martedì 24 maggio 2011

Perché vi odio, maledetti indie nerd

Lo dico in maniera chiara netta e inequivocabile.
Io odio i nerd indie, gli alternativi pieni di dogmi che sputano sentenze su tutto.
Quasi quanto detesto gli accontentabili, quelli che vabbé i Nirvana, ma anche Lady Gaga ha un suo perché. Anzi, decisamente di più.

Ché se odio questi ultimi perché in ultima analisi, per dirla in termini tecnici, di musica non capiscono un cazzo e inquinano l'aria che respiro, soprattutto odio, detesto, aborro ed esecro gli indiesnob, quelli che cianciano di novità, quelli che sanno tutto, i convertiti alla electro, gli annoiati, quelli sempre un pelo avanti agli altri, quelli che un disco che vende più di quattrocento copie fa schifo a prescindere, odiosi grilli parlanti che in fin dei conti non sono altro che degli snob ignoranti e con i paraocchi.
La musica è una delle cose più belle al mondo, ma quando ci costruisci su dei dogmi, delle regolette, quando diventa discriminazione, motivo di superiorità, latinorum, hai perso tutto.


Io ricordo con godimento assoluto e senza vergogna di quando mi mettevo col registratore davanti alla tv per catturare le sigle dei cartoni animati (individuo lì i primi segni della mia mania al collezionismo musicale), e le mie prime cassette originali, Fivelandia, "Whose side are you on" dei Matt Bianco, "True blue" di Madonna, "Every breath you take - The singles" dei Police (e lì si è cominciato a fare sul serio), "Shooting rubberbands..." di Edie Brickell& The New Bohemians, "The Joshua Tree" degli U2.


Quando sentii il bisogno serio di una ragione nella mia vita (le ragazze erano un pensiero fisso, ma tutt'altro che concreto), di qualcosa di cui appassionarmi, non scoppiò per caso, fu una passione studiata a tavolino; il mio amico Enzo mi aveva registrato "Disintegration" dei Cure, quell'anno stesso avevo scoperto per sentito dire (e poi acquistato come regalo per mia sorella, ma erano regali un bel po' egoistici) "Green" degli R.E.M., e fu allora che capii. Ecco, quello era il suono che cercavo. Quello di "I remember California", quelle chitarre lì. Decisi che volevo saperne di più, e cominciai a provare una dopo l'altra varie riviste musicali: "Tuttifrutti", "Rockstar"... e finalmente "Mucchio Selvaggio". Un nome che era tutto un programma, e una sfilza di nomi assolutamente, spaventosamente ignoti.


Studiai. Cominciai a confrontare i nomi del Mucchio con quelli del mitico catalogo Nannucci, e di quell'altro, Top Ten (presto rivelatosi ancor più interessante per me) in cerca di super offerte per testare qualcuno di quegli artisti. I dischi costavano un fottio di soldi, ma ogni dieci ti abbuonavano le spese di spedizione.
Mi smazzai l'ordine con un amico, e riuscii a prendere quattro o cinque LP in vinile forati, a prezzo stracciatissimo (ellepì che dovetti farmi registrare, non avevo il piatto). Il primo ordine fu: (1) "Out of the grey" dei Dream Syndicate, (2) "Darklands" dei Jesus & Mary Chain, (3) gli Hoodoo Gurus di "Blow your cool", (4)"Green thoughts" degli Smithereens e (5) i Del Fuegos di "Boston, Mass". Tutti dischi minori dei rispettivi artisti (tranne quello dei Del Fuegos, disco del mese sul Mucchio, che però a me non piacque per niente). Il vero colpo di fulmine però furono i Dream Syndicate. Ecco. Erano proprio quello che cercavo. Forse quel che cercavo da sempre.


