martedì 28 ottobre 2008

Like Suicide*

Trovo internet e tutto quel che vi gira intorno sempre più alienante.
Badate, non dico che riesca a farne a meno. Anzi, il problema è proprio l'opposto, trovo difficilissimo staccarmene, e questo non fa che accrescere il mio desiderio di starne lontano. Sarà un fatto caratteriale, deriverà dal mio vissuto, ma ho una sorta di allergia per tutte quelle cose che, passando attraverso l'abitudine o sottili blandizie, finiscono per diventare via via più invadenti e costrittive, diventando parte integrante del tuo tempo. Ecco: odio chi mi ruba il tempo. Mi dico sempre che vorrei essere una Iena televisiva per prendermela con i ladri di tempo, quelli che ti rubano preziosi attimi di vita nei quali potresti semplicemente far altro.

Se telefono alla Simpatica Compagnia Telefonica e devo aspettare cinque minuti -a sentire messaggi di benvenuto, promemoria sulle ultime offerte, e via dicendo- per accedere al menù, il quale mi inviterà a chiamare a un numero a pagamento per segnalare un guasto -ma io so benissimo che devo arrivare al servizio clienti per un'altra via, digitando qualche altra voce che mi porti a parlare comunque con un operatore- mi sento preso per i fondelli, derubato.

Se a pranzo, dopo il telegiornale -quelle volte che lo guardo, e accade sempre più di rado- il televisore resta acceso e mi ritrovo a fare zapping con una mano e mangiare i maccheroni con l'altra in cerca di qualcosa che non sia completamente idiota -festaitalianacongigidalessio, zap, litaliaallospecchioelultimogiallochisaràilcolpevole, zap, forumunavecchiettadenunciailmaritochelehadatodabereloliomotoredelsuomotozappa, zap uominiedonnegigggitroveràlanimagemellaentroildodiciaprile, zap- la cosa che davvero mi manda in bestia non è tutta quell'immane poltiglia di merda che passa attraverso il teleschermo, e forse, in quel preciso momento, neppure il fatto che attraverso tutta quella stupidità la gente intorno a me si sta trasformando negli Ultracorpi di Don Siegel (ultracorpi che peraltro decidono chi deve governare per me): no, quel che mi fa sbarellare è il fatto di accorgermi d'improvviso che ho dovuto raccogliere con tutte le mie forze un momento di razionalità per comprendere che il televisore poteva benissimo stare spento e dovrebbe esserlo per default. La cosa che mi fa impazzire è quella sgradevole alienante -e sempre più frequente- sensazione di andare alla deriva, di non essere consapevole del mio tempo e delle mie scelte.

Ecco: io non ho scelto di iscrivermi su Facebook. Ok, mi ci sono iscritto io, ma non so come ci sono finito. No, d'accordo, lo so com'è andata. Dev'essere stato per via di un amico spagnolo che non vedevo da anni, e il piacere di sapere come stava. O qualche ex collega dell'università. Partendo da lì, è bastata una semplice velocissima iscrizione per ritrovarmi a rivedere facce di gente che non sentivo da secoli. Mi ha fatto un immenso piacere, sulle prime. Poi ho iniziato a ricevere richieste di amicizia da parte di simpatici colleghi che non conosco molto bene, gente che stimo. Bene. Qualche parente. Fantastico. Ed ecco arrivare richieste da parte di gente che non ho mai sentito nominare. Amici di amici. Facebook mi invita a segnalare ai miei amici quali altri miei amici potrebbero essere o diventare loro amici. Perché?, mi chiedo. Saranno capacissimi di trovarsi da soli, magari potrei sembrare maleducato a inviare mail alla gente. Oppure saranno contenti, chissà. Sì, nella stragrande maggioranza dei casi saranno contenti. O comunque non avranno nulla da protestare. E già questo mi spaventa.
Mi "iscrivo" a una "causa" contro l'omofobia, mi sembra una cosa giusta. Per farlo devo cliccare una roba che serve per attivare questo genere di "applicazioni", dice che sto dando i miei dati a dell'altra gente. Uhm. Poi mi dico, bah, ma che problema c'è? Lo fanno tutti...
In breve le richieste di amicizia e le proposte di far richiesta d'amicizia (aarggggh?) travestite da richieste d'amicizia (aspetta, perché devo attendere che sia accettata? aah, ma allora non era Tizio che mi aveva contattato? Lo sto contattando io?) si moltiplicano. Se volessi potrei pure cliccare su un'iconetta raffigurante un dono e inviare un regalino a chi voglio. Senza neppure aver bisogno di comprarlo, impacchettarlo, toccarlo con le mie mani. Doolce.

