Reverendissimo Direttore,
dopo essermi debitamente consultato col mio avvocato ho deciso di inviarLe, per posta cartacea e con firma in originale, la presente richiesta di dimissioni. La prego di accoglierle, con l'espressione del miei più profondi sentimenti di rammarico per l'accaduto; ne sono conscio, non ci sono giustificazioni per il mio grave comportamento; sono desolato, affranto, frastornato. La mia prolungata, ingiustificata assenza dall'ufficio, le ingiurie rivolte alla Sua signora, lo so, non ammettono scuse; La prego, nondimeno, di volermi dedicare i pochi minuti necessari alla lettura di queste mie spiegazioni: dopo potrà, se vorrà, dar seguito al licenziamento, contattare i Suoi legali e diffondere, se vuole, questa stessa missiva alla stampa push, per scacciarmi dalla ditta senza dover addurre altre spiegazioni alla pubblica Rete.
Come avrà d'altronde notato, si sta dando un feroce ed ossessivo risalto alla vicenda, aggiungendo dettagli poco veritieri e mancandoLe oltremodo di rispetto; di ciò, oltre che di tutto il resto, mi dolgo. Lei non avrebbe dovuto in alcun modo essere coinvolto; come vedrà chiaramente, il mio comportamento non è legato alle riduzioni degli stipendi, resesi peraltro necessari, come sappiamo, dalle contingenze economiche di questo fosco periodo ed al netto calo dello ¥€$ sui mercati valutari. Legga, La prego, prosegua nella lettura: non per indurla al perdono Le scrivo, non mi aspetto tanto, ma almeno per spingerLa a capire le cause del mio imperdonabile agire; e se non per capire, almeno per soddisfare la Sua curiosità; sono certo che non sia facile, nemmeno per una persona del Suo indubbio acume, immaginare cosa possa spingere un irreprensibile dipendente a smettere di punto in bianco di recarsi a lavoro e a non farsi vivo che due settimane dopo, a minacciare sua moglie con una pistola in mano e un polipo aggrappato alla gamba sinistra. Segga, La prego: dica a Julie di spostare un paio di appuntamenti. Le assicuro che ne varrà la pena.
Ricorderà che il 18 maggio attendevamo in ufficio la consegna del distributore automatico... No, no, forse sarà meglio cominciare proprio dall'inizio. La sera di quel maledetto 5 maggio, come dimenticarlo?
Ero in un club con Gina per il concerto dei Gospel 3000, una band sconosciuta ma piuttosto interessante, ciò almeno a detta di Gina. Deve sapere che la mia ragazza scrive per una piccola rivista, e allora... Ma mi scusi, sto divagando troppo. Le volevo solamente spiegare che, come ben specificato nell'interrogatorio di assunzione, non ho alcuna particolare predilezione per la musica, e men che meno per la pre-elettronica del secolo scorso; ma quella musica, vuoi per l'elevato volume, vuoi per effetto della granatina forse adulterata con alcool o per quello strano profumo dolciastro nell'aria, insomma, mi fece venir voglia di ballare, gridare, fare qualcosa. Lei conosce bene il mio carattere, signore, non oserei mai uscire fuori dalle righe, sono quello che arrossisce al solo vedere per errore il reggicalze di Julie, durante la pausa caffè (al punto che talvolta oso pensare si chini giù così davanti alla macchinetta facendo sollevare la minigonna solo per prendersi gioco di me, la screanzata)... Invece ballai, pogai come si dice, presi insomma a scambiarmi spintoni con gli altri spettatori, e nessuno stranamente pareva infastidirsi, né io arrossivo! L'unica stupita era Gina, ma neanche lei sembrava particolarmente dispiaciuta: presa anzi dai fumi della granatina, e incoraggiata dal mio insolito comportamento, mi trascinò nelle toilettes del locale e addirittura provò a toccarmi le improbità, ma la rimisi subito in riga ricordandole le nostre promesse di castità prematrimoniale, e la mia povera ragazza castigò subito la tentazione con un anticoitum del distributore gratuito, piangendo per il rimorso indotto dal farmaco.
