domenica 3 febbraio 2008

Come affrontare i debitori insolventi

(frammenti tratti da "Viaggio al termine della stanza" di Tibor Fischer, traduzione del sottoscritto.)

Aspetto quest’assegno da ormai un anno. Non è una grossa somma di denaro. È una piccola somma. È buffo, ma il fatto che la Mord & Fuggy Productions non mi abbia pagato questa piccola somma di denaro mi infastidisce allo stesso modo che se mi avessero negato una grossa cifra. Per quanto sgradevole e riprovevole possa essere, il perché non ti paghino una grossa somma di denaro lo si può capire: vogliono tenersi la grana per più tempo possibile. Sta di fatto che la Mord & Fuggy è una grande e fiorente azienda. Il mangime di un giorno per il pesce rosso che hanno nella reception potrebbe costare loro più della somma in questione.
Sono fortunata. Non ho bisogno di questi soldi. E, cosa più importante, se pure ne avessi bisogno, non potrei farmene granché, tanto è insignificante la cifra. Ma il motivo per cui la cosa mi infastidisce tanto è presto detto.
Sono stati loro a cercarmi. Non li ho cercati io. Telefonarono per un lavoretto da poco. La tizia con la quale parlai era disperata. Lo feci a titolo di cortesia. Era il corrispondente in disegno di una lavata di piatti. Mandai una fattura, da professionista. E lì iniziò l’attesa.
Prima di tutto ci fu la fase delle fatture scomparse. Dovetti inviarne tre. A complicare le cose si aggiunse la sparizione degli addetti con i quali parlavo. Iniziai con una certa Heather, proseguii con una certa Dawn che divenne rapidamente una certa Gail, poi qualcuno di cui non ricordo il nome e una Nicola. Nessuna di loro sapeva nulla della faccenda del mio pagamento e nessuna di loro era granché intenzionata a risolverla.
Telefonavo solo ogni tre settimane o giù di lì, non volevo disturbare, e facevo delle gradevoli chiacchiere con le ragazze, chiedevo come se la passavano, se avevano trascorso un buon weekend, mostrando interesse nei loro confronti. Con Gail ebbi pure una lunga chiacchierata sulle scarpe da corsa: chiacchieravo perché mi piace essere cordiale. Credo che la cortesia non costi nulla, dobbiamo tutti stare al mondo, e poi mi illudevo che la gentilezza potesse anticipare l’arrivo dell’assegno.
Il miglior trucco, quando non vuoi pagare qualcuno, è dirgli che lo paghi. Se avessero cominciato da subito con il dire: “Ci taglieremmo le gambe piuttosto che sganciarti un penny” almeno mi sarebbe balenata per la mente l’eventualità di adire vie legali, anche se la somma in questione non mi sarebbe bastata nemmeno per pagare il battito di palpebre di un avvocato.
E la cosa più fastidiosa è che non lo fanno per infastidirmi. Sono solo degli arruffoni. La fase in cui mi consideravo ora era quella del “questo giovedì”. Adesso, ogni volta che telefonavo e spiegavo di non aver ancora ricevuto l’assegno, mi veniva risposto con incredulità e fastidio, con l’evidente sottinteso che, a qualche recondito livello, la colpa era mia: ero io a portare iella a un procedimento semplice. La mia interlocutrice tirava un sospiro profondo e diceva: “Faccio una verifica”. Restavo per dieci minuti in attesa, poi una voce esasperata sbuffava: “Verrà emesso questo giovedì”.
Mi rimbocco le maniche per fare una telefonata. Il lavoro di Nicola adesso è svolto da un certo Mabarak. Il cambio di sesso mi rincuora. Ripercorro la cronologia degli eventi e l’inesistenza dell’assegno. Mabarak non sbuffa, né si spazientisce durante l’esposizione. «Faccio una verifica e la richiamo al più presto» dice. Di solito protesterei di fronte a un benservito in piena regola come questo. Voglio credere.
Quel giorno stesso, più tardi, richiama davvero.
«Ha commesso un errore: non ha fatto alcun lavoro per noi.»
«Prego?»
«Ho verificato, non ha svolto nessun lavoro per noi.»
«Le dico di sì.»
«Ho controllato, non ne ha fatti. Ci starà scambiando con qualcun altro. Temo di non poter fare altro per aiutarla.»
Sono sbigottita. Questa mi ha stesa. Fosse premeditata, sarebbe una tattica fenomenale. Prendi della gente per tinteggiarti l’appartamento e, quando è ora di pagare, neghi senza batter ciglio che abbiano svolto il lavoro. Come potranno dimostrare di aver dipinto di giallo quel muro? Valuto l’eventualità di mollare l’osso. Ormai devo aver già speso in telefonate l’equivalente della parcella. Mi siedo un momento e valuto se riesco a digerire la prospettiva della resa. Nello stomaco mi si forma un grumo di fastidio e si gonfia pian piano. Le mie budella non ci stanno. Vorrei mandar giù, ma loro non vogliono saperne. E con le proprie budella c’è poco da ragionare.
Mi viene in mente che, sebbene non mi abbiano pagato, e anche se non ho fatto altro che buttar giù una manciata di pixel, per qualche strana ragione il mio nome appare nel colophon del loro sito web.
Parlo con Mabarak e lo invito a consultare la homepage dell’azienda, dove il mio nome appare distintamente in mezzo a una marea di altri che ci si sono gingillati. Mabarak non trova più scuse da opporre. Questa prova inconfutabile della mia ragione lo indispettisce. Resto in linea per altri dieci minuti o giù di lì. Infine ritorna: «Le manderanno un assegno giovedì prossimo».


