da subito con il dire: “Ci taglieremmo le gambe piuttosto che sganciarti un penny” almeno mi sarebbe balenata per la mente l’eventualità di adire vie legali, anche se la somma in questione non mi sarebbe bastata nemmeno per pagare il battito di palpebre di un avvocato.
E la cosa più fastidiosa è che non lo fanno per infastidirmi. Sono solo degli arruffoni. La fase in cui mi consideravo ora era quella del “questo giovedì”. Adesso, ogni volta che telefonavo e spiegavo di non aver ancora ricevuto l’assegno, mi veniva risposto con incredulità e fastidio, con l’evidente sottinteso che, a qualche recondito livello, la colpa era mia: ero io a portare iella a un procedimento semplice. La mia interlocutrice tirava un sospiro profondo e diceva: “Faccio una verifica”. Restavo per dieci minuti in attesa, poi una voce esasperata sbuffava: “Verrà emesso questo giovedì”.
Mi rimbocco le maniche per fare una telefonata. Il lavoro di Nicola adesso è svolto da un certo Mabarak. Il cambio di sesso mi rincuora. Ripercorro la cronologia degli eventi e l’inesistenza dell’assegno. Mabarak non sbuffa, né si spazientisce durante l’esposizione. «Faccio una verifica e la richiamo al più presto» dice. Di solito protesterei di fronte a un benservito in piena regola come questo. Voglio credere.
Quel giorno stesso, più tardi, richiama davvero.
«Ha commesso un errore: non ha fatto alcun lavoro per noi.»
«Prego?»
«Ho verificato, non ha svolto nessun lavoro per noi.»
«Le dico di sì.»
«Ho controllato, non ne ha fatti. Ci starà scambiando con qualcun altro. Temo di non poter fare altro per aiutarla.»
Sono sbigottita. Questa mi ha stesa. Fosse premeditata, sarebbe una tattica fenomenale. Prendi della gente per tinteggiarti l’appartamento e, quando è ora di pagare, neghi senza batter ciglio che abbiano svolto il lavoro. Come potranno dimostrare di aver dipinto di giallo quel muro? Valuto l’eventualità di mollare l’osso. Ormai devo aver già speso in telefonate l’equivalente della parcella. Mi siedo un momento e valuto se riesco a digerire la prospettiva della resa. Nello stomaco mi si forma un grumo di fastidio e si gonfia pian piano. Le mie budella non ci stanno. Vorrei mandar giù, ma loro non vogliono saperne. E con le proprie budella c’è poco da ragionare.
Mi viene in mente che, sebbene non mi abbiano pagato, e anche se non ho fatto altro che buttar giù una manciata di pixel, per qualche strana ragione il mio nome appare nel colophon del loro sito web.
Parlo con Mabarak e lo invito a consultare la homepage dell’azienda, dove il mio nome appare distintamente in mezzo a una marea di altri che ci si sono gingillati. Mabarak non trova più scuse da opporre. Questa prova inconfutabile della mia ragione lo indispettisce. Resto in linea per altri dieci minuti o giù di lì. Infine ritorna: «Le manderanno un assegno giovedì prossimo».
***
«Come pensi di muoverti… non userai la forza, vero?» L’idea del personale della ditta che si becca una sonora razione di pedate è piuttosto allettante, ma so che se una cosa del genere dovesse davvero accadere, in realtà ci starei male. E poi, è difficile risalire al vero colpevole. I vari imbecilli che mi hanno piantata in asso sono indisponenti, ma non sono responsabili della gestione dell’azienda, né di certo lo sono i dirigenti. La colpa va ricercata da qualche parte tra le crepe. Non mi dispiacerebbe procurare qualche umiliazione agli impiegati, ma malmenarli sarebbe troppo.
«Sei mai stata dentro?»
«Dentro?»
«In prigione. Ci vuole una buona ragione per finire in prigione, a meno che uno non sia uno svitato. Se picchi la gente finisci dentro. Minacciare di picchiare la gente può funzionare, ma il gioco non vale la candela. Non intendo finire dentro perché c’è uno che non vuole pagare dodici telefonate che ha fatto alla fidanzata in Australia.»
Indica il mio televisore e lo stereo. «Mi pare di capire che tu non abbia bisogno di quei soldi.»
«No.»
«Vedi, la maggior parte dei miei clienti è come te. Non sono i soldi a indisporli, ma il fatto che qualcuno se la rida alle loro spalle. Il punto non è farli pagare, ma fargliela pagare. O, per qualcuno dei miei clienti, mandare un segnale. Il mio intervento è risolutivo, ma non costa poco.» Audley mi spiega che la sua tariffa corrisponderebbe a circa una ventina o trentina di volte il mio credito, a seconda del tempo necessario per ottenere la resa incondizionata da parte dell’azienda.
«Dispongo di una squadra e di volta in volta schiero l’elemento più adatto. Un caso come il tuo, grossa spocchiosa società dagli uffici sfavillanti, è perfetto per Wilf. Se mi presento io e chiedo di parlare con qualcuno, passerò tutta la giornata a guardare la vasca del pesce rosso all’ingresso, e se anche riuscissi a parlare con qualcuno, mi risponderebbero picche, e se insistessi ancora chiamerebbero la polizia.
«Ma se si presenta Wilf, è un altro paio di maniche. Wilf è quest’attorucolo in pensione. Gli dai uno sguardo e vorresti chiamare l’ambulanza. Anche quando non recita, è un fragile ottantenne avvizzito e tremante. Fai entrare Wilf zoppicante, con passo lento e dolente, sulle stampelle, in abiti pulciosi da povero pensionato.
«Gli addetti all’ingresso lo vedono fare avanti e indietro per la sala, rantolare e stralunare gli occhi per mezz’ora. Poi fa: “Buongiorno. Mi spiace tanto di rubarvi del tempo, so quanto sarete occupati, ma dovete dei soldi a mia nipote”. E sei a cavallo. Non conta quel che farà l’azienda a questo punto, sono fottuti. Non possono vincere. La cosa migliore che possano fare a questo punto è firmare un assegno seduta stante. Se lasciano Wilf lì all’ingresso, sarà un disastro. Uggiolerà piano, si metterà a piangere, in casi estremi se la farà addosso. Se provano a buttarlo fuori, saranno altri guai. Persino la polizia si metterebbe dalla parte di Wilf. “Mi scusino tanto. Sono così desolato di essere di disturbo e di darvi incomodo. So quanto lavoriate duramente, ma mia nipote…” Ci fu un titolare che non voleva sganciare neppure dopo una settimana delle migliori prestazioni di Wilf: tutti i suoi impiegati rassegnarono le dimissioni.»
Audley mi lascia il suo biglietto da visita. Credo che mi avvarrò delle sue prestazioni. Mi sorride:
«Detesto andare al di là delle mie competenze, ma potresti fatturare loro del lavoro che non hai fatto».
«In che senso?»
«Il mio amico Phil si guadagna da vivere con le fatture fasulle. Manda fatture alle aziende e alcune pagano. Quel che ci vuole, dice, è una grossa azienda e un importo alto abbastanza perché valga la pena, ma non così elevato da destare l’attenzione dei contabili. Spedisci semplicemente una fattura per dei servizi, niente di troppo specifico, al reparto contabilità. La maggior parte delle aziende le ignora, ma basta che anche poche di loro mandino l’assegno. Fa una vita agiata, ma passa tutta la giornata chiuso in casa a sfornare fatture. Sarei tentato di provarci anch’io, ma mi piace stare in giro.»
***
Ricevo una telefonata riguardo all’assegno scomparso. Stavolta è una certa Val a occuparsi di me. Avevo scritto un’altra lettera di rimostranze, ma devo dire che mi sorprende si siano presi il disturbo di telefonarmi.
«Abbiamo esaminato attentamente la questione dei suoi soldi» dice. Perché il preambolo? Perché non può dire semplicemente abbiamo spedito l’assegno, ci scusiamo per il ritardo? «Il problema è che il suo pagamento è andato a una certa Marcia East.»
«Chi è Marcia East?»
«Non ne ho idea.»
«Neanch’io ho idea di chi sia Marcia East. Non ho mai sentito parlare di nessuna Marcia East. Perché mai avreste spedito i miei soldi a qualcun altro?»
«Ovviamente c’è stato uno scambio di persona.»
«Perciò mi manderete i soldi?»
«Sì. Non appena li riavremo indietro da Marcia East.»
«Aspetti un momento. Mandate i miei soldi a una perfetta estranea e devo aspettare finché non li avrete riavuti indietro da lei?»
«Sì. La rintracceremo. Non dovrebbe volerci molto.»
Non ho parole per rispondere.
***
Gli telefono e discutiamo dell’incarico. Ha un sacco di idee.
