martedì 25 ottobre 2005

Rape me*

Ho sognato, sì, credo di aver sognato.
Ho sognato la ripresa di Porta Pia, e l'invasione di tutta la nazione da parte dell'Enclave del Conclave, che mi privava della mia cittadinanza, mi scippava della mia dignità, mi derubava della mia libertà morale, mi escludeva dal suffragio, dichiarava estinto il libero arbitrio di cui il mio antenato Adamo si era impossessato indebitamente (ma sotto l'occhio compiacente di un Dio che in fondo approvava e annuiva sotto i baffi, ammirato da tanto ardire, provai a difendermi) nel giardino dell'Eden. Inquadrato dalle loro telecamere mi rividi al rallentatore e scoprii inorridito che non c'era orgoglio né dignità né curiosità né ribellione, in quel gesto, ma solo una fame cieca e ottusa. Orgoglio, dignità, curiosità, ribellione, non appartenevano a me né al genere umano.
Io e il mio antenato avevamo dato un morso a ogni singola mela dell'albero, rovinandole tutte, come fanno i topi. E avevamo accusato Eva, condannandola a partorire nel dolore. Il vaticano stabilì che quella era l'unica attenuante.
Rutelli testimoniò contro di me, affermando che lui non sarebbe mai andato sotto l'albero della vita, non avrebbe mai disubbidito a Dio. Il crimine della ragione andava condannato. La cosa non mi stupì: a pensarci bene, Francesco mi aveva tradito già da tempo, da sempre, da quel suo primo sorriso ammiccante. Non mi era mai piaciuto.
Mi ripresero in manette le telecamere dei telegiornali, cronaca nera, Cronaca Vera, venni schiaffato sul morbido, in mezzo al pattume di tette e drammi familiari, sotto gli occhi attenti e alla bava dell'anziano tabaccaio con i denti gialli da Nazionali senza filtro. Dopo di me andò in onda un servizio sull'ONU e le politiche mondiali, con un sottotitolo che invitava a fare beneficenza con un sms; i gruppi rock mondiali si sarebbero ritrovati su un palco per mostrarsi solidali, altri non ci sarebbero andati per protesta, ritenendo più saggio mostrare di non mostrarsi. Nel dibattito dopo il tg venni accusato dai commentatori di costume e invitato a un reality show: mi dissero che mettersi in posa nei momenti di disgrazia era 'cool' e che la pietà del pubblico garantiva sconti di pena. Venni portato negli studi di Cinecittà su uno Sport Utility Vehicle responsabile da solo, secondo l'ultimo Guinness dei primati, di metà dell'effetto serra della provincia; mi dissero che sarei stato il nuovo Costantino, e se poi avessi cambiato sesso anche la nuova Alessandra; un inviato di XL di repubblica, in una ironica top ten, rimbrottò amabilmente gli importatori italiani per l'assenza di un adesivo ecologico sul parabrezza. Un comico inventò una mia imitazione, e gli venne così bene che non si distingueva più il reality show dalla pantomima. Gli spot erano ancor più belli del programma, canzoni rock ribelli e commoventi facevano da colonna sonora al sorriso più scintillante, alle calze più velate, alle merende più dolci e nutrienti. O forse erano video di MTV, non ricordo più bene. Quando ritornammo in diretta dalla casa dov'ero recluso, apparve a sorpresa George W., con un tacchino di cartone per me. Mentre lui mi stuprava, dieci eroici marine mi tenevano fermo, un undicesimo mi tappava la bocca, un dodicesimo che non sapeva che fare mi strappava i capelli per sentirsi partecipe, e vivere appieno l'appagante senso di appartenenza, il sogno meraviglioso di uno scopo comune. Il presidente sorrideva soddisfatto alla telecamera, senza sentire le mie grida, attento a non carpire nulla di ciò che stava uccidendo. Illuminato da un fine più alto. Silvio batteva le mani dal divano, divertito, e chiese se serviva una mannaia, e di che dimensioni. Il regista del programma, Michael Moore, fece uno zoom scandalizzato sullo schizzo del mio sangue, per scandalizzare il pubblico bigotto; Dario Fo ospite in studio mi indicò come esempio di libertà; sotto un'orchestrina dixieland entrò in scena una banda di mafiosi che mi tagliarono a pezzi e mi fecero sbranare dai loro cani, fino a rendermi irriconoscibile; e poiché i mafiosi stessi provavano disgusto a sporcare il loro santo piscio con me, mi fecero pisciare addosso dagli stessi cani, e li premiarono con dei biscottini, facendo