***


«Come pensi di muoverti… non userai la forza, vero?» L’idea del personale della ditta che si becca una sonora razione di pedate è piuttosto allettante, ma so che se una cosa del genere dovesse davvero accadere, in realtà ci starei male. E poi, è difficile risalire al vero colpevole. I vari imbecilli che mi hanno piantata in asso sono indisponenti, ma non sono responsabili della gestione dell’azienda, né di certo lo sono i dirigenti. La colpa va ricercata da qualche parte tra le crepe. Non mi dispiacerebbe procurare qualche umiliazione agli impiegati, ma malmenarli sarebbe troppo.
«Sei mai stata dentro?»
«Dentro?»
«In prigione. Ci vuole una buona ragione per finire in prigione, a meno che uno non sia uno svitato. Se picchi la gente finisci dentro. Minacciare di picchiare la gente può funzionare, ma il gioco non vale la candela. Non intendo finire dentro perché c’è uno che non vuole pagare dodici telefonate che ha fatto alla fidanzata in Australia.»
Indica il mio televisore e lo stereo. «Mi pare di capire che tu non abbia bisogno di quei soldi.»
«No.»
«Vedi, la maggior parte dei miei clienti è come te. Non sono i soldi a indisporli, ma il fatto che qualcuno se la rida alle loro spalle. Il punto non è farli pagare, ma fargliela pagare. O, per qualcuno dei miei clienti, mandare un segnale. Il mio intervento è risolutivo, ma non costa poco.» Audley mi spiega che la sua tariffa corrisponderebbe a circa una ventina o trentina di volte il mio credito, a seconda del tempo necessario per ottenere la resa incondizionata da parte dell’azienda.
«Dispongo di una squadra e di volta in volta schiero l’elemento più adatto. Un caso come il tuo, grossa spocchiosa società dagli uffici sfavillanti, è perfetto per Wilf. Se mi presento io e chiedo di parlare con qualcuno, passerò tutta la giornata a guardare la vasca del pesce rosso all’ingresso, e se anche riuscissi a parlare con qualcuno, mi risponderebbero picche, e se insistessi ancora chiamerebbero la polizia.
«Ma se si presenta Wilf, è un altro paio di maniche. Wilf è quest’attorucolo in pensione. Gli dai uno sguardo e vorresti chiamare l’ambulanza. Anche quando non recita, è un fragile ottantenne avvizzito e tremante. Fai entrare Wilf zoppicante, con passo lento e dolente, sulle stampelle, in abiti pulciosi da povero pensionato.
«Gli addetti all’ingresso lo vedono fare avanti e indietro per la sala, rantolare e stralunare gli occhi per mezz’ora. Poi fa: “Buongiorno. Mi spiace tanto di rubarvi del tempo, so quanto sarete occupati, ma dovete dei soldi a mia nipote”. E sei a cavallo. Non conta quel che farà l’azienda a questo punto, sono fottuti. Non possono vincere. La cosa migliore che possano fare a questo punto è firmare un assegno seduta stante. Se lasciano Wilf lì all’ingresso, sarà un disastro. Uggiolerà piano, si metterà a piangere, in casi estremi se la farà addosso. Se provano a buttarlo fuori, saranno altri guai. Persino la polizia si metterebbe dalla parte di Wilf. “Mi scusino tanto. Sono così desolato di essere di disturbo e di darvi incomodo. So quanto lavoriate duramente, ma mia nipote…” Ci fu un titolare che non voleva sganciare neppure dopo una settimana delle migliori prestazioni di Wilf: tutti i suoi impiegati rassegnarono le dimissioni.»
Audley mi lascia il suo biglietto da visita. Credo che mi avvarrò delle sue prestazioni. Mi sorride:
«Detesto andare al di là delle mie competenze, ma potresti fatturare loro del lavoro che non hai fatto».
«In che senso?»
«Il mio amico Phil si guadagna da vivere con le fatture fasulle. Manda fatture alle aziende e alcune pagano. Quel che ci vuole, dice, è una grossa azienda e un importo alto abbastanza perché valga la pena, ma non così elevato da destare l’attenzione dei contabili. Spedisci semplicemente una fattura per dei servizi, niente di troppo specifico, al reparto contabilità. La maggior parte delle aziende le ignora, ma basta che anche poche di loro mandino l’assegno. Fa una vita agiata, ma passa tutta la giornata chiuso in casa a sfornare fatture. Sarei tentato di provarci anch’io, ma mi piace stare in giro.»


