mercoledì 15 settembre 2004

Bianca*

Ho visto "Bianca", di Nanni Moretti. Il mio amico Cesco mi ha sempre detto che è il suo più bello. E siccome spesso Cesco ha ragione, sono andato a vederlo a questa rassegna estiva. Ma mi capita sempre più spesso di uscire dal cinema sentendomi un po' solo. Non fisicamente o affettivamente. Di una solitudine intellettuale, se non vi suona pretenzioso. Se 'intellettuale' non vi sembra una brutta parola.
Forse mi manca Cesco. Mi manca, forse, un amico bastardo come me, e soprattutto di sesso maschile, qualcuno che magari la pensi diversamente da me, e che abbia voglia di affrontare le questioni con un pizzico di profondità, accapigliandocisi, penetrando e sviscerando selvaggiamente. Mi manca qualcuno che elimini dalle discussioni tutte le parti già scontate, tutte le premesse, qualcuno che ami vedere il lato scomodo delle cose. Qualcuno che non abbia paura del fastidio. Della frequenza d'onda errata. Qualcuno che abbia voglia di parlare davvero. Come Cesco.
Bianca è un film sulla solitudine, se vogliamo. O forse a me è parso così. Di certo è pieno di solitudini. E andare a vedere un film così in compagnia per poi uscire dal cinema sentendoti solo è un po' triste.
Michele Apicella è uno sbirro dell'anima. Non sopporta, Michele, di vedere la gente intorno a sé soffrire, ingannare, mentire. Michele spia morbosamente gli amici, tiene la contabilità dei loro amori. Michele è solo, ha una vaga idea di cosa vuole ma non sa la strada per arrivarci. Michele abortisce il suo amore sul nascere, perché non potrebbe sopportare l'idea di vederlo morire.

È pieno di lacune, di pecche, il cinema di Nanni Moretti. È un cinema ossessivo, onanistico, lento. Lui recita in maniera goffa, gigiona. A me pare che Moretti usi la macchina da presa come un bambino suona con le pentole. Male, senza senso del suono o del ritmo. Ma con una re-inventiva ingenua e gioiosa.
Adesso riderete, ho detto gioiosa. La mia amica dice che il cinema di Moretti è triste. Lo dice per spiegare il fatto che non le piace, e io vorrei saperne di più. Ma lei ha capito che a me invece piace, e non vuole addentrarsi troppo nel discorso. Penso a Boldi e De Sica (jr.), e mi chiedo cosa sia l'allegria. E se sia un termine di riferimento qualitativo. Io al cinema non voglio essere allegro. Voglio star bene. Non voglio essere preso in giro (spesso Moretti ci prova, a prendermi in giro, ma lo fa con tale furba ingenuità da non infastidirmi, mi suscita tutt'al più tenerezza). Voglio essere punto sul vivo, al cinema. Voglio capire qualcosa e riflettere a lungo dopo aver visto il film.
Scopro che finora ha visto solo 'Caro diario', che però non le è parso triste, e le è pure piaciuto. Forse la mia amica conosce Moretti di riflesso, attraverso gli spezzoni televisivi, le imitazioni di Fiorello (un po' inutili: Michele Apicella è già da solo una caricatura), le recensioni o i commenti giornalistici all'ultimo girotondo.
Triste.
Non me lo regali un aggettivo più preciso, amica mia? Io so che disponi di un lessico impressionante, so che potresti inondarmi di parole, se solo volessi, ma tu non vuoi parlare troppo - forse perché i gusti sono gusti e non vuoi offendere - e dici soltanto 'triste'. Come se, per definire il caffè, si dicesse solamente: "amaro".
È una questione di sensibilità personale, dici; c'è chi lo ama e chi no. Ma neanche così mi fai contento, anzi quasi mi offendo. Perché io non amo e non odio 'a prescindere'. Se devo dirla tutta, anzi, a me Moretti non piace in questo film. È piuttosto detestabile, come attore e come regista. Ma tu questo non lo saprai mai, amica mia, perché, a differenza del mio caro Cesco, tu non hai voglia di parlare fino in fondo. Temi di offendere, forse, temi sia una lotta? Non saprai mai per quale motivo per me questo film è splendido.
[Poi c'erano quelli che ridevano. Ecco, io avrei voluto prendere a pugni quelli che ridevano. Perché veramente, in certi momenti non c'era proprio un cazzo da ridere, ma quelli ridevano a ogni pié sospinto. Non era un film allegro. Non era un film per il quale cercare un umore. Ridevano. Come per dare un senso alla loro presenza, come per dare una sostanza sonora alla loro comprensione del testo, alla loro comune (comunista?) appartenenza. Secondo me ridevano perché erano moralmente obbligati.]

Vedi, amica mia, forse è un mio difetto, ma io non concepisco che si possa uscire dal cinema e liquidare un discorso dicendo: mi è piaciuto, non mi è piaciuto. Devi spiegarmelo, il motivo, devi approfondire. Se no mi farai sentire solo, e mi farai rimpiangere di non aver visto quel film con qualcun altro. Amica mia, al cinema non siamo soli. Siamo insieme, comunichiamo attraverso la pellicola. Se siamo nella stessa sala, ma ci accorgiamo di aver guardato un film diverso, perché siamo, diversi, poi dobbiamo raccontarcelo. Questa è la regola.
E allora torno a casa pensando che il mondo è pieno di gente splendida, interessante, affascinante, colta, ma a volte è come se tutti fossero semplicemente troppo stanchi per parlare. Stanchi prima di cominciare.

*Afterhours

1 commento:

Anonimo ha detto...

hai visto palommella rossa....?quando moretti parla con l'intevistatrice-oca e le chiede :"Ma lei come parla????Le parole, le parole hanno un peso..."ecco , questo mi ha fatto venire in mente la tua laconica amica
p.s. il blog è in abbandono?