Il mese di agosto del 2006 è stato uno dei più strani e appassionanti della mia vita. Non ho la più pallida intenzione di stare qui a raccontarvi cosa voglia dire diventare padre, l'hanno già detto e raccontato tutti mille volte in un milione di modi, è una cosa molto intima e personale che non voglio condividere qui, non ora, non così, e di certo non di sfuggita in un post che parla d'altro. Quel che mi serve di raccontare qui è che, se in quel momento così speciale non avessi già avuto una band (o comunque vogliate chiamare quell'accozzaglia di gente, quel progetto sconclusionato che allora era la band), di certo da quel mese di agosto non avrei avuto l'impulso, il coraggio, il tempo e probabilmente neanche il desiderio di metterne su una. Ma, tant'è, e tanto meglio, la band ("Smoothon"?) in qualche modo c'era. A settembre mi arriva un sms di Fabio, il chitarrista: Simone s'è dato, mi spiega; e mi chiede se sono ancora della partita.
Massì, il tempo di organizzarmi un po'.
Ci si incontra davanti al bar Etna, dove tutto è cominciato (almeno per me). È il classico bar che trovi furbescamente piazzato in un posto di passaggio, in un punto di raccordo fra i sobborghi della città, l'autostrada e le mille possibili direzioni verso i paesi dell'hinterland, dove tutti hanno un motivo per fermarsi, ma senza lo squallore che ti aspetteresti in un posto del genere, a parte quello occasionale di certi avventori. Beviamo un whisketto un po' scazzati. Bisogna trovare un nuovo batterista, e di conseguenza una nuova sala prove.
Cominciamo una serie di session in una sala prove a ore, da un certo Edoardo, il profumo di carne arrosto (ma non è carne arrosto) perennemente nell'aria. Mettiamo annunci sui giornali, proviamo diversi batteristi. Uno è troppo pulitino e scolastico, l'altro viscerale e selvaggio ma non riesce a tenere il tempo (e ha il coraggio di dire, con una zeppola da Guinness dei primati: "Ma carufi, shertu che appoi mi carricu e pigghia velofità, chisto è u rock!"); uno non capisce che genere facciamo (ma d'altronde, neanche noi), l'altro va bene, sì, ma c'è qualcosa che però.
È il blues (essì, avevamo un blues... titolo esatto: "Tickin' love blues", yeah!) lo spietatissimo banco di prova per gli aspiranti drummer della band senza nome ("The Kubricks"?), davanti al quale tutti presto o tardi si arrendono. Siamo dei cazzari che a malapena sanno tenere in mano lo strumento (parlo anche delle mie corde vocali), ma abbiamo pretese elevatissime! Fuori un altro. Passano le settimane, fumata nera dopo fumata nera. Non ci accontentiamo. Non ci arrendiamo. Ma non ci crediamo quasi più. Non basta un bravo batterista. Ci vuole la persona giusta. Il pezzo del puzzle.
Un giorno il nostro Roberto incontra a un semaforo un batterista suo amico di vecchia data, si catapulta giù dalla macchina e lo costringe a venire a provare con noi da Edoardo, appena può.
Si chiama Emanuele, che vuol dire "Dio è con noi", e mai nome fu più calzante. Anche lui cercava una band. Alla prima prova azzecca tutto, inventa tutto il resto, pesta come un dannato, preciso come un metronomo, tribale e fantasioso. Ci guarda interrogativo. Ci guardiamo l'un l'altro anche noi, con un mezzo sorriso che è il tentativo di trattenere una risata isterica; sì, è lui.
Non ci crede quando gli diciamo che siamo soddisfatti, che ci piace. Non ci crede, e non ci crederà per mesi e mesi. Chiunque vorrebbe un batterista così, ma lui fa le battute come un ragazzino geloso alla sua nuova fidanzata. "Sì, tanto ora mi sostituite," dice, sorridendo. Ogni volta che si parla di Simone chiede sempre com'era tecnicamente (inutile insistere a dirgli che era una capra). Ogni volta che si nomina un batterista, chiede se è meglio o peggio di lui. Non sembra rendersi conto che a nessuno di noi interessa la classifica dei batteristi, come a una ragazza innamorata non interessa chi ce l'ha più lungo; e non si rende conto di essere entrato in una band di dilettanti, e di esserne un po' la star.
Ma da quel momento tutto cambia, siamo tutti migliori, tutti focalizzati, tutti in qualche modo... sì, tutti in qualche modo bravi, interessanti, tutti veramente dentro al progetto. La band nasce lì, in quello strano novembre, e ha già una sua chiara identità dal primo istante in cui arriva Emanuele. Iniziamo a tirar giù come niente fosse brani già compiuti, nascono di getto Hate Song #1 e Nothing ("nel finale chi entra prima? la batteria, la chitarra o il basso?" "facciamolo tre volte," dico io, "con tutte e tre le combinazioni!"). Durante le pause fumiamo decine di sigarette e parliamo dell'ambiente catanese, dei locali radical-snob e inarrivabili, delle serate live. Nominano posti di cui non avevo neppure mai sentito parlare, come il Mer, e altri ben noti anche a chi come me non frequenta da anni i pub catanesi: la Chiave, la Cartiera, la Zō. Ma te l'immagini, suonare in un locale davvero? Parliamo per l'ennesima volta del nome della band -abbiamo tutti delle proposte ma a ognuno piacciono solo le sue... io vorrei tanto "The Lesbians"- e di altre cose che ci sembrano avvincenti, distanti ed enormi, ed è divertentissimo fare questi sogni improbabili di rock'n'roll come i ragazzini di Ligabue, ma il tutto virato in colori noise-indie.
Quando rientriamo propongo di inventarci un brano di apertura per spiazzare la gente, una cosa simile a quando i musicisti provano all'inizio dei live, ciascuno per i fatti suoi, senza badare gli uni agli altri. I ragazzi sono perplessi, ma l'idea di fare qualcosa di forte per aprire la scaletta rompendo l'orizzonte d'attesa piace. Cominciamo a improvvisare, ecco un ritmo tribale, inesorabile, il basso lo asseconda, la chitarra disegna una scala tutta sua.
Per le mani ho l'elenco dei nomi per la band (For ladies only? Long Hair In Three Stages? Love in exile? The Singles? Metal Machine? The Playbacks? Psycho Candy? Smooth-on?) e non sapendo che fare mi metto a urlare quelle parole, nell'ordine esatto in cui le vedo scritte. Wow. Funziona. Funziona!
Ladies and gentlemen, in this very moment we are Breaking the Horizon of (your) Expectation! Me la vedo già, la gente sconvolta, perplessa, divertita, sotto il palco.
Chissà.
[continua]
1 commento:
La mitologia privata dei gruppi rock è una delle cose più belle che si possano scrivere.
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