***



Ricevo una telefonata riguardo all’assegno scomparso. Stavolta è una certa Val a occuparsi di me. Avevo scritto un’altra lettera di rimostranze, ma devo dire che mi sorprende si siano presi il disturbo di telefonarmi.
«Abbiamo esaminato attentamente la questione dei suoi soldi» dice. Perché il preambolo? Perché non può dire semplicemente abbiamo spedito l’assegno, ci scusiamo per il ritardo? «Il problema è che il suo pagamento è andato a una certa Marcia East.»
«Chi è Marcia East?»
«Non ne ho idea.»
«Neanch’io ho idea di chi sia Marcia East. Non ho mai sentito parlare di nessuna Marcia East. Perché mai avreste spedito i miei soldi a qualcun altro?»
«Ovviamente c’è stato uno scambio di persona.»
«Perciò mi manderete i soldi?»
«Sì. Non appena li riavremo indietro da Marcia East.»
«Aspetti un momento. Mandate i miei soldi a una perfetta estranea e devo aspettare finché non li avrete riavuti indietro da lei?»
«Sì. La rintracceremo. Non dovrebbe volerci molto.»
Non ho parole per rispondere.


***

Gli telefono e discutiamo dell’incarico. Ha un sacco di idee.
«Preferisci imbarazzo, umiliazione o degradazione totale?» chiede. «Mi corre l’obbligo di avvertirti che la degradazione totale richiede mesi, anni, è fuori budget per la gran parte dei clienti e viene portata a termine dietro formale preavviso di rischio. Bisogna rifletterci bene prima di fare quella scelta. E svolgo lavori del genere solo se sono del tutto persuaso che il debito sia di gravità estrema.»
Mi chiedo chi dovrei prendere di mira. Il direttore della Mord & Fuggy? In fin dei conti la responsabilità è sua. O il direttore dell’ufficio contabilità? La colpa è più che altro sua. D’altro canto, è stato il direttore ad assumere il direttore della contabilità. Potrà anche essere innocente per i soldi che mi spettano, ma è colpevole.
Essere liberi professionisti è dura. Se sei al vertice della carriera va bene, ma altrimenti è deprimente. Devi lavorare duro per ottenere del lavoro, devi lavorare duro per fare un buon lavoro nella speranza che ti diano dell’altro lavoro, e poi, inevitabilmente, devi lavorare duro per farti sganciare i soldi.
«In cosa consiste l’imbarazzo?» chiedo.
«Lascia che ti faccia un esempio. Mandiamo Wilf tutto claudicante nella sua migliore tenuta urinata, a trascinarsi singhiozzando a un costoso pranzo d’affari, e a dire, chiamando il direttore per nome: “Pete, perché non vuoi parlare con il tuo povero padre?”, “Perché fingi che io non sia tuo padre?” e altre ciance tali da suggerire una conoscenza diretta e intima. Ora, il nostro bersaglio potrà sempre dire che Wilf è un matto e forse gli crederanno; ma forse no. Io telefono e dico: pagate? Wilf non ha mai dovuto presentarsi a pranzo più di una seconda volta.»
«E l’umiliazione in cosa differisce?»
«Mettiamo che il nostro bersaglio sia un uomo sposato e che stia uscendo da solo da un locale o da un ristorante. Mandiamo al nostro uomo una giovane bella ragazza e, che lui la assecondi o meno, che accada sulla soglia di una porta o nell’appartamento della nostra infiltrata, lei gli chiede di tenerle la giacca e, veloce come un lampo, si sfila il top. La mia spogliarellista di fiducia, Stacey, riesce a toglierselo così rapidamente che quasi non te ne accorgi. Appoggia il top sulla giacca, così che, quando l’altro nostro complice scatta la foto, sembra proprio che il bersaglio tenga in mano entrambe le cose in un momento di palpeggiamento in preda ai fumi dell’alcol. Ora, se non ci fosse di mezzo un credito da riscuotere, qui staremmo in bilico sulle sgradevoli paludi del ricatto. Faccio la telefonata e chiedo: pagate? E anche qui, il nostro bersaglio potrà dire che è stato incastrato. Forse gli crederanno, ma forse no. Pagare è più semplice. Gli diciamo, molla i soldi e la foto sparirà. L’udito adora udire quel che brama d’udire.»
