Il mio amico Cesko è fatto così. È il personaggio di un libro, il classico libro che lo leggi e dici che è una cazzata perché queste cose non esistono nella realtà. Il mio amico Cesko è figlio di brave persone, lui insegnante di matematica burberissimo e buono, lei dolce e acuta insegnante di lettere. Hanno una bella grande casa arredata con gusto e soppalcata genialmente dallo zio architetto. Il mio amico Cesko, anche lui è una brava persona. Badate, con questo non intendo dire che siano persone perbene. Non mi permetterei mai. Quando si dice perbene in genere si intende (erroneamente, ok, ma spesso l'uso fa il significato) il contrario di burino. Una persona perbene in genere ha sguardo limpido e modi gentili, è affabile e corretta, a volte si blocca quando qualcosa va fuori dalle righe, aspetta un attimo prima di reagire, poi ricompone il quadro e decide se richiudersi in un sorriso gentile o sventagliare un'acuta risposta. Insomma, più o meno come i genitori di Cesko. Però quando dici perbene sottintendi anche un giudizio morale, lasci intendere che quella persona identificabile per gli indizi di cui sopra è un individuo ammodo, una creatura buona, onesta, sincera, corretta, che agisce nel modo giusto, per il bene. Il che non è necessariamente vero. Se dicendo burino, tamarro, zzauddu, zama, tanghero, schiacci un soggetto nei suoi modi e non vai oltre, dicendo perbene esprimi un giudizio morale, e non solo: categorizzi in un solo istante una parte dell'umanità, ti ci inscrivi e richiudi il pacchetto con un sigillo plastificato che identifica tutte le cose in cui ti riconosci, che ti rappresentano, e che sono il tuo concetto di bene. Tutti sappiamo di persone perbene che tradiscono le mogli, mantengono amanti, fanno bancarotta fraudolenta riducendo sul lastrico centinaia di Burini, votano altra gente perbene che depenalizza il falso in bilancio, col famoso risultato che i ladri di macchine vanno in galera e chi li ha resi tali no. Insomma, capirete che dovendo semplificare, dovendo per forza di cose dare una forma al mondo attraverso le parole (peraltro è il mio mestiere, e devo crederci), mi trovo costretto a non includere i genitori del mio amico Cesko tra le persone perbene, perché li adoro (e li invidio e li compatisco in quanto genitori di Cesko) e soprattutto perché se li chiamassi così potrebbero querelarmi, e con ragione. Il burbero buono e la dolceacuta, dicevo, sono brave persone, oneste, limpide, sincere, e così i loro tre figli, incluso il mio amico Cesko, che è un mascalzone, un lazzarone e un disgraziato. Dovrei essere incazzato nero con lui, perché se io festeggiavo il sudato quarantotto alla ragioneria (ottenuto nonostante due bocciature, numerosissime revisioni settembrine e un litigio con il presidente di commissione a proposito della mia calligrafia), voto finale che devo a un nove nello scritto di italiano del quale mai smetterò di vantarmi, lui intanto faceva agili slalom tra i libri in vista di quel dannato sessanta (con tanto di serena correzione al professore idiota che all'orale aveva scambiato La noia per La nausea); se io mi dibattevo sul senso della vita e ammiravo gli angeli lontani e irraggiungibili lui faceva allegramente l'ammmore con ragazze vere amandole tutte perdutamente, riamato; se io mi sgavettavo la strada nell'ombra per diventare traduttore letterario e togliermi dalle tasche dei miei disastratissimi familiari, lui vivacchiava pigro alle spalle dei genitori, trascinandosi gratis da un giorno all'altro e raccogliendo qua e là manciate di pura sfavillante magia. Dovrei odiarlo, uno così, e voi con me; ho detto dovrei, perché io il mio amico Cesko io l'adoro. È il mio alter ego, il mio altro fratello minore, il mio reciproco, quel che sarei se non fossi ciò che sono, siamo legati da migliaia di strane coincidenze; siamo pure lontani cugini, e quando ci troviamo assieme riusciamo a scatenare strane misteriose forze che ancora non so se definire oscure o benigne.