Fu solo dopo aver riaccompagnato Gina che, spogliatomi dei miei calzoni grigi di tweed, ecco, ebbi l'inquietante visione: il mio piede sinistro si era staccato dalla gamba. Era, cioè, lì al suo posto (potevo pure muoverlo a piacimento senza provare alcun dolore!), ma tra polpaccio e piede c'era uno spazio vuoto nel quale potevo anche far passare la mano, come un prestigiatore; e dai moncherini a fetta di salame si riusciva a vedere il troncone di osso e muscolo, ma sangue no, non ne usciva quasi per nulla.
Ovviamente era un'allucinazione, un'allucinazione dovuta agli inusitati eccessi della serata, pensai, e non per questo il mio terrore volle diminuire; aumentò anzi, ché i mali della mente sono ancor più temibili di quelli del corpo; ma non ebbi il coraggio di chiamare nessuno, sapevo bene che nessuno avrebbe veduto quel che vedevo io, quel piede sospeso come se mi fosse stata asportata una fetta di caviglia.
Nessuno mi avrebbe creduto, come ora certamente non mi crede Lei. Mi misi due dita in bocca, vomitai tutto quel che avevo da vomitare, che davvero non era granché, e andai a dormire, convinto che il mattino dopo mi sarei risvegliato in condizioni normali. Ebbi solo lo scrupolo, prima di andare a letto, di passare il dito indice sulle ferite, forse per toccare dove passava il sangue e capire come facesse a scorrere per
l'arto senza gocciolare via: non l'avessi mai fatto! Un dolore acuto come una scossa elettrica mi percorse tutto il polpaccio, e per un bel po', comprenderà, faticai anche a prendere sonno.
Quando mi svegliai l'indomani stavo già benissimo, per fortuna. La sbornia era perfettamente passata, il sole era alto nel cielo, il nanetto verde sopra l'armadio giocherellava con la mia fetta di caviglia, lanciandola in aria e riprendendola come un simpatico giocoliere. Lo guardavo attonito, senza dire una sola parola.
"Vengo da Syflylsy," esclamò finalmente, "e mi servono un paio di mutandine femminili".
Avevo appena aperto gli occhi, avevo la bocca tutta impastata, davvero non sapevo che dire. Lo guardavo, ovviamente, e non credevo ai miei occhi. Era grazioso, a suo modo, con quei due occhioni e azzurri, uno sulla pancia e l'altro sul collo al posto della testa. Definirlo strabico sarebbe ingeneroso, dacché i grandi occhioni erano anzi perfettamente allineati l'uno sull'altro, ma uno sguardo verticale non fu facile da sostenere. Non riuscivo a capire, nemmeno inclinando il capo e osservandolo ancora, se la sua espressione fosse ironica, ilare o sorniona, o le tre cose assieme. Tratto in inganno dalla sua bassa statura, avevo già tentato di leggergli il pensiero, ma a quanto pare non era un UnderThought, né comunque un inferiore. Anzi, per precauzione evitai di odiarlo in maniera consapevole, giusto nel caso si trattasse di un OverThought. Ci mantenemmo su quella che in metapsichica chiamano "impasse d'attesa".
"Mi servono le mutandine di Julia Hammond per il mio lettore zostico" precisò la piccola carogna, "e questo pezzo di gamba me lo tengo in ostaggio fin quando non me le procuri". Detto ciò riprese a fare hoppiti-hop con la mia fetta di caviglia, e non disse più altro.
Sapevo qualcosa della zostica, o almeno ne avevo un'idea, ma non capivo a che diavolo potesse servire inserire un paio di mutandine in un lettore zostico. Forse il maiale voleva spararsi un oloporno sulla Sua segretaria, o magari fare del reverse engineering per rivendere al Nemico i segreti del nostro reparto tessile. Fatto sta che, e qui davvero non mi crederà, Direttore, erano proprio le mutandine di Julie che voleva.