«Non mi sembra umiliante.»
«Ma dopo che ha pagato mandiamo lo stesso la foto alla moglie.»
«Okay. E la degradazione totale?»
«Be’, in genere non divulghiamo questa cosa, non senza un contratto firmato.»
«Okay.»
«È roba pesante.»
«Okay.»
«Non voglio che la gente si metta strane idee in testa.»
«Okay.»
«Ma forse tu capiresti. Ho messo in atto la degradazione totale solo due volte. Te ne racconterò una. Fu per un amico. Il suo ragazzino era stato investito da un automobilista ubriaco, che fu punito con sei soli ridicoli mesi di prigione, il che vuol dire che dopo tre mesi passati a giocare a Scarabeo era di nuovo fuori. Immaginerai come si sia sentito il mio amico. Dissi… vorrei darti una mano, non so se mi spiego. Non fare gesti avventati, gli dissi. Gli dissi che davvero volevo dargli una mano in modo veramente decisivo, non so se mi spiego. Se mi avesse permesso di dargli una mano, gli dissi, non ci sarebbe mai più stato bisogno, per così dire, che nessuno gli desse più una mano, non so se mi spiego. Il problema sarebbe sparito. Ma lui mi disse: “Audley, non ucciderlo. Fagliela pagare”.
«Fare questa cosa richiede un sacco di pianificazione. Bisogna fare le cose come si deve. È come lanciare un razzo sulla luna, se non lo fai per bene hai solo costruito il fuoco d’artificio più costoso del mondo. Passammo settimane a trovare la risposta.»
«Che fu…?»
«Gomma da masticare. Chiedimi della gomma da masticare.»
«Dimmi della gomma da masticare.»
«Il nostro bersaglio amava guidare. Macchinona. Cominciammo ad appiccicare della gomma da masticare sulle serrature delle portiere. A seconda di quanto tempo rimaneva parcheggiata, le serrature potevano essere parzialmente fottute o fottute del tutto. Le prime volte che ti succede una cosa simile vai in bestia, ma man mano che va avanti, settimana per settimana, mese dopo mese, diventa qualcos’altro. All’inizio fu facile, ma quando il nostro bersaglio capì che aveva qualcuno alle costole, dovemmo adottare delle contromisure per individuare eventuali sistemi di videosorveglianza o guardiani assoldati per tenergli d’occhio la macchina. Le provò tutte. Cambiò diverse auto. Blindò il garage. Ma noi eravamo pazienti, attendevamo mesi a volte, per essere imprevedibili. Era un disturbo da poco, ma lo mandò completamente fuori di testa. Vedi, se avessimo fatto tante cose diverse, gli avessimo rubato il cane, spaccato le finestre, non sarebbe stato così terribile. Persino nei problemi, come in ogni cosa, la varietà aiuta. Il fatto era che sapeva già quel che lo attendeva. E utilizzammo diversi masticatori così che, se qualcuno fosse stato visto all’azione, non sarebbe sembrata la persecuzione di un fissato, o di un matto che ce l’aveva con lui, ma dell’universo intero. È questa la cosa peggiore, la prova incontrovertibile che l’universo ce l’ha con te. Qualcuno che non amasse guidare si sarebbe ben presto arreso; ma lui lo adorava, ecco perché si ridusse a un rottame farfugliante.»

