mercoledì 25 luglio 2007

Il giorno di dolore che uno ha

I would rather not go back to the old house
there's too many bad memories
too many memories there


Ci sono giorni in cui le regole del gioco umano sono tutte sospese.
Me lo sarei risparmiato, credo, sessanta chilometri di sole cocente di questo luglio alle tre del pomeriggio, non fosse stato il funerale del padre di Salvo. Uscendo mi è capitata per le mani una vecchia cassetta di Ligabue e la prima canzone che viene fuori è Il giorno di dolore che uno ha. So benissimo come si staranno sentendo Salvo e Alfredo. Il testo sembra proprio parlare di loro. Seguo l'onda della musica, che mi accompagnerà per tutto questo pomeriggio odiosamente afoso. Ci saranno tutti quelli dei tempi della villa. La villa, cioè il parco, era casa nostra. Una casa odiosa, nei pomeriggi d'inverno, una prigione, dove nulla poteva accadere. Dove eri sempre te stesso e non potevi fare nulla che non fosse da te. Odiosa d'estate, con il passìu delle ragazzine splendide che non ti davano conto a meno che non gli piacessi, ma davvero, a livello prematrimoniale. O forse eravamo solo troppo timidi, e ogni concessione alla cavalleria, ogni strategia di rimorchio, ci sembrava una recita imbecille e ipocrita. Ci andassi oggi, e non ci vado, apposta, mi aspetterei di vederli tutti lì seduti nel viale dei montati -così avrei scoperto che ci chiamavano, perché eravamo tutti universitari: un mondo chiuso, come tutti i mondi della villa, viali occupati a via di frequentazione quotidiana, naturalmente, come stanziamenti di antiche tribù la cui origine risale alla notte dei tempi. Alfredo, Giovanni, Giusi e Doriana, Carmela e Maria, Federico, Vincenzo con quel suo cugino alto e prestante, occhi azzurri di lince, troppo perfetto per essere vero, come un sogno da gay poco fantasioso (anch'io ero poco fantasioso: per me gli occhi di Giusi erano la cosa più bella del mondo e non m'importava neppure di poterla conoscere bene, fintanto che potevo continuare a fissarla), ma che poi apriva bocca e perdeva tutto il suo fascino, "sciuseppe cchi shpiacchiu scì?!" e il mondo ti appariva più giusto, o forse deliziosamente sbagliato. E poi noi: Salvo, Tonino, Vincenzo u Rumanu, Iaco (tutti quanti, saputo il mio cognome, dalla seconda volta che mi vedevano mi chiamavano spontaneamente così), Ture ziquatottu, Gaetano, il gigante Àcelo. Non tutti contemporaneamente. La lineup storica della comitiva non comprendeva i due romani. Quella preistorica poi, quasi nessuno dei citati.
Moltissimi mancano, al funerale del padre di Salvo. Morto venerdì, funerale il sabato, neppure il tempo per spargere la notizia e abbastanza poco da poter addurre questa giustificazione persino in un paese dove tutti sanno subito tutto. Molti sono via, ognuno col suo viaggio, ognuno perso per i cazzi suoi. Ci sono facce che non vedevo da tempo immemorabile, e mi accorgo solo adesso che non abito più qui da quasi dieci anni. Le feste alle vigne, quella volta che mi ubriacai e speravo di poter seminare i carabinieri dopo averli quasi speronati, quella volta che vomitai alla villa -non era affatto un buon compleanno, ma soprattutto ero un coglione- sotto gli occhi stralunati dei montati, quelli veri ("Ho saputo che ieri avete dato spettacolo", avrebbe poi commentato un tizio convinto di sapere cos'era giusto e cosa sbagliato... o forse voleva solo spiegato come si faceva a disperare davvero), e i muri invisibili, quelli dentro al viale, quei lotti umani separati in maniera feroce, le abitudini dolci e odiose, che sembrava sarebbero durate per sempre; tutti quei momenti, tutte quelle facce, anche quelle assenti, sono davanti a me, addolcite dal tempo. Sogni di rock'n'roll. Si è bevuto cantato il più scemo le ha prese ha una faccia così. Il sabato sera che si usciva per rimorchiare e si ritornava a casa regolarmente a becco asciutto. Una comitiva di cinque