Ora le chiedo: cosa avrebbe fatto Lei? Avrebbe seguitato per sempre a vivere con una fetta di polpaccio in meno? Avrebbe provato ad abbattere il syflylsyano con un colpo di karate? Avrebbe scassinato l'appartamento della nostra segretaria? O magari, avrebbe provato a chiamarla da parte e spiegarle tutto? Già: avvicinarmi a Julie con l'aria contrita, e dirle, "senti, Julie, un alieno mi ha chiesto un paio di tue mutandine" mostrandole la gamba affettata a mo' di riprova... Fu proprio questo, che tentai di fare, tutto rosso di vergogna, ma Julie non mi lasciò neppure completare la frase: alla parola mutandine scoppiò in un risolino acuto, si leccò il labbro guardandomi dritto negli occhi, mi trascinò nei bagni e iniziò a baciarmi sulla bocca e a toccarmi dappertutto, infilando la mano lì, ha capito bene, Direttore, proprio sulle mie parti più intime, e il tutto senza voler degnare di uno sguardo la mia gamba.
Sappia, Direttore, che io sono una persona seria e integerrima e non tradirei mai la mia Gina prima del matrimonio; come leggerà nel mio interrogatorio d'assunzione, ho studiato presso il Collegio Frustratorio dell'Assunta, dove mi è stato insegnato a darmi al Lavoro, alla Santa Causa Eurasiatica e al Culto Onnicomprensivo delle Sacre Pustole di Pietrelcinus IV. Scappai via, senza indugi, tenendomi i pantaloni già sbottonati dalla screanzata, che da quel giorno non mi rivolse più la parola.
La settimana trascorse così, con Julie che fingeva di non vedermi ed io che non sapevo più come fare per ottenere un suo paio di slip senza rischiare nuove torbide aggressioni. Ogni sera tornavo a casa frustrato, guardavo i messaggi di Gina alla segreteria, quel suo viso ora preoccupato, ora torvo, ora disperato, ora furente, e cercavo mentalmente una spiegazione plausibile da darle per il mio silenzio sempre più prolungato. Mi rivedo ancora, seduto lì sotto il neon a cenare con una scatoletta di Johnny (il cavallo che ha nutrito la nostra generazione... Ricorda la scatola col nodo di Moebius e lo spot, con quella musichetta? "Jo-jo-johnny, cavallo buono, cavallo goloosoo..."? Da bambino ne andavo matto... Ma mi scusi, sto divagando ancora... Vorrei solo farle comprendere quel che provai in quei giorni d'inferno). Tutte le mattine, al risveglio, vedevo il piccolo fetente seduto ancora lì sull'armadio a giocherellare col mio pezzo di gamba, e sospiravo, ormai rassegnato a dover convivere per sempre con lui. Forse era solo una proiezione olo, magari quel piccolo stronzetto fetente non era su quell'armadio, ma a mille terametri di distanza. Ma ovunque fosse, aveva in ostaggio la mia fettina di caviglia, e mi stava guardando. E io ero lì, nel mio inferno privato, senza poter pensare ad altro che a dei sistemi per avere le mutande di Julie.
In fondo, obietterà lei, un pezzo di caviglia non è nulla. Certo, come no, ammettiamolo, un pezzo di caviglia non è nulla. Ma se il piccolo mostriciattolo avesse improvvisamente deciso di staccarmi altri pezzi a suo piacimento? Se mi fossi svegliato senza naso, senza dita, senza più pene? E stavo pure spendendo una cifra in calzini.
Ricorderà, Direttore, che la mattina del 18 maggio il tecnico doveva riconsegnarci in ufficio il distributore automatico. Non mi soffermerò su come rubai le chiavi per entrare nel deposito della ditta di riparazioni tramortendo le guardie, né su come passai la notte smontando la macchina e vuotandola di tutte le chincaglierie elettriche per infilarmici dentro; le dico solo che il piano era perfetto: aspettare fino alla pausa caffè di Julie, tenere la mano pronta alla feritoia e -zac!- strapparle le mutandine. Mi chiusi dentro, dunque, con il solo conforto di un thermos di caffè. Un po' per me, un po' per rifornire chi fosse arrivato prima di Julie. Bisognava prevedere tutto.