Sì, avete ragione, non è un dramma, non c'è nulla di male, in fondo è solo un bel sistema per creare e tenere in piedi una bella rete sociale con il mondo. Eppure tutto questo mi sembra maledettamente fuori dal mio controllo, mi accorgo che ci sono finito dentro praticamente senza volerlo, senza sapere cosa fosse e che -molti miei contatti lo confermano- è così che accade a quasi tutti. L'ultima goccia è il messaggio, peraltro simpatico, buffo, di una collega:

"vuoi solo la verità, tutta la verità, nient'altro che la verità? non ricordavo nemmanco di averti chiesto di diventare mio amico! [...] mi sa che ormai gli inviti si incrociano anche a insaputa dei diretti interessati..."

Diamine, no, no, no... questa roba non fa per me.
Mi sono ritrovato incluso, mio malgrado, all'interno di una rete troppo grande, agorafobica, per il mio carattere riservato. Esagero? Oh, sì, lo so che esagero. Ma io sono fatto così, non mi va di collegarmi per sapere che "Gianna sta facendo la torta". E se ne preparo una io, invito qualche amico in carne e ossa a mangiarla e si parla di quattro cazzate, ma di persona. Io voglio cinque amici cinque, o magari cento, ma gente cui stringere la mano, al limite telefonare. Ho una mia vita, la band (vi racconterò, promesso), un blogghino che trascuro da tempo e un myspace (non personale, giammai! è quello della band di cui sopra), un gruppo per traduttori creato da me, un indirizzo e-mail. Non voglio nient'altro. Chi mi vuole, sa dove trovarmi. E, a dirla tutta, non è che io abbia tutta 'sta voglia di essere reperibile.

Ma no, non è neppure nulla di tutto questo; così come non è paura della tecnologia, nostalgia delle vecchie missive cartacee. In fondo, non sto scrivendo in un blog? Sarà forse la quantità, l'abitudine, il tempo, il fatto di ritrovarmi ad avere dei contatti con più gente di quella che vorrei? L'abuso della parola "amico"? La dimensione, l'incontrollabilità di tutto quanto? Se su myspace la cosa mi va anche bene, perché è la semplice vetrina di una band e siamo in tre a gestirla, e chi ci visita in qualche modo è interessato a noi, commenta i nostri brani, su Facebook mi sembra tutto veloce, distratto, superficiale. E ancora, e soprattutto: fuori dal mio controllo. Qualcuno di voi sarà d'accordo, qualcuno mi darà del paranoico, e credo che in fondo il succo stia proprio in questo, forse, in una questione di gusto personale, e che tutto questo discorso possa risolversi in una frasetta semplice semplice:
Ho capito che Facebook non mi piace, ma proprio per niente.

Poco male, mi dico, ci sarà un modo per cancellare l'iscrizione. Eppure la paginetta di "disattivazione" dell'account è un po' ambigua, non parla di cancellazione, dice addirittura che potrò riattivare in qualunque momento l'account e ritrovare tutto come prima, e che per farlo mi basterà accedere al sito con nome e password.
Eeeeh? Cazzo dite, potrò riaccedere con nome e password e tutto torna come prima?
Ma che diamine!
Ho detto che io voglio cancellare l'account, avete capito o no? C-A-N-C-E-L-L-A-R-E, eliminare, forever, bye, disintegrate, piùpiù, zzzappp!, amen!

La sensazione di cybersoffocamento aumenta cercando su Google la frase "cancellare il proprio account su Facebook". Scopro che è quasi impossibile, che è proprio come avevo capito, cliccando su "deactivate account" i miei dati resteranno comunque presenti nei loro server nel caso che in un secondo momento io possa decidere di ritornare (aaarrghhh!!). E c'è chi sostiene che i dati personali resteranno accessibili anche a estranei e malintenzionati. Meno male che non ho avuto il tempo (e la voglia) di inserire quasi nulla, nella mia paginetta...
Questo della cancellazione dei dati personali, scopro, è un problema annoso di tutti i siti di social networking, ma pare che Facebook sia particolarmente ostinato.
Per sparire davvero dal simpatico sito di social networking bisogna cancellare tutti i propri dati, foto, messaggi, dati vari, poi mandare una serie di mail e rispondere a un'altra serie di mail, ballare il sabba sotto la luna piena bevendo unghie di pipistrello o (a scelta) pregare Sant'Ignazio di Loyola. Un simpatico blogger, Steven Mansour, ha pure raccontato tutta la saga della cancellazione del suo account in un post dal titolo buffo e disperante: 2504 Steps to closing your Facebook account.

