Da quando avevo sentito la mamma da dietro la porta di cucina che parlava della Cassa Integrazione, che ci mettevano papà, non riuscivo più a dormire bene la notte.
Non osavo chiedere, e dal fatto che ne parlassero tra loro a bassa voce avevo capito che era una cosa davvero seria. Non sapevo dare una forma alle mie paure, immaginavo solo che sarebbero venuti a prenderlo e portarmelo via, per chiuderlo in questa cassa, anche se sapevo che non potevano farlo davvero, ma a forza di pensarci era diventata una cosa concreta e reale: se lo sarebbero portato via, e non capivo cosa avesse potuto fare di male per meritarselo. Papà era buono. Ok, non parlava molto, lavorava dalla mattina alla sera e lo vedevamo pochissimo, e se faceva il turno di notte era peggio perché poi di giorno dormiva e dovevamo stare zitti e in silenzio; non aveva mai tempo per giocare con me o per parlarmi, ma certe volte mi prendeva sulle sue ginocchia e mi faceva il solletico o mi scompigliava i capelli. Certe volte da dietro la schiena tirava fuori un kinder e me lo dava con un sorriso soddisfatto. Era un bravo padre, non era una persona da chiudere in una cassa. A cena mi chiedeva come andava a scuola. Dicevo bene, anche se non era vero. A scuola andava male, mi chiamavano Terroneddu, mi toglievano il berretto dalla testa e se lo lanciavano tra loro durante la ricreazione e non riuscivo a riprendermelo. Ero l'unico che aveva quel berretto coi paraorecchie e questa cosa li faceva ridere. E il mio zaino e i jeans erano senza marca, perciò si capiva che ero povero anche se mamma e papà ci tenevano e ogni tanto andavamo a comprarmi "dei vestiti come si deve", che però ai miei compagni non andavano mai bene. Si mettevano tutti in cerchio e mi squadravano dalla testa ai piedi, e mi sfottevano senza mai dire che ero povero: mi dicevano cose che non c'entravano, finocchio, terrone, marocchino, femminuccia, cazzomoscio. Le femmine della classe stavano a guardare da lontano, alcune ridevano ma altre si arrabbiavano, mi dicevano "Reagisci, scemo!", ma non mi aiutava nessuno. Ecco, Dorfles ad esempio era uno da chiudere in una cassa integrazione, ma anche Sacchi. Senza quei due forse avrei potuto difendermi, e reagire davvero. A Torrini un pugno gliel'avrei anche potuto dare, si vedeva che preso da solo era un cagasotto, ma gli altri lo avrebbero difeso e ne avrebbero approfittato per picchiarmi davvero. E Polla, che era del sud come me e stranamente era uno dei più cattivi, me lo sarei mangiato in un boccone con un bel calcio nelle palle se lo prendevo, e l'avrei fatto diventare finocchio. Proprio lui mi aveva dato il nomignolo "terroneddu".
Così per un lungo periodo rimasi sveglio la notte, convinto che sarebbero venuti a prenderselo mentre tutti dormivano. Un giorno presi un bastone di legno in uno dei tanti cantieri là intorno, era pieno di chiodi arrugginiti. Se venivano gliela facevo pagare. Feci attenzione a non farmi vedere dalla mamma entrando a casa, ma come sempre a quell'ora era tutta intenta a cucinare e apparecchiare.
Nascosi la mia arma sotto il letto, posai lo zaino e tornai di corsa in cucina. E c'era papà! Forse era festa e non lo sapevo, ma allora perché a scuola avevamo fatto lezione? Oppure voleva stare con noi prima che venissero a portarselo via. Non domandai, ma forse era la seconda cosa, perché era tutto triste e serio e non disse una parola per tutto il pranzo.
Da quel giorno papà ci fu sempre, non solo a pranzo, ma tutta la giornata, ma non era mai di buon umore, anche se quando mi vedeva mi sorrideva il suo era un sorriso smorto, e io lo capivo, non mi ingannava. La Cassa Integrazione voleva dire che l'avevano licenziato come il papà di Roberto, ora lo sapevo.