«Preferisci imbarazzo, umiliazione o degradazione totale?» chiede. «Mi corre l’obbligo di avvertirti che la degradazione totale richiede mesi, anni, è fuori budget per la gran parte dei clienti e viene portata a termine dietro formale preavviso di rischio. Bisogna rifletterci bene prima di fare quella scelta. E svolgo lavori del genere solo se sono del tutto persuaso che il debito sia di gravità estrema.»
Mi chiedo chi dovrei prendere di mira. Il direttore della Mord & Fuggy? In fin dei conti la responsabilità è sua. O il direttore dell’ufficio contabilità? La colpa è più che altro sua. D’altro canto, è stato il direttore ad assumere il direttore della contabilità. Potrà anche essere innocente per i soldi che mi spettano, ma è colpevole.
Essere liberi professionisti è dura. Se sei al vertice della carriera va bene, ma altrimenti è deprimente. Devi lavorare duro per ottenere del lavoro, devi lavorare duro per fare un buon lavoro nella speranza che ti diano dell’altro lavoro, e poi, inevitabilmente, devi lavorare duro per farti sganciare i soldi.
«In cosa consiste l’imbarazzo?» chiedo.
«Lascia che ti faccia un esempio. Mandiamo Wilf tutto claudicante nella sua migliore tenuta urinata, a trascinarsi singhiozzando a un costoso pranzo d’affari, e a dire, chiamando il direttore per nome: “Pete, perché non vuoi parlare con il tuo povero padre?”, “Perché fingi che io non sia tuo padre?” e altre ciance tali da suggerire una conoscenza diretta e intima. Ora, il nostro bersaglio potrà sempre dire che Wilf è un matto e forse gli crederanno; ma forse no. Io telefono e dico: pagate? Wilf non ha mai dovuto presentarsi a pranzo più di una seconda volta.»
«E l’umiliazione in cosa differisce?»
«Mettiamo che il nostro bersaglio sia un uomo sposato e che stia uscendo da solo da un locale o da un ristorante. Mandiamo al nostro uomo una giovane bella ragazza e, che lui la assecondi o meno, che accada sulla soglia di una porta o nell’appartamento della nostra infiltrata, lei gli chiede di tenerle la giacca e, veloce come un lampo, si sfila il top. La mia spogliarellista di fiducia, Stacey, riesce a toglierselo così rapidamente che quasi non te ne accorgi. Appoggia il top sulla giacca, così che, quando l’altro nostro complice scatta la foto, sembra proprio che il bersaglio tenga in mano entrambe le cose in un momento di palpeggiamento in preda ai fumi dell’alcol. Ora, se non ci fosse di mezzo un credito da riscuotere, qui staremmo in bilico sulle sgradevoli paludi del ricatto. Faccio la telefonata e chiedo: pagate? E anche qui, il nostro bersaglio potrà dire che è stato incastrato. Forse gli crederanno, ma forse no. Pagare è più semplice. Gli diciamo, molla i soldi e la foto sparirà. L’udito adora udire quel che brama d’udire.»
«Non mi sembra umiliante.»
«Ma dopo che ha pagato mandiamo lo stesso la foto alla moglie.»
«Okay. E la degradazione totale?»
«Be’, in genere non divulghiamo questa cosa, non senza un contratto firmato.»
«Okay.»
«È roba pesante.»
«Okay.»
«Non voglio che la gente si metta strane idee in testa.»
«Okay.»
«Ma forse tu capiresti. Ho messo in atto la degradazione totale solo due volte. Te ne racconterò una. Fu per un amico. Il suo ragazzino era stato investito da un automobilista ubriaco, che fu punito con sei soli ridicoli mesi di prigione, il che vuol dire che dopo tre mesi passati a giocare a Scarabeo era di nuovo fuori. Immaginerai come si sia sentito il mio amico. Dissi… vorrei darti una mano, non so se mi spiego. Non fare gesti avventati, gli dissi. Gli dissi che davvero volevo dargli una mano in modo veramente decisivo, non so se mi spiego. Se mi avesse permesso di dargli una mano, gli dissi, non ci sarebbe mai più stato bisogno, per così dire, che nessuno gli desse più una mano, non so se mi spiego. Il problema sarebbe sparito. Ma lui mi disse: “Audley, non ucciderlo. Fagliela pagare”.
«Fare questa cosa richiede un sacco di pianificazione. Bisogna fare le cose come si deve. È come lanciare un razzo sulla luna, se non lo fai per bene hai solo costruito il fuoco d’artificio più costoso del mondo. Passammo settimane a trovare la risposta.»
«Che fu…?»
«Gomma da masticare. Chiedimi della gomma da masticare.»
«Dimmi della gomma da masticare.»
«Il nostro bersaglio amava guidare. Macchinona. Cominciammo ad appiccicare della gomma da masticare sulle serrature delle portiere. A seconda di quanto tempo rimaneva parcheggiata, le serrature potevano essere parzialmente fottute o fottute del tutto. Le prime volte che ti succede una cosa simile vai in bestia, ma man mano che va avanti, settimana per settimana, mese dopo mese, diventa qualcos’altro. All’inizio fu facile, ma quando il nostro bersaglio capì che aveva qualcuno alle costole, dovemmo adottare delle contromisure per individuare eventuali sistemi di videosorveglianza o guardiani assoldati per tenergli d’occhio la macchina. Le provò tutte. Cambiò diverse auto. Blindò il garage. Ma noi eravamo pazienti, attendevamo mesi a volte, per essere imprevedibili. Era un disturbo da poco, ma lo mandò completamente fuori di testa. Vedi, se avessimo fatto tante cose diverse, gli avessimo rubato il cane, spaccato le finestre, non sarebbe stato così terribile. Persino nei problemi, come in ogni cosa, la varietà aiuta. Il fatto era che sapeva già quel che lo attendeva. E utilizzammo diversi masticatori così che, se qualcuno fosse stato visto all’azione, non sarebbe sembrata la persecuzione di un fissato, o di un matto che ce l’aveva con lui, ma dell’universo intero. È questa la cosa peggiore, la prova incontrovertibile che l’universo ce l’ha con te. Qualcuno che non amasse guidare si sarebbe ben presto arreso; ma lui lo adorava, ecco perché si ridusse a un rottame farfugliante.»
martedì 16 ottobre 2007
Ed eccolo, finalmente...
(messaggio auto-promozionale) :-) Le Memorie dello Squalo, Steven Hall, un quattrocentin'aio di fottutissime pagine di sangh' sudor' ellàcreme narrativ'traduttorie, quindici euro circa.
Idea di fondo geniale, narrazione dai ritmi prima lentissimi poi via via più serrati, scrittura qua e là esageratamente enfatica (ma notevolmente migliorata dalla traduzione, ehm, ehm), bella capacità di tenere il lettore avvinto come l'edera (non mancano i punti morti, su quattrocento pagine, sia chiaro, ma la curiosità vince sempre), qualche cazzotto allo stomaco, citazioni a tinghité (troppe?), un paio di punti veramente commoventi (uno in particolare mi ha strappato la lacrimozza), un finale che forse... ehi, tieni il becco chiuso, yako.
(Ah: anche l'occhio vuole la sua parte, mi ha telefonato ieri con aria minacciosa: la copertina è meravigliosa e quantomai appropriata, come potete vedere.)
Consigliato ai fan della sci-fi cerebrale e un po' pantofolaia all'inglese (avete presente Doctor Who? È la prima cosa che mi è venuta in mente leggendo il romanzo, e solo in seguito ho scoperto che Hall è davvero un fan di questa serie), metà borgesiano, metà danbrowniano, qua e là una mezza coelhonata, che in totale fa pur sempre un libro e mezzo, scusate se è poco.
Voto al romanzo: 7- (ah, se te meno, Steven...)
Voto alla traduzione: 9 (che tanto, se non me lo dico da solo... huah huah huah...)
Ah... Cliccate sul titolo di questo post per ascoltare (in inglese) l'inizio della storiella.
Ri-ah... in omaggio all'autore, questa è una recensione liquida, che vedrete cambiare in maniera inattesa da un momento all'altro, un giorno potreste ritenerla entusiastica e stuzzicante e quando vi ricollegherete per dirmi "ma perché cazzo me l'hai fatto comprare?" potreste con grande disappunto grattarvi il capo nel ritrovarci in mezzo qualche frase dissuasiva; potreste pentirvi di non averlo ancora preso e proprio in quella leggerci un caldo invito a farne la vostra bibbia da comodino vita natural durante. Questo messaggio si autodistruggerà quando cadrà in una lenta e progressiva spirale di depressione abbandonandosi all'alcol e agli stravizi.
Postilla a un paio di mesi di distanza:
adesso che il post è sceso giù, sepolto dagli altri, posso fare qualche concessione in più... ho qualche piccola gustosa curiosità da rivelare ai lettori più attenti di questo blog (e di questo libro). Scrivetemi -yakobatchee[AT]ya h oo.it- e vi rivelerò qualcuno dei segreti nascosti di questo libro. Non tutti, però, e non a tutti rivelerò le stesse cose... potete anche farmi qualche domanda, ma non aspettatevi risposte semplici e dirette... qualche buon indizio sì, volentieri.
sabato 1 settembre 2007
Gaiman!
