venerdì 25 maggio 2007

Catattle

Ehi. Questa è la città che ha dato i natali a Vincenzo Bellini, Franco Battiato, Carmen Consoli. La Seattle d'Italia. Magari qualcuno di voi si ricorderà persino dei Flor De Mal (poi Flor, poi più niente), quelli di "u secunnu", quelli tanto amati da Peter Buck. Qualcuno si ricorderà di Francesco Virlinzi, che utilizzò il denaro della ditta di famiglia per dar vita al suo sogno musicale. Ma io mi ricordo bene anche di Nuccio La Ferlita, Marcello Fulgieri, gente che con la musica lavorava, sbatteva, telefonava, organizzava, si dava da fare e dava da fare alla musica. C'era movimento e persone profondamente convinte, impegnate e sincere, altre che erano veri bidoni, oppure dipendeva, da chi incontrava chi e in quale momento; c'era chi ci tirava su qualche soldo, e chi ci rimetteva le penne. Mi ricordo di Nico, sguardo fisso e un po' snob ma preparatissimo e gentile, se gli garbavi; mi ricordo del suo MusicLand, ci sono passato qualche mese fa, una desolazione. Mi ricordo, e c'è ancora, Rock 86, proprietari scorbutici ma forniti di roba fantastica e assurda, vinile polveroso e indie di quando stampare un disco era un evento di quelli, e per ascoltartelo lo dovevi comprare. Avevano fatto una compilation intitolata "095 codice interattivo", quelli di Rock 86. Ho ancora quell'LP. Mi ricordo dei granitici Quartered Shadows di Cesare Basile, oggi felice e solista (bravo, anche allora trovavo più interessante la sua vena intimista), ricordo più di tutto il titolo, "The last floor beach", e il bel brano omonimo, acustico, e quella copertina tutta rossa, e la cover di Morricone. Ma c'era tanto altro. Butto lì a caso, Campane Sorde, Uncle Fester, Plank, Baffos, tantissime piccole schegge di libertà sonica. Mi ricordo che c'era gente davvero ubriaca. Era bello esserlo in quella Catania. Voglio dire, ubriaca in senso esistenziale, l'alcol non c'entra niente. C'era gente che davvero era una poesia esistenzialista ambulante. Gli Uzeda... chi di voi si ricorda degli Uzeda? Giovanna Cacciola col suo folle agitar di chioma, e i suoi testi isterici e smozzicati, visionari... Gli Uzeda ci sono ancora, vivi, vegeti, quadrati e implosivi più che mai, nuovo album perfettamente all'altezza del grande passato al calor bianco. Ricordo il fantastico "Waters", prodotto da Steve Albini, resta tuttora uno dei miei dischi preferiti di sempre. Mi ricordo al garage degli Uzeda vicino al Giardino d'Inverno; stavo intervistando per la radio Davide Oliveri e arriva Raffaele, e fa ironia sul fatto che il singolo del nuovo album dei Nirvana in uscita di lì a poco, troppo poco radiofonico, era stato affidato a Scott Litt; nessuno lo ammetterebbe più, ma i Nirvana allora erano out, fra la sggioventù catanese; ma basta un colpo di fucile in testa a cancellare ogni ricordo. E i Candida Lilith? O i Denovo, carini, troppo carini e melodici per essere davvero amati qui? Catania è sempre stata una città assurdamente intransigente, non perdona chi è pop, chi è troppo noise, chi è troppo poco indie, chi si dà le arie e chi non se le dà. Catania sparla di tutti e fa nascere e morire artisti in un attimo, e sa perdonare solo il successo, ma che sia enorme. E che dire dei White Tornado? Diamine, i White Tornado... che fine avranno fatto? Pensando ai White Tornado mi ricordo di Maurizio, aveva sempre un casino di musica fuori di testa in macchina, cassettine e nastrini dappertutto e quella sua grafia impossibile ma profondamente adatta al contenuto di quelle tdk; era un groviglio di casini, quell'uomo, un perfetto metropolitano come solo uno che viene dal paese sa essere, e che del paese aveva conservato l'umanità, valore aggiunto che diventa prezioso e raro in città; aveva una Y10 incasinatissima e una stanza piena di ciddì e cassette e libri tutti incasinatissimi da restituire a gente che gliene doveva altri da rendere ad altri ancora, una ragnatela inestricabile di dimenticanze e gente da evitare per qualche tempo. Mi ricordo le sue cassettine per mia sorella e il fatto che non mi faceva pesare mai il fatto di essere più grande, tanto da avermi aspettato tranquillo fino a che non siamo diventati in qualche modo coetanei (presto o tardi diventiamo tutti coetanei). Me lo ricorderei sopra tutte queste cose e impregnato di tutte queste cose anche se non l'avessi incontrato proprio ieri, sulla sua vespa bianca, ed era sempre il solito.