Per fortuna, dopo un bel po' di smanettamenti, il vostro Yako scova un gruppo di Facebook che si chiama "How to permanently delete your Facebook account". Uahaaa! Il verme dentro la mela!
Basta fornire la propria password (aaargghhh! cosa se ne faranno? mi fido? Massì, va, non c'è nessun numero di carta di credito, hanno solo la mia data di nascita e qualche messaggio scazzato, e l'alternativa è lasciare tutto com'è...) e premere un tasto gridando "Non mi avrete, bastardi!". In quindici giorni pensano a tutto loro, mail, contro-mail, richieste, tutto. Una specie di patronato del web, di class-action della rete.
Funzionerà?
Ehi... funziona!
Giuseppe Iacobaci è appena scomparso da Facebook, ultimo (per ora) di una ventina di migliaia di ex-iscritti. Qualcuno, entusiasta, lo definisce un cyber-suicidio di massa. Ahaa. Sono il piccolo lemming della rete.

No, no, aspettate un attimo.
Cyber suicidio? Volete dire che... quella era una cyber-vita?

Pheeeewww... più ci penso, più mi dico che mi sono salvato per un pelo.


*Soundgarden

4 commenti:

Meeshell ha detto...

Conosco molte persone che hanno avuto le tue stesse reazioni... Che dire? Io mi destreggio benissimo con il malefico FB perché sono fin troppo consapevole che quella non è la vera vita, ma un mezzo per fare qualcos'altro. Ho molti amici che vivono all'estero - beati loro! aggiungerei - e FB ci facilita nel restare in contatto. Ho anche tanti "amici" di FB che veri amici non sono, forse è il prezzo da pagare per tenere aperta la comunicazione con quelli veri e lontani... Succede lo stesso anche "là fuori", non mi stupisce che le dinamiche si ripetano asnche nel mondo virtuale. Il privato è - fortunatamente - un'altra cosa.

Giuseppe Iacobaci ha detto...

Beh, ovvio, anch'io sono consapevole del fatto che quella non è la vita vera, come non lo è questo blog. La rete è utile, in rete ho conosciuto te ad esempio, che sei una persona simpatica e che non fatico a chiamare amica. Su facebook in particoalre ho avuto il piacere di risentire amici lontani di cui non avevo più notizie, e l'opportunità di mandare un grosso complimento a una delle mie traduttrici preferite (temo non mi abbia risposto, ma vabbé).
Vorrei specificare che la mia non è una posizione politica, un luddismo o una "sete di vita vera vs. il malvagio virtuale" (malgrado il finale ironico del post).
Niente di tutto questo. Si tratta di una vera antipatia viscerale, forse una paranoia, verso quel sito e le modalità di comunicazione che offre, la brevità, la superficialità, l'eccessiva accessibilità. Non mi piace essere così accessibile a chiunque (sarà per questo che scrivo post così rari e così lunghi? per scoraggiare i non seriamente intenzionati?).
La mia disaffezione nasce poi anche dal modo in cui ti ritrovi a esserci dentro, e a creare contatti. Lo trovo... alienante.
Sì, è carino, può essere utile. Ma semplicemente al mio io-bambino non piace, al di là di ogni spiegazione, e mi ispira un'ineffabile epidermica diffidenza e antipatia, un po' come la pubblicità dello yogurt müller. :-) Sarà buonissimo, tutti dicono che è squisito, ma non lo comprerò mai...
Magari tra due anni sarà indispensabile per avere la cittadinanza del web e mi ci dovrò reiscrivere per forza... per ora, me ne tengo alla larga.

Meeshell ha detto...

Come dici tu, il discorso si riassume tutto nel fatto che Facebook non ti piace, e davanti a questo non c'è niente da dire, anzi, teniamocelo caro il diritto di dire "questo non mi piace" finché non proveranno a toglierci anche quello!

Sicuramente è uno degli strumenti che più facilmente si presta alla superficialità. Stamattina ho sentito una mia ex-collega dell'azienda che da poco ho lasciato, e mi ha detto che si è cnacellata perché riceveva "richieste di amicizia" (certo, la terminologia non aiuta!) da gente che in ufficio la salutava appena. Tra il dover mostrare i cavoli suoi a queste persone o dire loro di no, anche lei ha deciso di "darsi alla macchia". Insomma, qualche problema 'sto Facebook lo crea, effettivamente... Io mi sono proposta a un editore per una traduzione, e non ho avuto risposta. Non credo diventeremo amici, alla faccia del Web 2.0. :-)

Riguardo lo yogurt Muller, ha una storia di campagne marketing odiose che ormai a casa mia sono oggetto di pesanti parodie. Quando però mi sono accorta che in un certo supermercato era quello che costava meno l'ho provato e... è sicuramente migliore dei suoi spot, ma per me fare l'amore con il sapore è un'altra cosa (tipo una cofana di patate fritte)!

VitaVagabonda ha detto...

Caro Yak - sei un grande. Dici quello che avrei voluto dire, e esprimi benissimo l'ambivalenza che dobbiamo tutti provare se abbiamo un minimo di coscenza delle nostre condizioni umane. Nel mio solitario e spesso alienante mestiere, trovo internet indispensabile, ma c'e' sempre un dubbio che mi assale: Utilizzo internet o internet utilizza me? W.