Quest'estate, dopo essersi buskerato un po' di Sardegna ("facendo il barbone", dice Salvo con la solita deliziosa puntualità; Salvo sa dare il nome giusto alle cose, o se non quello giusto almeno uno adeguatamente scarno e sincero, senza girarci intorno: se avete visto ad Alghero un ragazzo senza un soldo che suonava una fisarmonica, se gli avete gettato qualche moneta in quelle grosse semisfere di polistirolo che gli fanno da cappello e da ingombrante portafoglio, se avete sentito la burina mariadefilippiana di Fondachello che gli chiedeva di smettere ché le era venuto il mal di testa, se lo avete visto risponderle che gli dispiaceva, e ricominciare a suonare una tarantella sulle note dello spot Moment; se per caso siete una delle tre donne che si sono innamorate di lui e lo hanno visto sparire come un sogno erotico che diventa un commercialista, se avete visto uno così, ecco, quello era il mio amico Cesko... Dovrei odiarlo, perché odio i figli di papà che si fingono poveri... badate, ho detto dovrei, perché non è esattamente un figlio di papà -pur avendo un papà, ed essendone indubbiamente figlio- e poi non sa fingere nulla, men che meno di essere povero; il suo problema è l'opposto, che anche nudo o vestito di stracci si muove come un principe, e ha tutte le fortune, eccetto quelle grandi e durature, e chiudiamo sta parentesi) lui e il Karka (che è il secondo soggetto della frase, e ci vorrebbe un capitolo per lui, o un'altra chilometrica parentesi, ma si fa notte) hanno deciso di mettersi in viaggio per la Sicilia. Dovrei odiare il mio amico Cesko anche per questo, perché avrebbero dovuto proporlo anche a me; e badate, ho detto dovrei (e poi chi lo sa se ci sarei andato, considerato che quel sabato mi attendeva il più bel concerto della mia vita, i Cure, senza tastiere, al Teatro Greco di Taormina). Che poi il loro viaggio è andato male, malissimo, perché proprio la prima sera, durante una sosta improvvisata in un locale a Siracusa (pur non sapendo dov'erano diretti avevano completamente sbagliato strada) il mio amico Cesko malauguratamente si alza dal tavolo e viene chiamato da una voce inconfondibile. (Ecco, succede qualcosa). "Che bello," gli fa il tizio coi baffi, "girare con la fisarmonica alle spalle e senza custodia." Il mio amico Cesko la custodia non ce l'ha proprio, la sua fisarmonica è abbastanza vecchia da meritarsi un posto d'onore in un museo della musica, gli è costata cento euro, infatti la definisce un regalo; uno dei tasti è tenuto su da un filo che ha attaccato a quello strano commutatore di voce. Alcuni tasti degli accordi sembrano muoversi da soli come in un vecchio piano da saloon, ma è normale così, è solo perché in tutto quel fottio di pulsantini alcuni sono collegati fra loro, badate che è davvero il mio amico Cesko che suona, non è uno di quei cd di lambada e canzoni per vecchi con tanto di errori per immalinconire il viaggiatore della metropolitana che le malelingue credono siano adoperati dai fisarmonicisti di Roma e di tutto il mondo.
Ora, che fosse proprio Roy Paci già l'avevano capito da lontano, dalla voce e dalla maglietta con su scritto "siculo 100%"; che notasse la fisarmonica era ovvio, che fermasse il mio amico Cesko facendogli i complimenti per la noncustodia forse plausibile; che gli chiedesse se gli andava di suonare con lui magari vagamente auspicabile, che questi accettasse (come se non fossero stati solo due mesi che aveva messo mano alla fisarmonica) drasticamente sconsigliabile, che Paci gli facesse pure i complimenti per l'anima e la splendida predisposizione, beh, ora stiamo calmini, aspettarsi questo sarebbe stato troppo; se fosse accaduto avrei davvero potuto odiare il mio amico Cesko (giusto per odiarlo, mica per invidia o chissaché, che in fondo non so suonare un tubo, a meno che non abbia una velina, ma in quel caso si chiama kazoo, e la chitarra che lui Karka e Renzo mi hanno regalato mica l'ho mai studiata... avrei potuto odiarlo forse per un altro motivo: perché tutti, me compreso, gli facciamo i complimenti per le predisposizioni, come se un terreno edificabile venisse fotografato da orde di turisti per via della bellissima villa settecentesca che avrebbe potuto sorgervi).
"Dove andate ora?" gli fa uno degli aretuski, un certo Malangio (?), dopo una jam balcanica Paci-Cesko con intenso scambio di sguardi da bluesmen, e i complimenti di cui sopra. "Boh, andiamo a dormire in macchina, domani si riparte forse per Agrigento," gli fa il Karka. "Ma no, come fate a dormire in macchina, venite, venite a riposare a casa mia."
Laddove per casa s'intende l'attico di un palazzo in costruzione con vista notturna e luna piena sull'intera costa siracusana, il cui arredamento consiste in un paio di strumenti musicali, bottiglie e un vecchio mangianastri con cassette di Mina. E per 'riposare', una fragorosa nottata a ridere e pestare sugli strumenti. Le prime luci dell'alba hanno visto il mio amico Cesko e il Karka abbracciati come due tenere checche innamorate, nostalgici e tristi perché quel viaggio nato disgraziato forse era già finito, cosa ci sarebbe più stato da vedere dopo quella notte? Potrei odiare il mio amico Cesko per aver visto Roy sulla via del ritorno che insisteva "c'è una festa laggiù, dai andiamoci!", "Ma che festa?", "Su, andiamo, c'è una festa, non lo senti?"
Scesi dalla macchina nel silenzio assoluto dell'alba siracusana, Roy chiede al Malangio cosa stesse ascoltando in macchina. "Ah, allora era la tua autoradio, non era una festa" gli fa, deluso.
Potrei perdonare il mio amico Cesko per tutto questo perché almeno io sabato 20 agosto 2005 ero immerso nella magia del Teatro Greco di Tormina, al più nel concerto della mia vita, tre ore indimenticabili. Questa te la sei persa, mi (gli) dico, ignaro della nottata siracusana. Ma mi arriva un messaggio, "c'eravamo anche noi!". Il mio amico Cesko e il Karka, già tornati dal viaggio, con i loro modi cazzoni sono riusciti a entrare gratis dopo il primo bis. Ma ne hanno fatti cinque, di bis, e il meglio del concerto è stato quello. Dovrei odiare il mio amico Cesko, ma non ci riesco. La spiegazione, gli dico io ridendo, è che ha un culo enorme; Salvo dice che è la faccia.
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