Certamente, Direttore, mi dirà che mi restavano diverse soluzioni migliori di questa, e probabilmente sarà anche vero. Aggiungo anche, con ulteriore vergogna, che non avevo neppure pensato a come fuggire una volta commesso lo scippo mutandesco. Ma in quel momento ero annebbiato, frustrato, intestardito al di là ogni ragionevole limite. Volevo solo quegli slip.
Il resto lo potrà ricostruire da solo: la macchinetta, come ben sa, non arrivò mai in ufficio, fu erroneamente consegnata in un lido di Portovenere con me dentro; lì venne, cioè venni, preso a calci per diversi giorni da bambinetti che si allenavano in volopattino. Sul fatto poi che i polipi di Portovenere amassero tanto il gusto del sangue non ero affatto informato, ma è da quando fuggii nottetempo da quella spiaggia infausta per recarmi all'acquaporto di Juja e nascondermi in una cassa di Brandy Gordon Pym nella stiva della Gomez che Jessie non mi abbandona più. Si è creato una sorta di rapporto di simbiosi, mi tiene compagnia.
Le tacerò del viaggio di ritorno, del dolore serbato in petto per tutto quel tempo, del risentimento e dell'angoscia; no, non le dirò del buio, dello squittìo topi nella stiva, del freddo e della solitudine, della fame, dei tonfi e dei rumori che rimbombavano in echi e riverberi nel mio cuore. Le basti sapere che il viaggio di ritorno da Juja a New Rome fu il più greve e angoscioso quarto d'ora della mia vita.
Deve sapere che le particelle di alcool, nell'iperspazio, si nebulizzano attraversando il vetro, e vengono istantaneamente assorbite dall'organismo; io questo non lo sapevo, è per questo che le casse di liquore sono sempre zincate. Il risultato è alcolismo istantaneo: come bere e sniffare alcool e contemporaneamente iniettarselo per endovena. Fortunatamente, per entrare nella cassa, di bottiglie ne avevo lasciate dentro appena una decina, ma bastarono per farmi arrivare all'aeroporto di New Rome in condizioni che le lascio immaginare.
Mi ero messo in testa che fosse più prudente uscire dalla cassa il più tardi possibile, e combattei lo stordimento finché potei tenendomi concentrato su questo singolo proposito.
Ma quando i magazzinieri iniziarono a rumoreggiare, io non riuscivo più a contenermi, mi scappava da ridere, non ce la facevo più a resistere, mi sforzavo di restare immobile come mi ero ripromesso ma una sorta di gioia incontenibile mi pervadeva, e il piccolo Jessie mi guardava stranito. Ecco, si avvicinavano, li sentivo, impazzivo di ansia, d'impazienza.
Quando spostarono la cassa, non riuscii più a trattenermi, balzai in piedi come un pupazzo a molla gridando "HHUUUUUUURRRRAAAAAAAAHHHH! COME VA QUAGGIÙ SULLA BUONA VECCHIA TERRA", schizzai via ridendo come un matto per le loro urla di terrore, e mi dileguai approfittando dell'effetto sorpresa.
Era l'ora del tramonto, nella zona industriale semiabbandonata passavano pochissime auto, tutta gente che doveva aver sbagliato l'ingresso dell'autostrada. Non si fermava nessuno a darmi un passaggio, forse perché lo chiedevo ballando l'hula-hula ondeggiando il bacino nel bel mezzo della carreggiata. A una coppia di anziani che andavano a 30 all'ora su una di quelle vecchie Fiat a ruote feci credere di avermi investito, e impietositi mi fecero montare su. Per tutta la strada battei le mani, spiegando alla signora varie posizioni del kamasutra, rivolgendole complimenti sconci e mostrando un serio interesse per un rapporto a tre in altalena. Il marito mi fece scendere a calci nel sedere in via Pausini, dove baciai tutte le splendide prostitute una per una senza pagare e le riunii in pochi secondi in un comitato consigliando loro di far fuori il pappa e spartirsi equamente i guadagni, cosa che, avrei saputo in seguito, fecero quella notte stessa.
