venerdì 10 novembre 2006

Talking with the taxman about poetry* (2)

Una collega, Grazia Patti, raccontava oggi su Biblit quel che succede quando parliamo alla gente del nostro lavoro...

Abito in una cittadina del Sud, e questo spiega già tante cose...in un mondo in cui "lavorare" significa nell'80% dei casi "partire, muoversi, emigrare".

Uno che non parte vuol dire che o è disoccupato, o fa una libera professione...(ma di quelle IMPORTANTI, tipo medico, avvocato, ecc)...o ha avuto la fortuna di trovare il famoso "posticino statale".

Quando la gente mi chiede che lavoro faccio, posso finalmente rispondere, senza alcun dubbio: il TRADUTTORE, dato che da qualche mese lavoro in modo continuato per un paio di agenzie, e dato che da Settembre c'è il mio bel nome sul retro copertina di un catalogo d'arte di Milano.
Solo che la gente del mio paese mi guarda storto: "Traduttore? Cioè?"
Cioè...lavoro col computer, traduco dei testi dall'inglese all'italiano.
E loro: "Da casa tua? Senza spostarti?"
E io: "Sì"
E loro: "Be', coraggio...prima o poi troverai un lavoro vero!"

Al che, dopo lo shock iniziale, cerchi di convincerli che il tuo è un lavoro vero, pagato, che ti fa stancare fisicamente e mentalmente. E soprattutto che ti piace!
Loro ti salutano con un mezzo sorriso, come a dire: "Sì, eh? Va bene, come vuoi" fermi comunque nella loro idea che questo strano essere, il traduttore, è comunque uno che non si muove da casa.
Cioè, un fannullone!

A volte è deprimente sentirsi guardati così, dopo i sacrifici che una ha fatto e fa per questo mestiere. Allora meglio prenderla a ridere, e pensare che prima o poi capiranno!


*Billy Bragg

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