Il cimitero senza lapidi, di Neil Gaiman, Mondadori (titolo originale, "M is for magic"; non chiedetemi perché l'abbiano cambiato, non lo so...)
Deliziosa raccolta di racconti fantasiosissimi e godibili, scrittura gradevolissima, azzeccatissima copertina un po' burtoniana. Io non ho resistito, non potevo aspettare le mie quattro copie omaggio (che tanto, l'ho promesso in regalo a ben più di quattro persone) e l'ho comprato... Sapete bene che in genere non mi metto a consigliare un libro solo perché l'ho tradotto... beh, se non siete del tutto incartapecoriti nell'anima e ammalati di scazzarroganza postmoderna, questo ve lo consiglio caldamente.
In caso contrario, ve lo suggerisco come terapia, per riscoprire l'essere umano sognante che da qualche parte, frugando e scaternando nel soffitto della vostra mente, massì, in fondo dovreste avere ancora.
P.s.: e poi, questa è anche una rivincita... :-)
sabato 7 luglio 2007
Loving the alien*
Che bello... il racconto "How To Talk To Girls At Parties" di Neil Gaiman, incluso nella raccolta "M is for magic" che ho da poco avuto l'onore di tradurre, è candidato (non dirò "nominato" nemmeno sotto tortura: è un calco orrendo e mi sa di Grande Fratello televisivo) agli Hugo 2007...
Ma ancor più bello della notizia in sé è il commento di Gaiman:
"The list of nominees [...] is really impressive and fine company. A good year to be on the list, whether one wins or not. (I tend to take my joy from nominations. What happens after that is just a horse-race.)"
Che grand'uomo.
*David Bowie
Ma ancor più bello della notizia in sé è il commento di Gaiman:
"The list of nominees [...] is really impressive and fine company. A good year to be on the list, whether one wins or not. (I tend to take my joy from nominations. What happens after that is just a horse-race.)"
Che grand'uomo.
*David Bowie
domenica 10 dicembre 2006
L'equilibrista
Precario è la parola del momento. Precario è il futuro, precario il senso. Precario, vacillante il significato, anche di questi sinonimi che sinonimi non sono, precaria la somiglianza, precari i sentimenti di queste lingue così biforcute, così piene di falsi amici, di ingenuity ingegnosi, di finalement privi di sollievo, colorate di questo purple che non si sa bene che razza di violaceo sia, anzi si sa, certo che si sa, ma non si capisce come faccia a essere ubiquo come prezzemolo, e semafori genericamente rossi e senza giallo, che in effetti hanno ragione, il giallo è un po' arancio, e le barbe e i fumi azzurri, e gli occhi sono blu ma non sono mai chiari... quei gun che non si sa mai se sono pistole o fucili, e night, che non sono club ma solo serate, e vacillanti vanno i sensi e i profumi, i livelli e i toni... you, sei tu, you siete voi, you, ti do del lei... E tutto il passato che appallottolato in un generico past, che devi srotolare come gomitoli e riannodare in imperfetti e passati prossimi, e non sempre i nodi vengono al pettine, i buchi alle ciambelle... ma il tempo più precario non è il passato, è il futuro, l'essere visti da prestigiosi professionisti e non venire compresi neppure dagli altri proletari come noi; non sapere se si avrà la pensione, anzi, sapere che non la si avrà, come tutti, e avere questa unica certezza non precaria.
Tradotto in una parola: tradurre. Non avere alcuna villa con piscina, a differenza degli odontoiatri e degli idraulici e di certi muratori, e non aver diritto neppure alla stanchezza a fine giornata, ché in fondo le braccia le hai mosse poco, ma forse è anche quello che ti ha stancato. Vallo a spiegare. Vacci a piedi. No, prendi la macchina. Metti la benzina, se ci arrivi. Sentirsi impotenti, e ciononostante volerlo fare ancora. Per puro gusto enigmistico, poetico, di sfida, d'amore, di autolesionismo, o per la pagnotta, che è la più nobile di tutte queste cose. Nobile perché fatta di farina e fatica, di notti insonni come le nostre, da altri sventurati come noi, i nostri stessi occhi rossi ma qualche certezza in più: che il pane si venderà sempre, a differenza dei libri.
Tradurre, un atto d'amore, dice qualcuno. E noi, che lo facciamo a pagamento?
Un libro, mettitelo in testa, è precario, vacilla anche lui, e se non stai attento a camminare bene, la giusta andatura, un piede davanti all'altro come sul filo, presto o tardi casca, e non sarà a lui che daranno la colpa, ma a te. Perché il capo sul quale sta in bilico è il tuo, ma tu non hai un capo, a parte il libro; sei tu che devi obbedirgli, tu, l'equi-
librista.
Tradotto in una parola: tradurre. Non avere alcuna villa con piscina, a differenza degli odontoiatri e degli idraulici e di certi muratori, e non aver diritto neppure alla stanchezza a fine giornata, ché in fondo le braccia le hai mosse poco, ma forse è anche quello che ti ha stancato. Vallo a spiegare. Vacci a piedi. No, prendi la macchina. Metti la benzina, se ci arrivi. Sentirsi impotenti, e ciononostante volerlo fare ancora. Per puro gusto enigmistico, poetico, di sfida, d'amore, di autolesionismo, o per la pagnotta, che è la più nobile di tutte queste cose. Nobile perché fatta di farina e fatica, di notti insonni come le nostre, da altri sventurati come noi, i nostri stessi occhi rossi ma qualche certezza in più: che il pane si venderà sempre, a differenza dei libri.
Tradurre, un atto d'amore, dice qualcuno. E noi, che lo facciamo a pagamento?
Un libro, mettitelo in testa, è precario, vacilla anche lui, e se non stai attento a camminare bene, la giusta andatura, un piede davanti all'altro come sul filo, presto o tardi casca, e non sarà a lui che daranno la colpa, ma a te. Perché il capo sul quale sta in bilico è il tuo, ma tu non hai un capo, a parte il libro; sei tu che devi obbedirgli, tu, l'equi-
librista.
venerdì 10 novembre 2006
Talking with the taxman about poetry* (3)
Dieci cose da non dire mai a un traduttore
di Stefano Negro
- Non mi serve un traduttore professionista, mia figlia ha fatto il linguistico/anche io ho studiato inglese
- Che ci vuole a fare il traduttore, col vocabolario son capaci tutti
- Ah traduci? Sì ma di lavoro cosa fai?
- Ah traduci? Ma non ci sono quei programmi apposta che traducono in automatico?
- Ah traduci? Ma ti pagano?
- Fai il traduttore? Anche mio figlio si interessa di programmazione
- Fai il traduttore? Ma come fai a tradurre mentre uno sta ancora parlando?
- Ma quando traduci mica capisci tutto?
- Traduci? ma i libri o i film?
- Guarda che qui è sbagliato tradurre così, un altro traduttore ha tradotto in quest'altro modo!
*Billy Bragg
di Stefano Negro
- Non mi serve un traduttore professionista, mia figlia ha fatto il linguistico/anche io ho studiato inglese
- Che ci vuole a fare il traduttore, col vocabolario son capaci tutti
- Ah traduci? Sì ma di lavoro cosa fai?
- Ah traduci? Ma non ci sono quei programmi apposta che traducono in automatico?
- Ah traduci? Ma ti pagano?
- Fai il traduttore? Anche mio figlio si interessa di programmazione
- Fai il traduttore? Ma come fai a tradurre mentre uno sta ancora parlando?
- Ma quando traduci mica capisci tutto?
- Traduci? ma i libri o i film?
- Guarda che qui è sbagliato tradurre così, un altro traduttore ha tradotto in quest'altro modo!
*Billy Bragg
Talking with the taxman about poetry* (2)
Una collega, Grazia Patti, raccontava oggi su Biblit quel che succede quando parliamo alla gente del nostro lavoro...
Abito in una cittadina del Sud, e questo spiega già tante cose...in un mondo in cui "lavorare" significa nell'80% dei casi "partire, muoversi, emigrare".
Uno che non parte vuol dire che o è disoccupato, o fa una libera professione...(ma di quelle IMPORTANTI, tipo medico, avvocato, ecc)...o ha avuto la fortuna di trovare il famoso "posticino statale".
Quando la gente mi chiede che lavoro faccio, posso finalmente rispondere, senza alcun dubbio: il TRADUTTORE, dato che da qualche mese lavoro in modo continuato per un paio di agenzie, e dato che da Settembre c'è il mio bel nome sul retro copertina di un catalogo d'arte di Milano.
Solo che la gente del mio paese mi guarda storto: "Traduttore? Cioè?"
Cioè...lavoro col computer, traduco dei testi dall'inglese all'italiano.
E loro: "Da casa tua? Senza spostarti?"