Abbrancato al polpaccio, il piccolo Jessie mi guardava divertito approvandomi con i suoi occhioni grandi. Corsi via dalle lucciole seminando biglietti da visita a tutte loro, e mi avvicinai a un semaforo, dove abbracciai un vigile urbano e, mentre gli chiedevo disperato, "Sposami, Alfredo", gli sfilai a sua insaputa la pistola dalla fondina. Mi scacciò con uno spintone e riprese a dirigere il traffico, imbarazzato, badando a far passare subito i pedoni che avevano assistito alla scena. Sempre ballando entrai al Golden, dove picchiai bigliettaio e maschera ed entrai correndo nel bel mezzo della proiezione di "Patriots - Missili per la pace" urlando "Evviva la Ciccia! Evviva il prezzemolo tritato! Evviva la Santa Inquisizionee! Evviva la Federazione! Evviva il Presidente Kowozer! Evviva l'Eurasia! Evviva la moneta unica! Evviva il cioccolato fondente! Evviva i nomi in inglese delle qualifiche lavorative nei notiziari-push del venerdì! Evviva la Patria! Evviva la Matria! Evviva la Sorèllia! Evviva la Patata!! Evviva i Sex Pistols!". La pellicola si fermò, si accesero le luci tra borbottìi confusi, ma io ero già andato via saltellando dall'uscita di sicurezza, facendo scattare il sistema d'allarme. Non mi aveva visto nessuno. Non che la cosa mi preoccupasse: correvo e ballavo felice mentre i tentacoli di Jessie si tenevano faticosamente aggrappati a me.
Presi il primo autobus. Era un 25 barrato parcheggiato al terminal, lo misi in moto e me ne andai zigzagando allegro: guidavo pure bene, per essere ubriaco fradicio, o almeno non avevo ancora ucciso nessuno, ma a un certo punto mi fissai che dovevo cercare dove fosse questo famigerato freno motore e mi venne di chinarmi a frugare tra i pedali girando lo sterzo alla cieca, e quando finalmente dissi tra me e me che forse ce l'avevano solo i vecchi camion a carburante, alzai lo sguardo che stavo fracassando la vetrina del Parisìlton. Scesi giù con la pistola in aria gridando "Nessuno si muova, sono della Polizia Ecologica! Signora, lei è in arresto per concorso in uccisione di Castorino Spitz.". I vigilanti non osavano muoversi mentre strappavo di dosso la pelliccia all'anziana ingioiellata. "Mi segua in commissariato," dissi. Trascinai l'anziana signora nell'ascensore, dove la baciai teneramente. La lasciai al dodicesimo piano senza sposarla, e proseguii fino all'attico, dove stava svolgendosi un cocktail party con le massime autorità. Rimisi via la pistola e mi mischiai tra la folla, ballando merenguita, baciando donne e uomini, prendendomi manate e calci, sorridendo con lo stoico sorriso del perdono: avevo una missione e loro non potevano saperlo. In verità, non lo sapevo neanch'io, fin quando non vidi Julie, lì, accanto a Lei.