"Stacci accanto a tuo papà," mi faceva la mamma, "quando esce chiedigli di andare a passeggiare insieme!" Mi disse che il marito della sua amica Antonietta usciva tutti i pomeriggi e si attaccava alle macchinette del videopoker, Dio ci scansi.
"Stacci accanto a tuo papà," mi ripeteva sempre.
Io ero più sereno e dormivo la notte, e mi piaceva che papà era in casa con noi, ma anche se avevo capito che non se lo portavano via continuavo a tenere il bastone sotto il letto. Adesso mi immaginavo a sbatterglielo in faccia a Dorfles, e tutti mi avrebbero battuto le mani. Milani, cioè Dorotea Milani, una di quelle che si arrabbiavano, sarebbe corsa ad abbracciarmi e mi avrebbe dato un bacio nella bocca. Dorotea aveva gli occhi castani, bellissimi, era un po' cicciottella ma giusta, mi piaceva, l'avevo votata come capoclasse e quando la prof aveva letto il suo nome nel bigliettino lei si era voltata intorno tutta interrogativa. Secondo me la prof aveva riconosciuto la mia calligrafia, perché mi aveva guardato e aveva sorriso.
Dorotea invece non l'aveva mai saputo. Una volta avevamo giocato assieme a nome e cognome durante l'ora di educazione tecnica, e mi aveva stracciato, sapeva un sacco di cose, lei, era figlia di un dottore. Ma non avevo fatto troppo brutta figura fortunatamente, perché avevo a casa il Grande Libro degli Animali e li conoscevo tutti. Mi piacevano un sacco gli animali, e da grande volevo comprarmi un cavallo vero. Così alla lettera G trovai lo gnu invece della solita giraffa, alla E l'emu al posto dell'elefante, e Dorotea mi disse ridendo e spalancando gli occhioni che non se l'aspettava proprio, da un terroneddu come me. Mi sembrò un bel complimento e avrei voluto risponderle qualcosa, ma arrossii e abbassai gli occhi.
Abitavamo in un complesso di palazzoni alti in cemento armato, tutti grigi, alla periferia di Torino. I vicini di casa erano quasi tutti del sud come me, ma non andavo d'accordo nemmeno con molti di loro. Mia mamma mi diceva sempre di non scendere giù a giocare allo spiazzo, soprattutto in quello lontano, perché c'erano i ragazzacci, e nelle aiuole c'erano le siringhe, e tutte queste cose, ma io il pomeriggio scendevo sempre. Non lo so se si riferiva a qualcuno in particolare quando parlava di ragazzacci, ma in effetti spesso era peggio che a scuola. Giocavo a pallone con Roberto il figlio di Antonietta, e con Nicola. Il padre di Roberto era stato licenziato da due anni dalla fabbrica di materassi dove lavorava, e adesso giocava ai videopoker. Anche se ero bambino lo capivo, che era una pazzia buttare tanti soldi proprio quando non lavoravi, ma i grandi sono fatti così. Mi chiedevo anche perché non se ne tornavano giù in Puglia, se il lavoro qui ormai non c'era più. A me andare a vivere in Puglia sarebbe piaciuto. C'era il sole e il mare, c'era zio Tonino che mi portava a vedere le pecore, c'era la nonna. Ci andavamo d'estate, caricavamo la macchina di roba pure sul tetto e partivamo in autostrada. Ci fermavamo all'autogrill ma non compravamo niente, la mamma aveva preparato i panini con la cotoletta, e avevamo le lattine di aranciata Mirinda nel frigo portatile. La mamma portava sempre il caffè nel thermos, ma papà il caffè lo prendeva al bar dell'autogrill. Mi piaceva un sacco, l'autogrill. Mentre tiravo calci al pallone nello spiazzo pieno di cocci di bottiglia pensavo a questa cosa dei grandi, che non capivo. Non c'era niente di bello, lì a Torino, però volevano restare lì. La mamma mi aveva spiegato che era per il lavoro, ma adesso che anche papà aveva perso il lavoro che ci stavamo a fare? Perché non ce ne andavamo? Non era meglio?