E io: "Sì"
E loro: "Be', coraggio...prima o poi troverai un lavoro vero!"
Al che, dopo lo shock iniziale, cerchi di convincerli che il tuo è un lavoro vero, pagato, che ti fa stancare fisicamente e mentalmente. E soprattutto che ti piace!
Loro ti salutano con un mezzo sorriso, come a dire: "Sì, eh? Va bene, come vuoi" fermi comunque nella loro idea che questo strano essere, il traduttore, è comunque uno che non si muove da casa.
Cioè, un fannullone!
A volte è deprimente sentirsi guardati così, dopo i sacrifici che una ha fatto e fa per questo mestiere. Allora meglio prenderla a ridere, e pensare che prima o poi capiranno!
*Billy Bragg
Abito in una cittadina del Sud, e questo spiega già tante cose...in un mondo in cui "lavorare" significa nell'80% dei casi "partire, muoversi, emigrare".
Uno che non parte vuol dire che o è disoccupato, o fa una libera professione...(ma di quelle IMPORTANTI, tipo medico, avvocato, ecc)...o ha avuto la fortuna di trovare il famoso "posticino statale".
Quando la gente mi chiede che lavoro faccio, posso finalmente rispondere, senza alcun dubbio: il TRADUTTORE, dato che da qualche mese lavoro in modo continuato per un paio di agenzie, e dato che da Settembre c'è il mio bel nome sul retro copertina di un catalogo d'arte di Milano.
Solo che la gente del mio paese mi guarda storto: "Traduttore? Cioè?"
Cioè...lavoro col computer, traduco dei testi dall'inglese all'italiano.
E loro: "Da casa tua? Senza spostarti?"
E io: "Sì"
E loro: "Be', coraggio...prima o poi troverai un lavoro vero!"
Al che, dopo lo shock iniziale, cerchi di convincerli che il tuo è un lavoro vero, pagato, che ti fa stancare fisicamente e mentalmente. E soprattutto che ti piace!
Loro ti salutano con un mezzo sorriso, come a dire: "Sì, eh? Va bene, come vuoi" fermi comunque nella loro idea che questo strano essere, il traduttore, è comunque uno che non si muove da casa.
Cioè, un fannullone!
A volte è deprimente sentirsi guardati così, dopo i sacrifici che una ha fatto e fa per questo mestiere. Allora meglio prenderla a ridere, e pensare che prima o poi capiranno!
*Billy Bragg
venerdì 3 novembre 2006
Quando un libro ti traduce
V'è mai capitato di sentirvi tradotti da un libro?
Immagino succeda spesso, è anche per questo che leggiamo... sentire il nostro tintinnio che risuona tra le pagine di un libro che pare leggerci dentro... succede con le canzoni, che raccontano proprio quella sensazione che stai vivendo, e non è una coincidenza che un autore che ami sembri capirti nel profondo, magari parlare proprio di te.
Ma la cosa strana, di cui voglio parlare oggi però è una coincidenza più buffa: mi capita, praticamente da quando ho iniziato questo strano lavoro, che in ogni libro che traduco -libri che capitano a caso, che a volte non è detto neppure ti piacciano... è un lavoro, non è una libera scelta artistica, e chi fa il mio lavoro conosce benissimo la sensazione di odio che ti prende a volte verso l'autore di quelle pagine maledette, la sensazione del 'avrei saputo scrivere di meglio' da combattere con tutte le tue forze con un grande sforzo di modestia, altrimenti finisce che stai lì a correggere e aggiustare, non a tradurre- in ogni libro che traduco, dicevo, c'è una pagina che parla esattamente di me... mi piacerebbe riportarvene una ogni tanto e raccontarvi come e cosa e quanto e quando... ma se ne riparla.
Immagino succeda spesso, è anche per questo che leggiamo... sentire il nostro tintinnio che risuona tra le pagine di un libro che pare leggerci dentro... succede con le canzoni, che raccontano proprio quella sensazione che stai vivendo, e non è una coincidenza che un autore che ami sembri capirti nel profondo, magari parlare proprio di te.
Ma la cosa strana, di cui voglio parlare oggi però è una coincidenza più buffa: mi capita, praticamente da quando ho iniziato questo strano lavoro, che in ogni libro che traduco -libri che capitano a caso, che a volte non è detto neppure ti piacciano... è un lavoro, non è una libera scelta artistica, e chi fa il mio lavoro conosce benissimo la sensazione di odio che ti prende a volte verso l'autore di quelle pagine maledette, la sensazione del 'avrei saputo scrivere di meglio' da combattere con tutte le tue forze con un grande sforzo di modestia, altrimenti finisce che stai lì a correggere e aggiustare, non a tradurre- in ogni libro che traduco, dicevo, c'è una pagina che parla esattamente di me... mi piacerebbe riportarvene una ogni tanto e raccontarvi come e cosa e quanto e quando... ma se ne riparla.
giovedì 9 marzo 2006
Nuove tecniche di suicidio, dal manuale Schnauzer-Krepoczic 2005
Il vostro amatissimo gatto soriano e il vostro chihuahua pezzato viola a pallini marrone che si nutrivano solo di wiskass e pall sono morti di crepacuore dopo aver guardato una puntata di Rex in cui il famoso collega tedesco di Luca Zingaretti abbaiava un po' troppo forte e non ve la sentite più di campare in un mondo così dove i cuoccioli muoiuonuo di cruepuacuòrue? Vi è scaduta la tessera mediaset premium e non potete più vedere Ulrico del grande fratello che si tromba Sigmunda della grande sorella? Vi ha mollato la fidanzata? Vi siete fidanzati con una molla? Avete difficoltà economiche e non potete più comprarvi il giornaletto di Topolino la domenica? A tutto c'è una soluzione.
Eccovi le nuovissime tecniche di suicidio tratte dal manuale Schnauzer-Krepoczic 2005.
Morsi e rimorsi
(per chi si sente in colpa)
Versatevi addosso un favo di miele e andate, ancora ronzanti di api, nella gabbia dell'orso bruno allo zoo più vicino.
Intossicazione da ferro
(adatta quando nella vostra vita le cose stanno prendendo una brutta piega).
Dopo aver estirpato il cavo elettrico (sgradevole e poco patriottico il ritrovamento del vostro cadavere con una presa tedesca rotonda che vi esce dalla bocca), prendete il ferro da stiro e ingoiatelo tutto intero. Per facilitare la penetrazione dell'ugola, riscaldatelo preventivamente alla temperatura "cotone".
Frusta frustrante
(per gli amanti del sadomaso soft)
Frustatevi le parti intime con un filo di lana di marca Tre Gatti, fino a che morte non sopraggiunga.
Impiccagione sussultoria
(adatta se avete avuto troppi alti e bassi).
Prendete una corda da bungee jumping lunga non più di un metro. Piegatela in due praticando un nodo scorsoio di dimensioni variabili (d'altronde, è scorsoio). Salite su uno sgabello e impiccatevi con la classica tecnica del pedatone alla sedia. Vi ritroveranno tutti pieni di gradevolissimi bernoccoli.
Impiccagione a cucù
(Per chi ha sempre amato fare sorprese).
Come la precedente, ma da praticarsi in orizzontale, legando il nodo scorsoio a un meccanismo a fionda da applicare alla finestra di casa.
Shock analfilattico
(per chi è allergico alle punture di vespa)
Registrate sette puntate di Porta a Porta e guardatele tutte di fila. Poi, mentre state morendo, adoperate sul vostro deretano (insomma, ficcatevi in culo) una grossa supposta di un potente antistaminico prodotto da una multinazionale che si rifiuta di vendere i prodotti a prezzo ridotto nei paesi del terzo mondo (c'è solo l'imbarazzo della scelta, potete pescare alla cieca). Non servirà a salvarvi e anzi prolungherà indefinitamente strazio e dolore, permettendovi di ripensare lungamente a tutti i vostri sbagli prima dell'estremo addio.
Angheria all'anguria
(per chi non sopporta l'idea di morire di caldo)
Mangiate un bella anguria ghiacciata nella quale avrete fatto sostituire tutti i semini con delle puntine da disegno di colore nero.
Tecnica del massacro a domicilio
(adatta a chi non ama il proprio viso e vorrebbe morire con dei connotati differenti)
Tampinate in maniera insopportabile con fiori regali e telefonate la moglie di un noto campione di body building, e quando lui viene a picchiarvi gironzolategli intorno saltellando e canticchiando "Tanto non mi prendi! Tanto non mi prendi!"
Assicuratevi di aver messo in bella vista il coltellaccio da carne che vi ha lasciato vostra nonna, perché alcuni culturisti non sono in grado di utilizzare i loro muscoli per movimenti differenti da quello di sollevare un bilanciere.
Tecnica del Cavolo amaro con olio finale
(adatta per quando c'è una cosa che proprio non mandate giù)
Prendete un cavolfiore bello grosso e cuocetelo in ammoniaca, Dash, coccolino e nutella a novanta gradi per dieci minuti. Fatelo ingerire a viva forza a vostre moglie dicendole che è una antica ricetta neozelandese.