7 commenti:

Unknown ha detto...

Fantastico! Questo è un vademecum da tenere sempre accanto quando fai il traduttore!! Ma perché non ci ho mai pensato prima?? Grazie Yako!

Anonimo ha detto...

Abbravo! Ti sei inventato tutto questo ambaradam per segnalare il tuo blog?! (Non è colpa mia se parlo come la Littizzetto, è lei che non riesce a scollarsi di dosso la sua piemontesità) Come? Dici che lo avevi già segnalato ma sono io che non lo avevo notato? Non posso escluderlo, ma ammetterai che aziende come la Mord & Fuggy scatenano i nostri peggiori istinti.
Comunque, un (commosso e muto) applauso per Monia, il più bello dei racconti di questa pagina, AMMA. Come dici? Avrei dovuto aprire anche le altre? Può darsi, ma ciò (voce del verbo "ciavere") dentro un tarlo che mi dice che devo smetterla di perdere tempo e L.A.V.O.R.A.R.E.
Grazie.

Angelo

Giuseppe Iacobaci ha detto...

No, giuro! Non era ansia autopromozionale... Il messaggio su Intramel non poteva non farmi venire in mente questo libro... :-))) Sono contento che "Monia" ti sia piaciuto.

Anonimo ha detto...

Davvero meraviglioso! Quasi quasi me lo stampo e ne faccio un quadretto da appendere in ufficio!!

Heike ha detto...

Wow.
Solo...solo wow.
A quando la pubblicazione?

Giuseppe Iacobaci ha detto...

a quando? ehm, circa tre anni fa... :-) figurati che è già stato ripubblicato come Oscar Mondadori, a otto euro e rotti... ti avverto, come romanzo è abbastanza deludente e incompiuto; ma se lo vedi come somma di piccoli sprazzi geniali di humour come questo, è impagabile...

Artemisia ha detto...

Ciao Giuseppe, grazie per il lungo commento-sfogo. Capisco perfettamente il tuo senso di solitudine, credimi. Il senso del post comunque era rivolto alle nuove generazioni. Sono so quanti anni hai e non so se hai figli. Io ho due figli e mi sono immaginata per un momento che loro tra qualche hanno mi prendessero da parte e me ne dicessero quattro per non avere fatto abbastanza. Non so se sono riuscita a rendere l'idea.
Mi sembra di capire che sei siciliano. A voi siciliani volevo dire: non mollate, siamo con voi!
A presto e grazie per avermi inserita tra i link!