Sullo spiazzo grande, quello lontano e pieno di erbacce e siringhe e che la sera era completamente al buio, quello dove la mamma diceva che non dovevo andare, stavano montando il tendone del circo. Erano arrivati quella mattina, li avevo visti uscendo di casa con lo zaino in spalla, e già erano a buon punto. Non avevo mai visto un circo prima, ma lo sapevo che erano loro perché quando tornai da scuola già avevano messo manifesti dappertutto. Al circo c'erano i leoni, e le tigri, forse anche le scimmie. Avrei tanto voluto avere una scimmia tutta mia con cui giocare. Le avrei dato le banane come faceva mio papà col kinder, avrei tirato fuori la mano da dietro la schiena e lei si sarebbe messa a saltare e gridare stridula come nei film e mi avrebbe abbracciato. Le scimmie hanno le labbra strane, come una ventosa, e forse sono un po' bavose, hanno le pulci peggio dei cani, ma mi sarebbe piaciuto. Di sicuro c'erano anche gli elefanti.
Lasciai il pallone a Roberto e gli dissi che andavo a prendermi un cremino alla bottega di Piero, invece girato l'angolo corsi verso lo spiazzo grande, quello dove la mamma non voleva. Una volta soltanto. Dovevo vedere se c'erano le scimmie. Il tendone era coloratissimo a strisce gialle e rosse, si vedeva da lontano. Era bellissimo ed enorme. Non rimasi col fiatone e le mani alle ginocchia, anche se avevo corso alzai subito gli occhi e rimasi lì bloccato per un po' a guardare in su, a fissare la bandierina in cima.
"E tu chi saresti?" mi domandò.
Mi spaventai, non dovevo stare lì, pensai voltandomi di scatto, e la vidi.
"Allora?" insistette.
"Pirrotta Francesco," deglutii. Era troppo bella.
Aveva i jeans con i lustrini dorati e una maglietta rossa, e i capelli biondi tirati in su in una maniera strana, come il tuppo della nonna ma le ricadevano sfrangiati da tutti i lati. Mi squadrava dall'alto in basso e sorrideva. Mi dissi che ero stato ridicolo a dire il cognome.
"Scommetto che sei venuto a vedere i clown," mi disse.
"No," biascicai, ma non sapevo se era il caso di spiegare che ero lì per le scimmie, ci dovevo pensare, magari facevo un'altra brutta figura. Aspettai un attimo, imbarazzato, mentre lei continuava a fissarmi fiera e torva, sorridendo con la bocca e rimproverandomi con gli occhi, un'espressione strana e spiazzante che non avevo mai visto in nessuna faccia prima. "Ma... ma voi ce li avete, gli animali?" le chiesi finalmente.
"Certo!" sorrise di gusto, con la bocca e con gli occhi. Gli occhi ce li aveva chiarissimi, azzurri o verdi, e ridendo li stringeva in una maniera bellissima. Erano gli occhi più belli del mondo.
"Vieni con me," mi fece. C'era un odore fortissimo avvicinandosi alle gabbie, nemmeno di cacca, qualcosa di più acre, come quando lo zio Tonino mi aveva fatto entrare nella stalla del suo amico Franco, ma ancora più forte. Un odore selvaggio che non avevo mai sentito. Mi veniva di chiederle se li lavano bene, gli animali, ma mi trattenni perché si sarebbe arrabbiata.
Le gabbie erano enormi ed erano dei veri rimorchi con le ruote, come quelli dei camion.
La tigre era grande e bellissima e faceva paura. Era sdraiata dentro la gabbia, tranquilla, ma non mi avvicinai troppo, anzi avrei proprio voluto scappare perché secondo me con i denti poteva rompere le sbarre da un momento all'altro e sbranarmi, ma mi feci coraggio e deglutii perché non volevo che lei ridesse di me.
"Mi chiamo Monia, e tu?" mi disse, tutta fiera dei suoi animali.