attenzione a non mostrarne la marca che non aveva pagato il messaggio promozionale. Un rappresentante del Cepu venne mandato a raccogliere le mie spoglie e a predarmi l'orologio da polso, e mentre già Striscia La Notizia mi offriva un simpatico tapiro, entrarono in studio gli intellettuali, per raccogliere i miei resti e nasconderli per bene. La sepoltura fu eseguita da avvocati senza congiuntivi e dai loro miseri eterni praticanti. La trasmissione si concluse con una preghiera laica da parte di Oriana Fallaci, una parafrasi della Salve Regina con qualche aggettivo un po' più altisonante e qualche altro più feroce, e una incongrua costruzione in prima persona singolare; sulle reti concorrenti andò in onda uno special di Santoro con inquietanti rivelazioni sui miei scritti, mentre Vespa rispondeva con un plastico a dimensioni naturali del mio pene; ma il funerale in diretta fu la cosa che fece più audience; a sorpresa arrivò anche Benigni, che mi rubò la scena dedicandomi un omaggio appassionato e facendosi morto più spettacolare e giullaresco di me; il mio cuore messo all'asta fu acquistato da Red Ronnie, che lo mise in formalina, e da allora lo guarda tutti i pomeriggi dopo pranzo. Siccome gli dava noia quella fosforescenza, ha anche fatto estrarre l'anima e l'ha passata a Celentano, che l'ha donata al santopadre, che non ne aveva una da tempo, e l'ha indossata divertito, sformandola un po'. Annoiato, l'ha distrutta per sempre finendola nell'unico modo possibile, raccogliendo una fender e mutilando selvaggiamente un crocifisso per farmi davvero assassino di Dio, in modo da additarmi e stigmatizzarmi davanti a tutti. Senza più Dio avrebbe finalmente potuto imporre senza sgradite ingerenze le sue posizioni estranee all'amore e alla misericordia.
Sì, era stato solo un sogno. Io ero ancora vivo, mi risvegliai imperlato di sudore in una cella umida e fredda, dove da quel giorno vivo prigioniero. Nessuno dei telespettatori avrebbe mai saputo che era stato solamente un reality show, creato con il solo scopo di umiliarmi davanti a tutti e fare di me l'antisanto di cui l'Enclave aveva necessità da quando Piero Angela aveva dimostrato in diretta l'inesistenza di Satana.
Il bene, grazie al mio sacrificio, aveva vinto: non ci aveva battuti, aveva solo ridefinito le regole del gioco. Ci aveva spinto ad accettarle e a farle nostre. A sorridere. A scherzarci su e a ironizzare. Ci aveva resi umili, sereni, capaci di mettere da parte ogni stupida razionalità. Ci aveva insegnato a gettare il sasso e ritrattare subito, in calce, senza neanche nascondere la mano, prima ancora che il tiro avesse raggiunto l'obiettivo. Ci aveva insegnato a dire "su, scherzavo!" e a chiudere ogni racconto con il lieto fine. Ci aveva insegnato a non seguire troppo il filo del discorso, a lasciarci andare ai mille rivoli dell'emotività. Ci aveva insegnato a morire bene, senza sciocche ribellioni, e a dar via senza rimpianti i nostri sogni usati, come si fa con un giubbotto vecchio e fuori moda. Ci aveva spogliati delle pose e degli slogan, dell'arroganza e della superbia, e ci aveva additati, nudi, vuoti, rachitici, nella nostra ridicola fisicità mortale. Aveva riso di noi. Ci aveva divorati, poi ci aveva invitati al suo tavolo offrendoci magnanimo gli avanzi. Ci aveva divisi e derisi, umiliati, sconfitti, assimilati. Poi ci aveva insegnato che tutta quella nostra umiliazione e miseria erano il male, e che quel male era in noi, e che avrebbe potuto curarci. Guarirci. Che eravamo ancora in tempo per essere perdonati. Ci aveva detto che se non potevamo vincere con la nostra maschera, ci avrebbe prestato la sua. Avrebbe dato a nolo anche a noi un momento dorato. Un aldilà garantito. Ci avrebbe rivelato le cose nuove nelle quali credere ciecamente, e noi lo avremmo seguito attenti. Ci avrebbe ordinato di saltare, e gli avremmo chiesto quanto.
Ci rivelò che il ghiaccio affonda, e poiché pur volendolo non sapevamo ancora vederlo, ci avrebbe concesso una benda, per permetterci di essere ciechi a sufficienza. E lo ringraziammo, dati alla mano, per l'eccellente audience ottenuta da questo magnifico stupro.
Amavamo il Bene.



*Nirvana

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