Gli anni successivi furono una ricerca spasmodica di titoli, e di denaro per comprarli (Nirvana, Joy Division, ancora R.E.M, ancora Cure), e acquisti sempre più mirati (Green on red, Jane's Addiction, Smiths, Housemartins), fino a scelte del tutto consapevoli e precise, fino ad attendere le uscite, fino a riunire in un unico ordine grandiose meravigliose attese novità (ma erano altri tempi) come l'unplugged dei Pearl Jam (bootleg, ovviamente) e "Dirty" dei Sonic Youth, l'album solista di Mike Watt e "Timothy's Monster" dei Motorpsycho.
I dischi costavano, ed erano un oggetto serio, credibile. Ti ci attaccavi per mesi, se non ti piacevano te li facevi piacere perché erano preziosi, perché erano tuoi, perché ti erano costati; li esploravi in lungo e in largo in cerca del messaggio profondo. E spesso lo trovavi.



Un artista non lo mandavi a cagare al terzo album. E il terzo album, va detto, non faceva cagare. Ci tenevi, a loro, ci trovavi sempre un motivo di perdono, se toppavano, e aspettavi speranzoso il lavoro successivo (un po' ci sono rimasto, così: è dall'89 che aspetto qualcosa di assolutamente entusiasmante dei Cure).
Era passione.


Adesso è rarissimo trovare persone disposte ad amare così; è difficilissimo parlare di musica seriamente, rivedere negli occhi di qualcun altro (è difficilissimo vederne, di occhi, ormai) quella passione. Non sembrano esserci che di questi stronzi, sempre in cerca di novità, drogati,
ADHD della musica, sempre con l'aggettivo ricercato e il labbro in su, pre-disgustato, sempre pronti a dire la loro già prima dell'uscita di un album, e a scommettere come bookmaker e a sorridere come iene a ogni fallimento previsto e indovinato.

Ma quanto vi odio, imbecilli?
Quanto disgusto provo verso di voi che ieri inneggiavate agli Afterhours e oggi li schifate come se fossero i Pooh, come se non avessero mai fatto nulla di buono?
Con che parole posso esprimere il ribrezzo che mi ispirate con la vostra ammirazione istantanea e preordinata verso gente come Le luci della periferica a pile o i Miao-astri? 

E poi, stanchi di tutto, entusiasti di qualunque cosa purché stupisca, vi date addirittura al recupero nostalgico di certa feccia immonda e inascoltabile solo-perché-erano-i-meravigliosi-anni-qualcosa, e fate dispiego masturbatorio delle vostre arti retoriche per vedere se poi ci riuscite, a dimostrarci che gli Europe ci avevano un loro perché, esattamente allo stesso modo in cui i critici cinematografici postmoderni recuperano Bombolo e Alvaro Vitali per far pace con le prime pippe alle scuole medie. Traghettando il sano gusto dell'orrido e del trash che tutti abbiamo, travisandolo ad arte. Travisandolo in arte.
E guai a non seguirvi nel vostro volo, a non mostrare senzov hiumor. Quasi foste quelli simpatici. Quasi fosse tutto il resto del mondo a non voler capire la vostra apertura mentale. Quasi fossimo noi gli snob che ci ostiniamo a distinguere la canzoncina di Masini ascoltata per caso in macchina andando al mare, ridendo con gli amici e cantandola pure, dalla passione vera.



Mi fate schifo. Odio con tutto me stesso quel che siete, che siete diventati, che siete sempre stati, stronzi modaioli imbecilli ignoranti e annoiati.
Non amate più la musica, non l'avete mai amata, dovete ammetterlo. Era solo una cosa da fingere per sentirvi integrati in una generazione.
Non vi piaceva, non v'è mai piaciuta, non ci avete mai capito un cazzo: su, ditelo.

