Io le odio, queste maledette tribute band, ridicole pantomime, e i deficienti che vanno a vederle dal vivo.
Non è invidia, non m'interessano, non vorrei certo vedere quel tipo di gente in altre serate, ma che non vengano a cianciarmi di rock. Quella è la ribollita, niente di più dei Bee Hive di Cristina D'Avena travestiti da finti rocker che suonano davanti a un pubblico di finti ascoltatori rock. È il carnevale, il gioco dei travestimenti, l'esecuzione olimpionica, il guardacomesonobravo, il guardacomemivienebene. Un circo obbrobbrioso, disdicevole e noiosissimo, maledettamente triste, per chi conosce e ama davvero gli originali. Il pubblico che frequenta questo tipo di serate non capisce una cippa di rock, ci va per altro, per rimorchiare, per fare "cumacca", e dovrebbe ammetterlo. E lo spirito di Kurt Cobain si rivolta nella tomba ogni volta che qualche imbecille suona Smells like teen spirit. La gente oggetto del tributo stesso era speciale, erano artisti che scrivevano le loro canzoni, e le band oggetto di tributo vengono svilite del loro potenziale devastante di creatività ogni volta che qualcuno ne imita le mosse, i suoni, gli assoli. Quella non è musica, è karaoke, e gli applausi che ricevono non sono applausi e non sono rivolti a loro, sono semplici parti di un rituale tristissimo in cui si cerca di ricreare quel che non c'è più da vent'anni. È una rincorsa al passato, paleontologia della giovinezza che fu, o di quella altrui, un "vorrei ma non posso".
Io amo il pop, amo la melodia, la comunicativa, il divertimento, e appunto credo che la musica meriti di più di una dicotomia così sciocca ottusa, tribute band vs. oscure realtà fatte di sperimentalismi intellettualoidi fatti solo per disturbare. Però, se costretto a una scelta, propenderei comunque per questi ultimi, perché almeno i cinque minuti di discorso e il rumore fine a se stesso sarebbero il loro discorso, il loro rumore, non roba premasticata per palati faciloni. Tutta la musica che suonavano le band che oggi i catanesi idolatrano (in ritardo di vent'anni) era considerata inascoltabile, allora, o quantomeno era curiosa, inaudita, prima che quegli artisti spingessero in avanti l'orizzonte dell'ascolto. I Sonic Youth, prima che i Marlene Kuntz ne importassero i suoni che poi sono stati omogeinizzati dai Negramaro, erano inascoltabili per molte orecchie, e adesso senti le loro soluzioni nelle canzonette di qualunque radio.
Permettetemi: chi va a certe serate lo è davvero, deficiente. Nel senso etimologico del termine: ha serie deficienze nel campo della curiosità e dell'amore per la musica.
La curiosità è la scintilla del solo vero divertimento, è il solo vero piacere, la sola vera cultura, la sola vera arte possibile.
Tutto il resto è rituale, formalità, manierismo, appiattimento reazionario, noia, quel tipo di cultura orribile e barbosa basata sul riepilogo, appanaggio di imitatori e saltimbanchi e tristi intellettuali (e ce ne sono anche nel mondo indie, eccome: si chiamano nerd), quei personaggi che tutti detestiamo.
Però il pubblico non è solo quello, non sempre la gente sceglie e agisce così. Mai creduto alla storia del pubblico idiota, il pubblico interessato e attento esiste eccome.
Al Majazé un anno fa abbiamo dato vita a un evento culturale con mostra (siamo stati fra i primi a proporre questo tipo di formula a Catania), reading con una scrittrice canadese, musica, e sono accorse cinquecento persone.
Forse siamo riusciti a dare l'idea che fosse un evento, chissà, magari la gente veniva per rimorchiare, ma ha funzionato ed è stato interessante e molto bello. No, io non ci credo nella storia del pubblico stupido. Di giorno si stressano, la sera vogliono divertirsi, perché dovremmo essere noi a rompergli le palle facendoli sentire in colpa? Diamogli il divertimento, anche gli aperitivi, e che però poi la musica sia musica, non una tribute band e un deejay.
Forse le realtà indie dovrebbero imparare a essere meno autoreferenziali e a promuoversi con più scaltrezza e ad allargare il giro, a spacciarsi nelle scuole, per le strade. Imparare che il denaro non è roba sporca ma uno strumento, e così la pubblicità. Poi l'etica la metti comunque nel prodotto che offri. Basta francescanesimo, abbiamo scontato tutti i nostri peccati. E quando la gente non viene, smetterla di piangersi addosso: forse non siamo riusciti a fargli sapere e capire cosa c'era.
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