Mentre vostra moglie è in bagno che vomita, chiamate al telefono il vostro cognato, un meccanico alto due metri e dieci, e ditegli che sua moglie se la fa con il postino mentre lui è al lavoro. Scendete in garage, tirate fuori la macchina e andate a sbattere forte forte contro un palo della luce, non tralasciando di zigzagare prima in modo da far finire fuori strada almeno un paio di fuoristrada.
Aprite il cofano ancora fumante, e mugugnando una canzone d'amore persiana estraete l'asticina dell'olio, pulitela, riconficcatela, verificate che sia tra min. e max. mentre la folla inferocita si avvicina. Afferrate prontamente il figlio del vostro vicino di casa e puntate l'asticina dell'olio sul suo collo minacciando di cambiargli il filtro. Il linciaggio sarà rapido e quasi indolore.
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Visita http://www.prevenzionedelsuicidio.it/numero-verde
Se hai perduto una persona a te cara, visita www.soproxi.it
Eccovi le nuovissime tecniche di suicidio tratte dal manuale Schnauzer-Krepoczic 2005.
Morsi e rimorsi
(per chi si sente in colpa)
Versatevi addosso un favo di miele e andate, ancora ronzanti di api, nella gabbia dell'orso bruno allo zoo più vicino.
Intossicazione da ferro
(adatta quando nella vostra vita le cose stanno prendendo una brutta piega).
Dopo aver estirpato il cavo elettrico (sgradevole e poco patriottico il ritrovamento del vostro cadavere con una presa tedesca rotonda che vi esce dalla bocca), prendete il ferro da stiro e ingoiatelo tutto intero. Per facilitare la penetrazione dell'ugola, riscaldatelo preventivamente alla temperatura "cotone".
Frusta frustrante
(per gli amanti del sadomaso soft)
Frustatevi le parti intime con un filo di lana di marca Tre Gatti, fino a che morte non sopraggiunga.
Impiccagione sussultoria
(adatta se avete avuto troppi alti e bassi).
Prendete una corda da bungee jumping lunga non più di un metro. Piegatela in due praticando un nodo scorsoio di dimensioni variabili (d'altronde, è scorsoio). Salite su uno sgabello e impiccatevi con la classica tecnica del pedatone alla sedia. Vi ritroveranno tutti pieni di gradevolissimi bernoccoli.
Impiccagione a cucù
(Per chi ha sempre amato fare sorprese).
Come la precedente, ma da praticarsi in orizzontale, legando il nodo scorsoio a un meccanismo a fionda da applicare alla finestra di casa.
Shock analfilattico
(per chi è allergico alle punture di vespa)
Registrate sette puntate di Porta a Porta e guardatele tutte di fila. Poi, mentre state morendo, adoperate sul vostro deretano (insomma, ficcatevi in culo) una grossa supposta di un potente antistaminico prodotto da una multinazionale che si rifiuta di vendere i prodotti a prezzo ridotto nei paesi del terzo mondo (c'è solo l'imbarazzo della scelta, potete pescare alla cieca). Non servirà a salvarvi e anzi prolungherà indefinitamente strazio e dolore, permettendovi di ripensare lungamente a tutti i vostri sbagli prima dell'estremo addio.
Angheria all'anguria
(per chi non sopporta l'idea di morire di caldo)
Mangiate un bella anguria ghiacciata nella quale avrete fatto sostituire tutti i semini con delle puntine da disegno di colore nero.
Tecnica del massacro a domicilio
(adatta a chi non ama il proprio viso e vorrebbe morire con dei connotati differenti)
Tampinate in maniera insopportabile con fiori regali e telefonate la moglie di un noto campione di body building, e quando lui viene a picchiarvi gironzolategli intorno saltellando e canticchiando "Tanto non mi prendi! Tanto non mi prendi!"
Assicuratevi di aver messo in bella vista il coltellaccio da carne che vi ha lasciato vostra nonna, perché alcuni culturisti non sono in grado di utilizzare i loro muscoli per movimenti differenti da quello di sollevare un bilanciere.
Tecnica del Cavolo amaro con olio finale
(adatta per quando c'è una cosa che proprio non mandate giù)
Prendete un cavolfiore bello grosso e cuocetelo in ammoniaca, Dash, coccolino e nutella a novanta gradi per dieci minuti. Fatelo ingerire a viva forza a vostre moglie dicendole che è una antica ricetta neozelandese.
Mentre vostra moglie è in bagno che vomita, chiamate al telefono il vostro cognato, un meccanico alto due metri e dieci, e ditegli che sua moglie se la fa con il postino mentre lui è al lavoro. Scendete in garage, tirate fuori la macchina e andate a sbattere forte forte contro un palo della luce, non tralasciando di zigzagare prima in modo da far finire fuori strada almeno un paio di fuoristrada.
Aprite il cofano ancora fumante, e mugugnando una canzone d'amore persiana estraete l'asticina dell'olio, pulitela, riconficcatela, verificate che sia tra min. e max. mentre la folla inferocita si avvicina. Afferrate prontamente il figlio del vostro vicino di casa e puntate l'asticina dell'olio sul suo collo minacciando di cambiargli il filtro. Il linciaggio sarà rapido e quasi indolore.
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mercoledì 8 febbraio 2006
Susan's house*
Su Gioia del 18 gennaio 2006 hanno parlato della "mia" Musgrave... domande banalotte, risposte semplici e sensate... La zia Susan è così, anche di persona... una donna semplice, dolce, un po' timida, senza fronzoli. Immagino benissimo il suo imbarazzo a sentirsi chiedere la differenza tra il bene e il male... "In Canada mi chiedono solo dei miei libri, non mi chiedono mai cos'è il bene e cos'è il male, o se ho provato a redimere il mio uomo..." mi ha spiegato durante il nostro incontro a Roma. "Certo," le ho risposto. "Ma in Canada non hanno il Vaticano."
Susan Musgrave ha 54 anni e non fa niente per nasconderlo. Il viso segnato rivela una vita all'ultimo respiro, vissuta all'insegna di un'attrazione fatale per gli avventurieri e la trasgressione. Il secondo marito era un trafficante internazionale di stupefacenti (l'ha conosciuto perche' era difeso dal primo marito, avvocato penalista), il terzo un rapinatore di banche.
Poetessa e scrittrice di culto nel suo paese, il Canada, e' stata protagonista anche di un documentario, "La poetessa e il bandito". Nei suoi romanzi si racconta con una scanzonata dose di humour nero. Vale la pena leggerli visto che adesso, grazie a un piccolo editore, Meridianozero, sono pubblicati in Italia. Il primo, "Cargo di orchidee", e' ambientato in un carcere femminile e ricostruisce le vite di tre detenute.
Almeno una volta nella vita tutte le donne sognano la fuga d'amore con un avventuriero...
Non ho mai pensato di realizzare una fantasia: sono scappata con l'uomo che amavo. E' successo. L'ho conosciuto perche' mio marito, avvocato penalista, era il suo difensore. E' stato amore a prima vista e, lo confesso, sentivo che in quella fuga c'era la possibilita' di un'avventura e questo era molto, molto attraente.
Cos'e' l'avventura?
Fuga dalla noia, possibilita' di vivere una nuova vita.
Le convenzioni sociali non l'hanno mai preoccupata?
Sono un'amica leale e generosa. Non rappresento una minaccia politica, non sono competitiva, vivo a nord di Vancouver, in un villaggio di poche centinaia di anime. Poi il Canada ti protegge. Negli Usa forse avrei avuto vita difficile.
Lei ha due figlie, Charlotte, di 24 anni, e Sophie, di 16. Come le ha tutelate?
Sono stata prima di tutto una madre e le ho incoraggiate a sviluppare la loro personalita'. I compagni le guardano con ammirazione perche' il mio terzo marito, il rapinatore di banche, e' in Canada un personaggio di culto, alla Bonnie and Clyde.
Che differenza vede fra il bene e il male?
Il male e' fare qualcosa con la consapevolezza che altri soffriranno. In inglese male si dice "evil" che, letto al contrario, diventa "live", vivere. Il male puo' diventare anche qualcosa di positivo.
Erica Arosio
*Eels
Susan Musgrave ha 54 anni e non fa niente per nasconderlo. Il viso segnato rivela una vita all'ultimo respiro, vissuta all'insegna di un'attrazione fatale per gli avventurieri e la trasgressione. Il secondo marito era un trafficante internazionale di stupefacenti (l'ha conosciuto perche' era difeso dal primo marito, avvocato penalista), il terzo un rapinatore di banche.
Poetessa e scrittrice di culto nel suo paese, il Canada, e' stata protagonista anche di un documentario, "La poetessa e il bandito". Nei suoi romanzi si racconta con una scanzonata dose di humour nero. Vale la pena leggerli visto che adesso, grazie a un piccolo editore, Meridianozero, sono pubblicati in Italia. Il primo, "Cargo di orchidee", e' ambientato in un carcere femminile e ricostruisce le vite di tre detenute.
