giovedì 29 settembre 2005

I hate my generation*

Ad allontanarmi dal mio diario in questi mesi non è stato l'imbarazzo, mai del tutto superato, di scrivere un pubblico diario, né la mancanza di argomenti, ma un senso di vuoto che ho vissuto dentro di me.
Sul periodo più bello e fortunato della mia vita umana e professionale si è depositata infatti una strana ragnatela di grigiore e di vuoto. Ho cercato una spiegazione a questo scoramento che ho vissuto, e credo di aver finalmente identificato il virus: mi sono ammalato di sfiducia, di una specie di solitudine ideologica, di una depressione civica che mi ha svuotato di ogni aspettativa, rabbia e indignazione, esasperazione, speranza. Di tutte quelle cose delle quali normalmente scrivo nei miei fogliettini e in questo blog, traduzione a parte. Potrà apparire bizzarro, artificiale, retorico, ipocrita, onanistico: in fondo quel che accade fuori dalla finestra dovrebbe toccarmi fino a un certo punto, no? Ma è andata proprio così.
È come se il mio cervello si fosse impantanato nelle sabbie mobili del disgusto.

Mi sento psicologicamente depresso, socialmente sprecato, planetariamente incompreso, universalmente fuori posto, e non so neppure da dove cominciare a dirlo; non so che rotella sono, non so cosa valgo, e forse non m'importa più. Preferirei comunque essere uno zero, o un valore negativo, che toccare le vette di una classifica le cui unità di misura disconosco, anzi aborro. Chi sono, cosa sono? Come sto? Chi mi vede da lontano mi crede brillare, chi mi sta accanto mi accetta grigio e spento. Davvero è una sciocchezza sentirsi depressi dentro per colpa dell'orbita di un pianeta? Avvertire una strana sensazione di disgusto per tutto e tutti? Sentirmi solo in questo vuoto, e diffidare persino di coloro i quali sostengono di condividerlo, di vederlo come me? È logico odiare preventivamente persino l'estraneo che mi sta leggendo e sorride complice, partecipe?

Mi ha depresso la vittoria (che pure prevedevo!) del fronte astensionista al referendum sulla procreazione assistita. Mi ha deluso la bassissima percentuale di "no", perché credevo ancora, che sciocco, nei voltairiani disposti a battersi per la libertà di espressione dell'avversario, credevo ci fosse ancora gente disposta a scommettere nella democrazia. Ero certo che sarebbero stati una minoranza assoluta, ma mai così bassa; dimenticavo, o mi rifiutavo di ricordare, che l'Italia si dimostra sempre ben al di sotto di ogni più fosca previsione. In questi mesi mi hanno deluso e disgustato tante di quelle cose che non saprei da dove cominciare. Sono stato tradito dall'intera generazione alla quale appartenevo, e ora sento di non appartenere a nulla. Sono stato tradito dai miei connazionali, e ora non so più cosa mi leghi a loro, quale cultura comune, quale legame, quale appartenenza.
Che c'è da gioire per la sinistra che vince alle regionali, che sperare per le prossime elezioni politiche? Qualunque cosa accada, sarà soltanto un girotondo di votanti distratti. "Sono stanco della destra e voto sinistra", "sono stanco della sinistra e voto destra". Nessun merito, nessuna speranza. Una corsa di scoiattolini nella ruota, in gabbia.

Il male ha vinto, si sa: ma non solo ci ha battuti, ha anche ridefinito le regole del gioco. Ci ha costretti ad accettarle e a farle nostre. A sorridere. A scherzarci su e a ironizzare. Ci ha resi nichilisti, postmoderni, incapaci di scegliere un argomento ed esprimerci seriamente. Ci ha insegnato a gettare il sasso e ritrattare subito, in calce, senza neanche nascondere la mano, prima ancora che il tiro abbia raggiunto l'obiettivo. Ci ha insegnato a dire "su, scherzavo!" e a chiudere ogni discorso con le grida o il lieto fine. Ci ha insegnato a non seguire il tema, a lasciarci andare ai mille rivoli dell'emotività. Ci ha reso abulici e nichilisti, disillusi e disgustosi, ci ha spinto a dar via i nostri sogni usati come un giubbotto vecchio e fuori moda. Ci ha spogliati delle pose e degli slogan, e poi ci ha additati, nudi, vuoti, rachitici. Ha riso di noi. Ci ha divorati, ci ha invitati al suo tavolo offrendoci gli avanzi, magnanimo. Ci ha divisi e derisi, ci ha sconfitti e assimilati, ci ha reso competitivi e agguerriti. Ci ha detto che se non potevamo vincere con la nostra, ci avrebbe prestato la sua di maschera, la sua maglia, i suoi colori. L'avrebbe concesso a nolo anche a noi, un nostro momento dorato. Ci ha rivelato le cose nuove nelle quali credere ciecamente, e noi lo abbiamo ascoltato attenti. Ci ha ordinato di saltare, e gli abbiamo chiesto quanto. Ci ha rivelato che il ghiaccio affonda, e poiché non sapevamo ancora credere, pur volendolo, ci siamo bendati, per poter essere ciechi a sufficienza.
E ora amiamo il Grande Fratello.



*Cracker
sembra strano leggere due testi che finiscono in modo così simile, e forse nuoce a entrambi. Ma erano nati come un unico testo... e così mi andava di lasciarli.

2 commenti:

Anonimo ha detto...

Suonerà come un insulso sorrisetto complice se ti dico che condivido i tuoi sentimenti? La mia felicità sta nel cercare una ribellione comune a tutto questo, nello scovare embrioni di ribellione che pure esistono, nel fomentare la coscienza con pazienza e amore come si coltiva un giardino. Senza aspettarsi che fiorisca l'Eden, ma gioendo per ogni morbido petalo che brilla al sole, studiare incessantemente in che modo renderlo più bello, più sano, più forte affinchè le gramigne e le intemperie, pur ferendolo, non possano distruggerlo. Ciao, e grazie per tutto ciò che scrivi. F.

Giuseppe Iacobaci ha detto...

condivido la sete di ribellione... ma come vedi ho ben poco bisogno di esser fomentato... sono riuscito già da solo a raggranellare il mio bel fardello di disgusto...
un abbraccio
G