O forse eravate, e siete ancora, solo in cerca di qualcosa che metta distanza fra voi,
vati, esegeti, secchioni-di-qualunque-cosa, e tutto il resto del mondo.
State solo ricreando, nel vostro orticello, l'orrore dello snobismo della cosiddetta cultura alta, quella che avevate rifiutato perché era distante e classista.
Il latinorum di Don Abbondio, appunto.
Voi, con la vostra distrazione e la vostra ignavia, voi che parlate di cose che non avete mai ascoltato, che giudicate dalla copertina e dagli atteggiamenti, voi siete il nulla.
Voi siete la negazione della passione. Voi siete bottegai, bimbetti della prima superiore che fanno la gara in bagno per vedere chi ce l'ha più lunga.
Voi siete quelli che stabiliscono le regole, i dogmi della passione, ma con i vostro orizzonte di mezzo centimetro, con le vostre scatole craniche ottuse e minuscole, non capite neppure che cosa sia e quanto tempo richieda, quante energie, quanta dedizione. Voi usate quella vostra appendice stanca solo per farvi le seghe, mentre fuori ci sarebbe un mondo meraviglioso di sentimenti e paesaggi da esplorare.
Voi siete... no, non siete neppure dei nichilisti.
Siete la fotocopia sbiadita e vacua del nichilismo, finto-quasi-finto-auto-finto-ironica, autoreferenziale, postmoderna, post-cervellica, onanistica.
Non sapete da dove venite né dove andate e per questo biascicate frasi orribili e superficiali, vi muovete nel mondo come fantasmi senza capire né amare nulla. 

Voi, voi sareste capaci di ridere della passione stessa che ha mosso i vostri primi ascolti, la passione che avevate cercato e coltivato da ragazzi. Perché la vivete come un tran-tran da impiegati. Voi scoprite il lunedì, condividete il martedì, abbandonate il mercoledì, denigrate il giovedì, sbadigliate il venerdì, cercate un senso e non lo trovate il sabato e la domenica. Voi date solo voti, come quelle maestrine che odiavate tanto, e che alla fine non vi hanno lasciato altro. Voti.

Siete tanto più vecchi e stantii quanto più veloci vanno la vostra vita e il turbinio dei vostri gusti già defunti prima di nascere.
"La passione?", mi sembra di sentirvi. "Ma credi ancora a queste cose?"
Marionettine insulse, ballerini da deejayset, applauditori di minchiate trendy, cadaveri da sushi lounge bar, traditori di voi stessi. Ecco, ecco cosa siete, ed ecco quanto vi odio.

8 commenti:

Anonimo ha detto...

;) condivido, io li chiavo i finti alternativi...manca la passione! in catene

indisTintaMente ha detto...

Alcune cose devono essere dette. L'hai fatto con lucidità, senza annacquare con l'italico buonismo democristiano una semplice verità.

Un piacere essere arrivato da queste parti.
A presto

Alessandro

Anonimo ha detto...

grande :)

Anonimo ha detto...

Condivido appieno, ma credo che la gente in realtà non sia "diventata" così: gli appassionati di musica esistono ancora, semplicemente, credo che le leggi del consumismo abbiano individuato anche nelle correnti più 'alternative' una potenziale miniera di denaro, che deve essere opportunamente edulcorata e stereotipata perchè giunga alla massa; è inevitabile quindi che le persone che da questa musica e atteggiamenti sono attratte siano persone dal pensiero altrettanto vuoto e stereotipato. Grazie comunque, cercavo qualcuno che la pensasse come me e l'ho trovato :)

armando borrelli ha detto...

fantastico pienamente d'acordo.

Al Zammataro ha detto...

Ricordo un intervista a Max Gazzè, musicista non nelle mie corde ma che stimo per il rigore e la coerenza. Lui che ha suonato praticamente con chiunque, spesso fuori dall'Italia, parlava di quanto sia stimata all'estero la professione del musicista. E di come se in Italia dici di essere un musicista la risposta comune è: "Ah, un musicista... allora suonaci una canzone!" Credo che questo sia l'atteggiamento generale, anche degli indie-qualcosa.

Giuls ha detto...

Mi è molto piaciuto il tuo "sfogo", mi ha fatto riflettere molto e mi son passata una mano sulla coscienza. Concordo nella quasi totalità dei punti, ma penso che tutt'oggi, sebbene molto rari, ci siano dei veri appassionati di musica (come te d'altronde), che ancora ci credono. Indipendentemente dal genere musicale o dai gruppi che si ascoltano.
Io avrei anche molto da dire sui quindicenni annoiati-ribelli-sentiamocifighi che creano 400 band dal nulla, o da altri intelletualoidi che vanno a concerti di tale solo per potersene vantare.

Giuseppe Iacobaci ha detto...

Fa piacere scoprire che c'è ancora tanta gente desiderosa di vivere la musica come una passione vera. Grazie a tutti per i bei commenti!