Almeno una volta nella vita tutte le donne sognano la fuga d'amore con un avventuriero...
Non ho mai pensato di realizzare una fantasia: sono scappata con l'uomo che amavo. E' successo. L'ho conosciuto perche' mio marito, avvocato penalista, era il suo difensore. E' stato amore a prima vista e, lo confesso, sentivo che in quella fuga c'era la possibilita' di un'avventura e questo era molto, molto attraente.
Cos'e' l'avventura?
Fuga dalla noia, possibilita' di vivere una nuova vita.
Le convenzioni sociali non l'hanno mai preoccupata?
Sono un'amica leale e generosa. Non rappresento una minaccia politica, non sono competitiva, vivo a nord di Vancouver, in un villaggio di poche centinaia di anime. Poi il Canada ti protegge. Negli Usa forse avrei avuto vita difficile.
Lei ha due figlie, Charlotte, di 24 anni, e Sophie, di 16. Come le ha tutelate?
Sono stata prima di tutto una madre e le ho incoraggiate a sviluppare la loro personalita'. I compagni le guardano con ammirazione perche' il mio terzo marito, il rapinatore di banche, e' in Canada un personaggio di culto, alla Bonnie and Clyde.
Che differenza vede fra il bene e il male?
Il male e' fare qualcosa con la consapevolezza che altri soffriranno. In inglese male si dice "evil" che, letto al contrario, diventa "live", vivere. Il male puo' diventare anche qualcosa di positivo.
Erica Arosio
*Eels
martedì 13 dicembre 2005
Dead man walking*
"Dopo averla osservata da tutti i punti di vista, sono giunta alla conclusione che la pena di morte è un altro sintomo della confusione che regna nella nostra società. La pena capitale non è più efficace nello scoraggiare il crimine di quanto non lo fossero i sacrifici aztechi nell'assicurare che il sole continuasse a brillare nel cielo. La pena capitale, nello Stato odierno, potrebbe essere definita come una risposta 'spirituale' istituzionalizzata a un problema che la cultura e la tecnologia non sono in grado di risolvere. Alle frange religiose di destra questa soluzione magica piace. Il loro sostegno alla pena di morte è un sintomo del loro stesso malessere, del loro bisogno di focalizzare il proprio odio su coloro che sono già i soggetti più svantaggiati della nostra società."
Susan Musgrave, Cargo di Orchidee
*Bruce Springsteen
Susan Musgrave, Cargo di Orchidee
*Bruce Springsteen
lunedì 18 luglio 2005
Blue orchid (2)
Ancora due belle recensioni di Cargo di Orchidee,
la prima scritta dal filosofo Giulio Giorello e pubblicata sul settimanale "Grazia",
mentre la seconda, tratta dal bimestrale "Pulp", è di Domenico Gallo.
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La fonte del dolore è inesauribile, «e il cuore deve sempre fare spazio per ospitarne ancora». Così si chiude Cargo di orchidee, romanzo quasi autobiografico di Susan Musgrave, splendidamente tradotto da Giuseppe Iacobaci per Meridiano Zero*. Musgrave - nata nel 1951 in California, ma cresciuta a Vancouver -è definita l'enfante terrible della letteratura canadese. Lei dice che il suo elemento «è il vento: più soffia e meglio sto» (come si legge in una recente intervista). I benpensanti le rimproverano una certa propensione per i tipi criminali - il suo attuale consorte sta scontando una lunga pena per una rapina a una banca. I media parlano sempre più della «poetessa e il bandito», forse non sapendo di ricorrere a uno schema antichissimo, un vero e proprio archetipo che attraversa le più diverse culture. A ogni angolo del mondo: dal sertao del Brasile, che negli anni Trenta vide l'amore di Maria Bonita per il re dei fuorilegge Lampiao, alle foreste dell'India, teatro negli anni Settanta delle imprese di Phoolan Devi, la donna che ha combattuto - fucile alla mano - contro il sistema delle caste. Sarebbe facile ridurre tutto a un romanticismo di maniera affascinato dalla delinquenza. Le pagine di Susan Musgrave mostrano invece il volto crudele delle stesse istituzioni depurate a reprimere il crimine. Così parla la protagonista del libro dal braccio della morte: «Dopo averla osservata da tutti i punti di vista, sono giunta alla conclusione che la pena capitale è un sintomo della confusione che regna nella nostra società. Non è più efficace nello scoraggiare il crimine di quanto non lo fossero i sacrifici aztechi nell'assicurare che il sole continuasse a brillare nel cielo».
Giulio Giorello,
dal settimanale "Grazia"
*WOW!, NdY ;-)...
...ma lo sapete quanto è raro per un traduttore anche semplicemente essere citato in una recensione? (mentre il prezzo e il numero di pagine non mancano mai...)
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Susan Musgrave afferma che uno scrittore deve proporre fatti estremi, e lei, poetessa e criminale, sembra sottointendere la grande forza delle esperienze personali per poter trasportare in letteratura una forma di tragicita' altrimenti inafferrabile. Se pensiamo alla categoria degli "scrittori maledetti", spesso banalizzata dai troppi aspiranti montati dagli editor, e a scrittori come George Orwell (combattente e vagabondo) e Derek Raymond, e' evidente la fisicita' dell'esperienza estrema, e come questa ricada violentemente nella visione del mondo che esprimono i protagonisti delle loro storie. Susan Musgrave dichiara che la scrittura l'ha salvata dalla prigione e dal suicidio, e la sua intensa carriera letteraria e' stata costantementte affiancata da un'esistenza vissuta a contatto con il lato oscuro della societa'. Un marito narcotrafficante e un altro celebre rapinatore fanno di lei molto di piu' di un'attenta osservatrice del mondo criminale, cosi' diffusamnete descritto dagli autori noir. Cargo di orchidee e' una storia pesante e al limite del delirio, dai tratti talvolta grotteschi; un cinico flashback di una donna rinchiusa nel braccio della morte, in attesa dell'iniezione letale, accusata di aver ucciso il proprio figlio. Nonostante una tale premessa, la capacita' letteraria di Susan Musgrave e' tale da governare una tragicita' assoluta come questa e imporre un'inquietante serenita'. Il dominio delle parole e' totale, nonostante la drammaticita' dei fatti raccontati avrebbe consentito una dittatura della vicenda, come spesso accade nei libri di questi ultimi anni che trovano un successo proprio nel racconto dell'indicibile. Il perverso umorismo, sicuramente vicino ad alcune scritture dei fratelli Coen, e' il segno della cura con cui la poetessa si rivolge al romanzo, un interesse non solo formale ma evidentemente politico. Un impegno non facile quello di dar voce, senza retorica o pieta', alle persone sotterrate nelle carceri.
Domenico Gallo
da "Pulp" n.57, settembre-ottobre 2005
la prima scritta dal filosofo Giulio Giorello e pubblicata sul settimanale "Grazia",
mentre la seconda, tratta dal bimestrale "Pulp", è di Domenico Gallo.
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La fonte del dolore è inesauribile, «e il cuore deve sempre fare spazio per ospitarne ancora». Così si chiude Cargo di orchidee, romanzo quasi autobiografico di Susan Musgrave, splendidamente tradotto da Giuseppe Iacobaci per Meridiano Zero*. Musgrave - nata nel 1951 in California, ma cresciuta a Vancouver -è definita l'enfante terrible della letteratura canadese. Lei dice che il suo elemento «è il vento: più soffia e meglio sto» (come si legge in una recente intervista). I benpensanti le rimproverano una certa propensione per i tipi criminali - il suo attuale consorte sta scontando una lunga pena per una rapina a una banca. I media parlano sempre più della «poetessa e il bandito», forse non sapendo di ricorrere a uno schema antichissimo, un vero e proprio archetipo che attraversa le più diverse culture. A ogni angolo del mondo: dal sertao del Brasile, che negli anni Trenta vide l'amore di Maria Bonita per il re dei fuorilegge Lampiao, alle foreste dell'India, teatro negli anni Settanta delle imprese di Phoolan Devi, la donna che ha combattuto - fucile alla mano - contro il sistema delle caste. Sarebbe facile ridurre tutto a un romanticismo di maniera affascinato dalla delinquenza. Le pagine di Susan Musgrave mostrano invece il volto crudele delle stesse istituzioni depurate a reprimere il crimine. Così parla la protagonista del libro dal braccio della morte: «Dopo averla osservata da tutti i punti di vista, sono giunta alla conclusione che la pena capitale è un sintomo della confusione che regna nella nostra società. Non è più efficace nello scoraggiare il crimine di quanto non lo fossero i sacrifici aztechi nell'assicurare che il sole continuasse a brillare nel cielo».
Giulio Giorello,
dal settimanale "Grazia"
*WOW!, NdY ;-)...