"Francesco," le porsi la mano.
"Vero," rise, "me l'avevi già detto! Abiti qua vicino?"
"Sì, in quel palazzo là in fondo," indicai con il braccio, e lei guardò dove indicavo. "Ma tu quanto stai qui?"
"Una settimana. Poi andiamo giù in altre città, Alessandria, Genova..."
"Ma voi viaggiate sempre? Cioè, voi non ce l'avete una casa?"
Monia rise, girando su sé stessa con le braccia aperte come una ballerina. "È questa la nostra casa!" Non avevo mai visto una ragazzina così entusiasta nel mio quartiere, e nemmeno a scuola. Notai che aveva già un po' di tette, e arrossii subito perché era un pensiero sporco e giurai di non guardargliele più.
Ma tipo, per cucinare come fate, e il televisore ce l'avete? Dove l'attaccate la spina? Monia rideva un sacco, ma rispondeva a tutte le mie domande. Mi mostrò Wilbur l'elefante, avevano pure due zebre, e le dissi che mi piacevano perché sono come i cavalli. Scimmie niente. Peccato, le dissi.
"Anche a me piacciono tanto," disse Monia. "Però mio papà dice che le scimmie in un circo non servono a niente."
Secondo me le scimmie potevano fare qualche gioco divertente con i clown, e lei era d'accordo con me, ma suo padre non ne voleva sapere. Gli adulti sono fatti così, non c'è niente da fare. Le dissi che mi sarebbe piaciuto un sacco vivere così e girare tutte le città. Lei sorrise con la bocca e fece un'espressione triste con gli occhi, e diventò improvvisamente silenziosa. Per un po' restammo seduti in silenzio a lanciare sassi verso il palo della luce guasto.
"Ma tu ci vieni a vedere lo spettacolo, vero?" mi fece. Io le dissi che forse mio papà non avrebbe voluto. Non le dissi che eravamo senza soldi. Lei era ricca, aveva un tendone enorme e un sacco di animali esotici e dei vestiti coloratissimi come si vedono in televisione, e forse non avrebbe capito. "E tu vienici lo stesso!" rise. Una parola, uscire di sera senza permesso.
Monia era bellissima e parlammo come se fossimo stati amici da sempre. Mi dispiaceva già un sacco che nel giro di una settimana sarebbe andata via. Era come se già sentissi la sua mancanza. Mi disse che se volevo almeno avrei potuto assistere alle prove, anzi era in ritardo e suo padre di certo la stava aspettando.
"Ma allora anche tu fai lo spettacolo?" le chiesi.
"Il mio numero," disse lei tutta fiera e convinta, "è unico in tutta l'Europa."
Non sapevo come si chiamava quella sensazione. Quel tramonto rosso tra i grattacieli alti e grigi della periferia, tra l'odore delle bestie e di benzina e il rumore dei generatori di corrente. Dentro al tendone immenso del circo rimasi con gli occhi sbarrati a guardare Monia che volteggiava nell'aria come se avesse avuto un potere magico, come se fosse stata un angelo. Non c'era nessun filo a tenerla, non c'era nessun trucco, era una magia reale. Monia ondeggiava davvero sulla sua altalena altissima, e poi volava, volava davvero da un'altalena a quell'altra che il padre le lanciava dall'altro capo del tendone. Monia era davvero un angelo, Monia volava davvero. Da là sotto, dal mio mondo lontano di terra e sporcizia, riuscivo a vederla sorridere con gli occhi e anche con la bocca adesso, felice, e il cuore mi batteva all'impazzata, ma non avevo paura che cadesse, avevo solo nostalgia e sapevo che non mi sarebbe passata mai più. Ma anche di tutto questo, in quel momento non m'importava. Vedevo Monia volare, e mi sentivo triste e felice allo stesso tempo, una sensazione che non avevo mai provato in vita mia.
2 commenti:
eccezzionale
Torino è una città che puoi solo amare, ma anche odiare, grazie una bellissima emozione :-)
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