Non è che sia nostalgico, lungi da me l'intenzione di raccontarvi di quella volta che intervistai Peter Buck col registratore spento (come andare a un appuntamento con Moana e scordarsi il cazzo a casa, disse Raffaele degli Uzeda; come passa il tempo, allora Moana era ancora viva e frequentavo ancora gente capace di raccontare in giro le mie brutte figure, adesso devo provvedere da solo). Ma tutta quella passione, i pomeriggi giovani con la musica di R.E.M., Violent Femmes, Pixies, Cure, tutto quel cerone, tutta quella gente strana che incontravi nei pub carbonari e al limite della legge (erano tutti circoli privati, allora: entravi e ti davano un cartoncino col tuo nome scritto a penna ed eri socio), tutti quei decibel che poi non avevano dove sfociare perché non c'erano locali, tutte quelle fotocopie e manifesti e centri sociali, concerti con il service grattugiato e orrendo offerto (mica aggratis) dai Passo Pesante, tutte quelle cassettine che passavano di mano in mano e di copia in copia (vendetti la collezione completa e originale di Dylan Dog per comprarmi il mio primo impianto-stereo-o-quasi, a poche decine di migliaia di lire, e non me ne pento tuttora) tutto quel clamore e quelle birre carissime (ricordo che dicevamo sempre, "questa birra al supermercato gli costa cinquecento lire e te la vendono per cinquemila," e il sottinteso era che conveniva, aprire un pub, era quello il futuro)... tutto quel mio sbattermi in radio e intervistare tutta quella gente (e li intervistai davvero tutti, loro e Marlene Kuntz, Afterhours, Ustmamò, tutti quelli che venivano a Catania, persino Sua Chitarrezza Robert Fripp), e quel rumore e passione che mi avvolgeva e mi faceva sentire vivo e parte di qualcosa di bellissimo che stava accadendo, anche se mi tangeva appena era qualcosa con un significato e una direzione e mille rivoli, e una scintilla di follia, tutto quello, beh, per il novantacinque per cento della gente era solo una moda.
I siciliani sono sempre stati geniali nel magnificare il nulla, un nulla cui, una volta magnificato, potrai gloriarti di appartenere o essere appartenuto.
L'Etna Valley, idea peraltro rubata a "La Piovra 2", ho scoperto di recente; mi chiedo se gli sceneggiatori di quella serie (1986!) fossero degli indovini; di tutto quel silicio è rimasta solo sabbia, stipendi da fame, ricollocazioni; la globalizzazione ha lasciato la sua zampata anche da noi, rubando anni di vita e di speranze a ingegneri e operai preparatissimi, lasciandoli "così, senza inghiottire né sputare".
E la Seattle d'Italia. Quanti se la sono bevuta... eppure, c'era del vero. Qualcosa da queste parti anni fa accadde davvero, anche se molti si limitarono a sentire il ritmo e a smuovere il culo. Una moda finisce, sostituita da altre. Il ritmo cambia, shake your ass. Eppure, qualcosa accadde davvero da queste parti, qualche tempo fa. Cosa, non saprei dirvi. C'era il Sindaco Bianco, col suo entusiasmo giovanilista e senza quell'orrenda barba grigiastra da politico romano, che cavalcava la frenesia universitaria e si faceva bello della nostra movida, e la movida si faceva un po' bella (e borghese) di lui; c'era una specie di mal'aria che si respirava, un'inquietudine che ti spingeva a cercare cosa stava accadendo in giro quella sera, e seguendo una scia, un odore, come un cane randagio, lo trovavi. Magari non riuscivi a rivolgerle la parola perché eri troppo ciucco, o magari era proprio la solitudine, ma i lampioni sghembi e accecanti nella notte erano bellissimi proprio così. C'era il Nevskij, il cui titolare offriva solo cocacola fatta a cuba, sgasata perché la prendeva dalla bottiglia, ed era tutto pieno di manifesti sovietici, e i lavoranti si lamentavano perché erano sfruttati e sottopagati. C'era l'Agenzia, che sembrava un covo di tossici, le luci scurissime, fauna almodovariana. Ora i locali cupi e fricchettoni sono stati sostituiti da discopub fighetti, le stesse tizie che vedevi col cerone squagliato dalla birra agli angoli della bocca adesso bevono long drink con i capelli mechati. Ora le manifestazioni rock sono manifestazioni di tizi con la chitarra acustica e il ciuffetto leccato in locali di frequentazione fascistoide, dove puoi votare la tua band preferita, un voto ogni cinque euro di consumazioni.
Eppure, qualcosa accadde davvero da queste parti, qualche tempo fa. E sottopelle, lo senti, continua ad accadere. E Catania resta sempre un misterioso intrigante miscuglio di presuntuosa sopravvalutazione modaiola e genio nichilista ed emarginato. Ma si salva sempre forse perché le due perniciose forme di snobismo catanese non sono mai del tutto separate, si mischiano e si danno da vivere a vicenda, nutrendosi l'una dell'altra. Catania è una fenice che ogni dieci anni muore, splendida, profonda, ubriaca e disperata, e rinasce giovane e aitante nella sua orrida e luccicante livrea firmata Cavalli. L'importante è saper aspettare. Qualcosa accade davvero da queste parti, presto o tardi.



2 commenti:

Anonimo ha detto...

io ricordo il ballottaggio tra Bianco e quel grand'uomo di Claudio Fava. fu un evento eccezionale per la Sicilia, anche se poi vinse quello meno bello.

Anonimo ha detto...

mi districavo anch'io fra quei "fumi dell'alcool"

una bolla di sapone