persone, e pure un po' bevute, aveva ogni modalità e chance possibile per allontanare le ragazze, e poi ci sceglievamo sempre i posti più isolati nei locali più tristi. Scherzavamo un sacco della nostra sfiga. Mai una donna. Le sere al garage di Tonino, i trip musicali. Bellezza pura. Il fantastico concerto degli Ute a piazza Martiri di Cefalonia. Adesso posso confessarlo, avrei voluto essere io il cantante. Alfredo non mollava il microfono tanto facilmente. In sottofondo, senza ammetterlo, dovevo vedere un'ingiustizia generazionale nel fatto che lui, più grande di noi, si fosse fiondato lì tra noi. Non sapevo ancora che solo dal basso si notano le differenze di età e solo a vent'anni, e in fondo era solo una maniera per dare un senso alla mia sciocca piccola invidia. E Alfredo mi adorava come un fratello. Le piccole beghe sotterranee, le guerre dei volumi, Gaetano che non voleva cimentarsi a scrivere brani originali ("Ma cu semu, gli uddùe?") contavano poco, era un sogno di rock'n'roll condiviso da tutti noi, e ci credevamo tutti, avremmo fatto qualunque cosa per farlo vivere. Allora andavo alla villa con lo zaino pieno di cd stranissimi, gente allora sconosciuta, Federico mi chiedeva di guardare e faceva tutto annoiato, "Cu su chisti? Hot Sugar Chili sex Peppers Magic Red Blood, ma tutti tu li conosci i cosi cchiù streusi?" Di quel ciddì streusu avrei poi inoculato il paese intero, una cinquantina di cassette almeno, un torrente che chissà quanto si sarà ramificato. Anche Federico poi li volle registrati. Dopo la villa andavo alla radio e trasmettevo fino a notte fonda, sperando che Giusi mi ascoltasse. Oh, la vita, è più grande di te, e tu non sei me. Non era vero che mi bastava guardarla, ma non sapevo da dove cominciare con lei. Oh no, ho detto troppo, non ho detto abbastanza. Sembrava che l'intero universo della villa cospirasse per allontanarla da me, ogni timido tentativo di avvicinarmi e parlarle pareva destinato a naufragare. Pareva che tutto fosse costruito per tenerci immobili nei nostri personaggi. Certe prese per i fondelli ripetute fino a diventare odiose, certe uscite segrete riservate a quelli che avevano la ragazza -Salvo, proprio tu che parlavi sempre dell'unione della comitiva, che facevi la faccia storta se un sabato sera mancava qualcuno!- dev'essere stato tutto questo ad allontanarmi da quel mondo. Tutte quelle cose, quei volti, ritornano sul sagrato della chiesa e prendono un sapore dolcissimo in cui niente conta più, nessuna tensione è sopravvissuta, le facce che detestavo sorridono del sorriso della nostalgia. Questo è uno di quei giorni in cui le regole del gioco umano sono tutte sospese. Forse per sempre.
Ripenso al funerale di mio padre, a quel che di lui è rimasto nel mio essere, oggi, padre di mia figlia. Non ho quasi bisogno di andare al cimitero, a volte mi basta guardarmi allo specchio per salutarlo. Sono così tanto di lui. Spero che Salvo possa ritrovare suo padre in sé stesso come capita a me.
Poi una battuta sbagliata, mi prendono per imbranato per una sciocchezza, e capisco che tutto qui è rimasto uguale, pure la mia ombra. O forse no, forse è solo l'eco di un fastidio lontano. E quella battuta è azzeccatissima, sono imbranato davvero e questa gente è l'unica che sa quanto e come, e può permettersi il lusso di ricordarmelo. Rido. Ecco cosa ci ha allontanato: ci conoscevamo troppo ormai.
Alla villa, ci andassi oggi, non ci troverei più nessuno. Dicono che pure tutte quelle piante bellissime, quelle palme secolari, si è tutto seccato. Apposta non ci vado.

I would love to go back to the old house
but I never will
I never will

2 commenti:

Anonimo ha detto...

mannaggia a te, è mercoledì mattina, ho un sacco di lavoro, Marlon Brando (che è sempre lui, per restare in tema Ligabue) vuole uscire e io sto qui davanti al pc a frignare.

mannaggia a te!

Giuseppe Iacobaci ha detto...

:-)