...ma lo sapete quanto è raro per un traduttore anche semplicemente essere citato in una recensione? (mentre il prezzo e il numero di pagine non mancano mai...)
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Susan Musgrave afferma che uno scrittore deve proporre fatti estremi, e lei, poetessa e criminale, sembra sottointendere la grande forza delle esperienze personali per poter trasportare in letteratura una forma di tragicita' altrimenti inafferrabile. Se pensiamo alla categoria degli "scrittori maledetti", spesso banalizzata dai troppi aspiranti montati dagli editor, e a scrittori come George Orwell (combattente e vagabondo) e Derek Raymond, e' evidente la fisicita' dell'esperienza estrema, e come questa ricada violentemente nella visione del mondo che esprimono i protagonisti delle loro storie. Susan Musgrave dichiara che la scrittura l'ha salvata dalla prigione e dal suicidio, e la sua intensa carriera letteraria e' stata costantementte affiancata da un'esistenza vissuta a contatto con il lato oscuro della societa'. Un marito narcotrafficante e un altro celebre rapinatore fanno di lei molto di piu' di un'attenta osservatrice del mondo criminale, cosi' diffusamnete descritto dagli autori noir. Cargo di orchidee e' una storia pesante e al limite del delirio, dai tratti talvolta grotteschi; un cinico flashback di una donna rinchiusa nel braccio della morte, in attesa dell'iniezione letale, accusata di aver ucciso il proprio figlio. Nonostante una tale premessa, la capacita' letteraria di Susan Musgrave e' tale da governare una tragicita' assoluta come questa e imporre un'inquietante serenita'. Il dominio delle parole e' totale, nonostante la drammaticita' dei fatti raccontati avrebbe consentito una dittatura della vicenda, come spesso accade nei libri di questi ultimi anni che trovano un successo proprio nel racconto dell'indicibile. Il perverso umorismo, sicuramente vicino ad alcune scritture dei fratelli Coen, e' il segno della cura con cui la poetessa si rivolge al romanzo, un interesse non solo formale ma evidentemente politico. Un impegno non facile quello di dar voce, senza retorica o pieta', alle persone sotterrate nelle carceri.
Domenico Gallo
da "Pulp" n.57, settembre-ottobre 2005
sabato 2 luglio 2005
Blue Orchid*
CARGO DI ORCHIDEE, SUSAN MUSGRAVE
Dal braccio della morte
SONO LE ORCHIDEE IL SIMBOLO DOMINANTE DEL ROMANZO FORTEMENTE AUTOBIOGRAFICO della scrittrice americana Susan Musgrave, che attualmente vive a Vancouver. Un fiore a cui associamo un’idea di bellezza e di crudeltà predatrice nascosta nella sua esplosione di colore: trabocca di orchidee il libro della Musgrave, un’ orchidea è appuntata all’occhiello di Angel Corazón, il signore della droga di cui si innamora la protagonista che racconta la storia dal Braccio della Morte di un penitenziario femminile; coltiva mille varietà di orchidee la Vedova Nera che dirige le operazioni del traffico della polvere bianca da Tranquilandia, isola al largo della Colombia; quando la narratrice è incinta del piccolo Angel, il suo è un “ventre di orchidea”, e infine, nell’ atto conclusivo, è coperta di orchidee la bara che contiene il corpicino straziato di un innocente e nasconde qualcos’altro.
Quando si dice il destino di una vita: è attraverso Carmen de Corazón, di cui ha tradotto il libro sulla sua esperienza come prigioniera di un gruppo di guerrigliere narcoterroriste, che la protagonista conosce e sposa l’avvocato difensore dei fratelli Corazòn, arrestati per traffico di droga, incontra in carcere Angel Corazón, fa l’amore con lui e ne aspetta il figlio. Angel muore durante un fallito tentativo di fuga e lei viene rapita dalla moglie di questi, la spietata Consuelo di cui si dice, ‘sfrega un fiammifero sull’anima di Consuelo, non batterà ciglio’. Perché quello che Consuelo vuole è il figlio che lei non ha mai avuto e che è figlio di suo marito, per crescerlo a Tranquilandia e farne il niño del narcotraffico.
E così, con le differenze del caso e con la reclusione e la condanna finale, la protagonista si trova a rivivere la storia che aveva tradotto nel libro di Carmen e che, nel racconto, si alterna fra il presente in cella, in attesa dell’esecuzione della condanna, e il passato, chiusa in un’altra cella che è una stanza di un albergo fatiscente, in attesa di partorire. E poi ancora segregata in una gabbia dorata, dopo la nascita del bambino, nutrita a cocaina, tenuta prigioniera dalla donna che ha la morte degli altri e il denaro come ragione di vita e che- ironia finissima- abbina un nome e un cognome, Consuelo Corazón, che smentisce con ogni suo atto e ogni sua parola.
E’ l’ironia, un humour caustico che riesce a rendere divertente una storia di morte, la cifra del romanzo di Susan Musgrave che, nella vita, ha sposato il bandito e scrittore Stephen Reid, conosciuto in carcere. Ed è difficile dire se leggiamo con più piacere le parti in cui narra delle giornate in prigione e dell’amicizia con le altre due donne che fanno con lei il conto alla rovescia di quanto resta loro da vivere o quelle più avventurose del rapimento, della dipendenza dalla droga, dello strazio di dover abbandonare il figlio.
Durissima la posizione contro la pena di morte (certo, una delle sue compagne aveva messo i due figli sulle rotaie di un treno in arrivo, ma che poteva fare per quei gemelli siamesi che soffrivano e che lei non aveva i soldi per far operare?), altrettanto dura e colma della disperazione che si prova davanti ad una situazione irrisolvibile la descrizione della realtà colombiana, della miseria che porta i bambini a diventare giovani sicari, se non sono finiti prima nelle mani di trafficanti di organi. Eppure, con tutta la sua crudezza, un libro straordinariamente poetico.
Susan Musgrave, Cargo di orchidee, Ed. Meridianozero, trad. Giuseppe Iacobaci, pagg. 311, Euro 15,00
Marilia Piccone, dal sito
http://www.stradanove.net/news/testi/index/libri.html
Bellissima recensione, eh? Inutile girarci tanto intorno: fatevi felici e correte a comprare questo libro. Non aspettate che la vostra libreria lo porti, ma prenotatelo... non fidatevi mai quando i librai vi dicono "dovrebbe arrivare", perché non vuol dire assolutamente NULLA. È la frase che usano quando non sanno cosa dirvi e non vogliono perdere tempo; lo fanno per farvi desistere dalla ricerca della Buona Letteratura Che Fa Godere e spingervi verso il solito insulso Dan Brown... ma dentro di voi lo sapete, che non si può leggere un libro solo perché l'hanno letto tutti... la vita è breve, e non possiamo trascorrerla a sbadigliare e a farci prendere per i fondelli dall'ultimo prosivendolo uscito dal cilindro... in questo breve tempo che ci è dato dobbiamo costruire, crescere, imparare, gettarci a capofitto nell'abisso del Piacere, nel terribile turbinio del Fastidio. La vita è troppo breve per conoscerne e viverne una sola, ma attraverso le pagine di un romanzo si può diventare qualcun altro, si possono fare esperienze inattese, vivere avventure impossibili, immersi in un libro si può amare, conoscere la prigionia, discendere gli ultimi gradini dell'abominio; la copertina di un libro può diventare la porta socchiusa di una stanza buia dove un estraneo ti attende per fare l'amore; tra le sue pagine si può diventare tossicodipendenti all'ultimo stadio, conoscere lo stupore inaudito della maternità, affrontare il mostro della colpa, morire addirittura, varcando la soglia dell'ultima imprevedibile pagina. E rinascere nuovamente uscendone fuori: rinascere sé stessi, ma con qualcosa di più nel cuore. Un libro non si sceglie mai a caso. Un libro non ci sceglie mai per caso. "Cargo di Orchidee" di Susan Musgrave ha scelto me, e io sono onorato e felice di averlo tradotto. Ecco ancora un testo apparso sul Venerdì di Repubblica del 26 giugno...
Quell'attrazione fatale della poetessa per i banditi
Ha sposato un narcotrafficante e poi un rapinatore di banche. Eppure Susan Musgrave e' una delle piu' note autrici canadesi. Ora in Italia arriva un suo romanzo. Che somiglia tanto alla sua vita.
"Un giorno, alle medie, il preside mi chiamo' per dirmi che se avessi continuato a marinare la scuola, frequentando brutti ceffi e scrivere poesie, avrei finito per fare un solo mestiere: la puttana. Ero una bambina solitaria e pensai: 'Impossibile. Non potrei mai lavorare con qualcun altro'
Aveva ragione lei. Susan Musgrave ha abbandonato la scuola a 15 anni, ha continuato a scrivere poesie e ad avere un debole per i malviventi (il suo secondo marito era un trafficante internazionale di stupefacenti; il terzo ha rapinato piu' di 140 banche a mano armata). Ed e' diventata una delle piu' celebri poetesse del Canada: ha scritto svariate raccolte di versi, tre romanzi, libri per bambini, saggi, articoli, sceneggiature Ricevendo premi e riconoscimenti vari.