La salutai con sussiego, Direttore, poi mi rivolsi a Julie per invitarla a ballare. C'era solo dell'insipido jazzino di sottofondo, e Julie La guardò interrogativa, ma Lei, misericordioso, le rispose con gli occhi "Va bene, facciamo gli educati, cara, va' con questo cretino, ma torna subito, intanto ti prendo un calice di champagne Veuve Hermine". Proprio sul centro del grande terrazzo brillante di luci c'era un palchetto, che ospitava l'insulsa band e la torta nuziale: ci trascinai su Julie, zittii i musicisti e proclamai ad alta voce, "Ha-hem... Signore, Signori, Dervisci rotanti, io e la signorina Julie dobbiamo farvi un piccolo annuncio. A causa di una piccola incomprensione la signorina Julie non ha ancora voluto darmi la mutanda, ma ora è tutto chiarito, e ora, qui, davanti a tutti voi..." -tirai fuori la pistola per sparare un colpo di festeggiamento, ma le donne lanciarono incomprensibili grida isteriche, cui non badai, e gli uomini presero a fuggire lasciando lì le strillatrici- "...la signorina Julie mi dà la mutanda, e la caviglia è salvaaaaaa!".
Il resto lo sa già nei dettagli: decine di poliziotti avevano già circondato la sala, il policottero radioguidato iniziò a recitarmi i miei diritti mentre i pushicotteri mi intervistavano chiedendomi se dopo il carcere intendevo darmi alla carriera cinematografica; non c'è bisogno che aggiunga altro. Vorrei solo specificare, se mi è consentito prima di concludere, che non ho mai amato particolarmente i Sex Pistols; i Clash sì, quelli sì li apprezzavo, prima del Collegio.
Ora che Le ho raccontato tutto, sono certo che potrà in qualche modo iniziare a comprendere il mio inqualificabile comportamento. Ho passato istanti terribili, in ufficio, a casa, nella stiva di quell'astronave, a pensare al mio futuro. Mi vedevo destinato a nascondere per tutta la vita il mio handicap, a dover abbandonare la carriera e la mia donna non avendo più il coraggio di vivere in società; pensavo che la mia vita fosse finita per sempre, pensavo di dover sottostare per sempre ai capricci di un alieno di razza, philum, culto e classe sociale indefiniti. Voglia credermi, se non perdonarmi, quando le dico che non furono un ingiustificato odio nei Suoi confronti o deteriori rimostranze neosindacalistiche per la contingenza delle quotazioni degli stipendi o un insano rancore anarcoide, a guidare le mie azioni, come con feroce malevolenza sostiene la stampa push; e che al party, quando commisi quella scellerata serie di azioni, non ero in me e soprattutto non ero a conoscenza del fatto che la nostra cara Julie fosse appena diventata la Sua Signora. Chiariti finalmente i fatti, e certo che alfine si possa, nel reciproco interesse, porre fine a questo sciocco malinteso, mi affido a Lei e alla Sua infinita misericordia.
Porgo a Lei e alla Sua Reverendissima Signora i sensi della mia più profonda e immutata stima.
Con osservanza,
Ernesto Lurini
P.S.: si sarà chiesto come sia andata a finire con il Syflylsyano: beh, non è poi così cattivo. È venuto a trovarmi qui in cella, ieri, e mi ha portato il pranzo, un pasticcio di carne squisito, dal sapore esotico, dolce e piccantino, ma familiare. Mi ha raccontato che alla fine è riuscito comunque a trovare un elastico della misura esatta per sostituire la cinghia del lettore zostico, e che il conto fra noi è chiuso.
Quando poi gli ho chiesto per la fetta di caviglia, mi ha risposto sornione che era già tutto risolto e che, come dice un noto motivetto syflylsyano, karagadigabinamibi os kaharemabibinabimi, che pare significhi più o meno, "Quel che hai digerito non te lo toglie più nessuno."
Che avrà voluto dire?
2 commenti:
Caro Lurini,
temo, purtroppo, che il detto syflylsyano non trovi applicazione nel suo caso. Nel water ho individuato prima, tra i suoi escrementi, dei frammenti chiaramente riconoscibili di astragalo nonche' schegge inconfondibili di altre ossa tarsali.
La prego di servirsi dello sciacquone la prossima volta,
con deferenza,
il suo dirimpettaio
Arturo Favilli
P.S. Il suo amico non ha inteso ingannarla, i syflylsyani non sono soggetti al secondo principo della termodinamica, ignorano pertanto le cruda realta' del metabolismo umano
Perché sono così ignorante e ottusa da non capire?
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