"Scrivere mi ha sempre salvato, forse dal carcere, forse dal suicidio," racconta al telefono dall'isola di vancouver, dove vive in una casa nel bosco, con le due figlie avute dai mariti fuorilegge.
"Il caos che e' in me si sfoga nelle parole e si riordina sulla pagina".
Il suo romanzo Cargo di orchidee, che ora Meridiano zero pubblica in Italia, e' un racconto violento, agghiacciante, con tratti di inaspettata umanita' e ironia, ispirato alla sua vita estrema. La storia e' narrata in prima persona da una detenuta nel braccio della morte di un carcere USA. Condannata per avere ucciso suo figlio. Soprannominata "la regina della cocaina".
Com'e' finita li'? Il ricordo di una vita disperata si alterna alla descrizione di una quotidianita' assurda, in attesa dell'iniezione letale. Cosi' riaffiora il matrimonio con un losco avvocato difensore dei signori della droga. La passione per un cliente del marito, un boss di un cartello columbiano: lei lo va a trovare in carcere e rimane incinta. Ma lui muore in un tentativo di fuga. Si apre il baratro: la protagonista e' rapita dalla moglie del boss, che la tiene prigioniera in Colombia, in condizioni disumane, e la nutre di cocaina. Finche' non e' piu' in grado di badare al bambino nato dall'adulterio.
Fino a che punto il racconto e' autobiografico, signora Musgrave?
"Non sono mai stata rapita, ne' condannata per omicidio... Ma il mio primo marito era un avvocato penalista. il secondo, narcotrafficante, un suo cliente. Il terzo, quello attuale, Stephen Reid, che ho sposato in carcere nel 1986, ha problemi di tossicodipendenza da quando a 11 anni e' caduto nella rete di un pedofilo, che fino ai 14 lo ha riempito di morfina. Dunque invento, si', ma i germi di cio' che scrivo vengono dalla vita. Creda a me: quanto a durezza, la realta' supera la fantasia."
Susan Musgrave e' una donna che dice le cose come stanno. E come stanno le affronta. Le vicende della sua vita, intrecciata con quella di Stephen Reid, che negli anni Settanta fu uno degli uomini piu' ricercati dall'FBI come capo della Stopwatch Band, la Banda del Cronometro (rapine per 8 milioni di dollari), e' stata ricostruita in un documentario della TV canadese CBC: La poetessa e il bandito. le loro sono esistenze ai margini.
Due studenti con una marcia in piu', quanto a intelligenza: Susan nella cittadina di Victoria, sulla West Coast del canada, Stephen a Massey, nell'Ontario. Troppo svegli per accontentarsi di quel susseguirsi di giornate sonnolente in provincia: l'infanzia di lui e' tosta, quella di lei e' scontrosa. "Sono stata concepita sul battello da pesca di mio padre, in una notte di tempesta," ride Susan. "Da allora il mio elemento e' il vento: piu' soffia, meglio sto. E come papa', che non sopportava le autorita', le imperfezioni e gli sciocchi, sono sempre a disagio tra la gente normale."
Infatti a 15 anni scappa. Come dall'altro capo del Canada scappa Stephen. Sono gli anni Sessanta, quelli del movimento hippy: i due si sfiorano, senza incontrarsi, in un "raduno dell'amore" nel parco di vancouver. "Mai fumato una sigaretta, prima, mai bevuto alcol, " racconta Susan. "Ho esordito con l'LSD." Tanto da essere ricoverata, un anno dopo, in un ospedale psichiatrico, dove l'unico sollievo e' scrivere versi. Che finiscono nelle mani di un celebre poeta canadese, Robert Skelton: e' lui a tirarla fuori di li' e a metterla in contatto con un editore. A 16 anni Susan, bellissima con tutte le sue poesie, debutta sulla scena letteraria canadese: quelle sue immagini di repressione e violenza cominciano a renderla sempre piu' famosa.
Come famoso diventera' Stephen. Lui finisce la prima volta in carcere a 16 anni, per spaccio. "Mesi e mesi tra i criminali veri: ero il piu' giovane li'," racconta. "Da tossico disperato mi sono trasformato in bandito temibile." Presto e' riacciuffato per rapina. Evade. Con altri due balordi organizza il piu' grande furto d'oro della storia canadese, quello che battezza la Banda del Cronometro. ma dopo un anno e' di nuovo dietro le sbarre.. per poco: evade ancora, come i suoi complici. I tre varcano la frontiera e giu' a rapinare banche statunitensi. Colpi perfetti, via col bottino in due minuti, senza sparare un colpo. Vita da nababbi per anni. Finche' un riciclatore di denaro sporco non li tradisce.
Intanto Susan si e' trasferita su un'isola delle Queen Charlotte Islands, sedotta dalla natura selvaggia e dagli schizzati che vivono laggiu'. Il suo primo romanzo, dichiaratamente autobiografico, narra la fuga da un amore violento nell'inquietante foresta dell'isola.
Tornata sulla terraferma, sposa un avvocato, ma il matrimonio dura poco. E' il 1979 quando una barca partita dalla Colombia e diretta in Alaska e' costretta a fare scalo sulla costa canadese per un'avaria al motore. La polizia trova a bordo 33 tonnellate di marijuana. E il marito di Susan un nuovo cliente: Paul Nelson, responsabile di quel traffico. Lo difende e riesce anche a farlo scagionare contro qualsiasi evidenza. Mal gliene incolse: durante i festeggiamenti per la sua assoluzione, Susan annuncia al marito che seguira' Paul in Colombia. L'idillio dura due anni: lei scrive, lui continua a lavorare nei "trasporti", si fa per dire. Si sposano e nasce Charlotte. Ma nel 1982 Paul viene arrestato.
E piu' o meno contemporaneamente viene acciuffato anche Stephen, a molti chilometri di distanza, in USA. E' condannato a 42 anni in un carcere di massima sicurezza ed estradato in Canada. Dove ormai, sola con Charlotte, e' tornata anche Susan, a comporre versi e lavorare per le case editrici. Stephen racconta: "Chiuso in quel luogo terrificante, decisi di metter su carta la mia vita: quella che non risultava dagli atti processuali. Iniziata quando quel pedofilo mi rubo' il futuro." Un criminologo fa finire il manoscritto sulla scrivania di Susan.
"Non sognavo certo un altro marito dietro le sbarre, ma sono rimasta sedotta dal suo protagonista: commovente, con una straordinaria dignita'," racconta lei oggi. "Credo ci si innamori di chi incarna le parti piu' segrete e inammissibili di noi stessi." Per mesi i due si corteggiano nella sala colloqui e infine si sposano nella cappella del carcere. Quando Stephen ottiene la liberta' vigilata, costruiscono una casa intorno a un grande albero, in un bosco dell'isola di Vancouver, e nasce Sophie. Non solo: il racconto della vita di Stephen, Jackrabbit Parole, diventa un bestseller.
Ma la quotidianita' e' insidiosa. Susan ormai e' celebre, pubblica un libro dopo l'altro, interviste, articoli. Stephen stenta a scrivere il suo secondo romanzo. E torna a drogarsi. Di brutto: eroina, cocaina, alcol. "Riuscivo solo a tenerlo in vita. A stento," spiega lei. "Vivere con un tossico e' come piombare in un vortice. La forza? La trovavo nella sua dolcezza di padre affettuoso, marito fedele, amante garbato, amico generoso. Ci puo' essere molta umanita' anche nei criminali. Un paradosso? La vita ne e' piena: ci puo' essere molta crudelta' anche in chi cerca di raddrizzarli."
Tirano avanti dieci anni. Finche' Stephen non rapina un'altra banca. Un colpo mal fatto, quando e' fuori di testa: per la prima volta arriva a sparare. E' un caso che non ci siano vittime: gli danno 18 anni di reclusione. Oggi e' dentro da 6. "Dopo aver distrutto tutto il resto," commenta Susan, "deve aver cercato di distruggere anche la sua antica immagine di bandito scaltro."
Lei aspetta il suo ritorno?
"Non sono il tipo. So che e' inutile: le cose non sono mai come te le aspetti." Ha rimpianti? "Uno solo: non aver prestato abbastanza attenzione ai cartelli che indicano 'direzione vietata'."
articolo di Antonella Barina
Altre recensioni si possono trovare su "Drive Magazine":
http://www.drivemagazine.net/librirece/meze05.html
e su "Thriller Magazine"
http://www.thrillermagazine.it/notizie/1341
qui potrete trovare la scheda descrittiva del libro, ed eventualmente acquistarlo:
http://www.meridianozero.it/new/musgrave1.htm
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*il titolo viene da un brano dei White Stripes
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