venerdì 26 maggio 2006

How the west was won and where it got us*

Perché la Borsellino non vincerà alle elezioni regionali?
Per lo stesso motivo per cui noi siciliani non sappiamo dare la precedenza guidando. Perché noi siciliani non capiamo le regole. Non ci servono. Non le vogliamo. Noi non vogliamo leggi, vogliamo solo prendere, passare, scavalcare.
Chi viene qui dal nord assiste incredulo ai nostri ingorghi. Sarebbe bastato rispettare le precedenze, e invece quella signora è voluta passare per prima, bloccando quell'auto rossa che ha bloccato la verde che infine ha bloccato lei.
Noi in Sicilia ce ne fottiamo delle regole, perché l'unico movente per le nostre azioni, l'unico ideale che conosciamo è una parola di due lettere: io.
Come spiegare, a sei milioni di persone così, il senso delle elezioni? Noi siciliani non avremo mai idea di cosa siano, e a cosa servano. A dirla tutta, non abbiamo la più pallida idea di cosa sia la politica e cosa siano le istituzioni.
Noi siciliani non sappiamo vivere in maniera serena la convivenza e la cittadinanza, non siamo in grado di vedere il bene comune. Siamo del tutto incapaci di una visione del mondo che vada al di là delle ventiquattr'ore, che superi i confini del nostro orticello. Badate, non sto tacciando i miei conterranei di ignoranza o di stupidità. Tutt'altro. I siciliani non sono certo quelli con la coppola che ancora si vedono in tivvvvù. Sono spesso colti, quasi sempre molto svegli e scafati. Per questo sono imperdonabili e pienamente colpevoli del loro destino. Quella che ci portiamo dietro è una maledizione ben diversa e peggiore, una malattia ereditaria incurabile, quella dell'individualismo.
Individualisti, questo siamo. L'idea del collettivo, del bene comune, non riesce a toccarci. Il pensiero che il nostro voto possa unirsi a quello degli altri ci fa sorridere, e forse nel nostro snobismo un po' ci disgusta. Non saremo mai una società, non costituiremo mai una cittadinanza. Siamo singole isole nell'isola, libere armate con le nostre singole battaglie, in perenne scontro, senza orizzonti, senza panorama, senza futuro. Una non-società.
Non è vero che siamo di destra, che siamo una massa di democristiani. Siamo semplicemente, e singolarmente, di chi tira di più. E non perché siamo creduloni, ma proprio perché, tanto, non crediamo in niente. Non è vero che siamo buoni e umani, generosi, che tolleriamo i parcheggiatori abusivi perché sono padri di famiglia. Li tolleriamo perché siamo egoisti. Non siamo in grado di ribellarci da singoli, perché non ci passa neanche lontanamente per la testa che quel tempo perso a protestare potrà servire a chi verrà dopo di noi e infine a noi stessi. Dietro al nostro aspetto cordiale e simpatico, noi siciliani non abbiamo alcun interesse per l'altro. Il successo dell'amico ci fa imbestialire d'invidia; poi lo cerchiamo e lo vezzeggiamo perché un amico di successo può sempre servire. Siamo opportunisti.
Per tutto questo, noi siciliani siamo fatti per essere governati solo con l'unico tipo di potere che riconosciamo: quello muscolare di chi è più forte di noi. Con l'abuso, la soperchieria, la forza, l'arroganza, la violenza. Non è un caso che la nostra regione sia strapiena di nostalgici del fascismo. Gente spesso anche onesta -ben più dei ribelli di facciata che si dividono tra centro sociale e villa alberata di famiglia- nostalgica di un rigore andato (e, noi lo sappiamo: mai esistito... si dormiva con le porte aperte perché non c'era nulla da rubare), vecchietti ansiosi di certezze, accompagnati dalla rassicurante consapevolezza dell'unico modo in cui si può innestare un qualche tipo di ordine qui da noi: il bastone, l'olio di ricino, la sopraffazione. Il potere dispotico di un dittatore. Per questo siamo pieni di gente che vota a destra con cieca convinzione, e che non riflette su cosa sia la destra, e quanto lontana sia da quei loro amati dittatori come Mussolini, capaci di fare il male di tutti in maniera univoca e certa. Ma di dittature non ne avremo mai più. Avremo solamente il potere sinuoso della mafia, avallato dalla nostra silenziosa e apatica complicità, avremo governanti come Cuffaro, come quella signora al semaforo. Che davanti allo sguardo annoiato di tutti passano senza averne diritto, e prendono tutto quel che c'è da prendere intasando tutto, senza che nessuno alzi un dito.

*R.E.M.

15 commenti:

Anonimo ha detto...

Tutto quello che hai scritto tu l'ho sempre pensato anche io, ma non dei siciliani, ma degli italiani nel loro complesso...

Giuseppe Iacobaci ha detto...

Forse è vero che l'Italia intera ha molto di quel che ho scritto, ma, Michelle, curiosamente tu mi dai ragione e io devo contraddirti, si vede che non hai mai vissuto in Sicilia. Forse sono stato troppo tenero, o non mi sono saputo spiegare come volevo... solo qui puoi trovare una città intera come Trapani, con gente a suo modo ricca ed evoluta e iperborghese che cammina in pelliccia sul corso e ti guarda dall'alto in basso se hai i jeans strappati, però poi si fa portare a casa l'acqua dai tizi con l'autobotte, e li paga, pur sapendo che sono loro stessi a rompere le condutture e i dissalatori. Solo qui si accetta con rassegnazione il fatto che al primo accenno di riduzione degli organici nella Guardia Forestale, misteriosamente iniziano a prendere a fuoco preziosissimi ettari ed ettari di bosco che ci metteranno decenni, forse secoli, a ricrescere. Potrei farti mille altri esempi. Solo qui un candidato plurinquisito e oggetto di mille sospetti può essere rieletto a quel modo. E tutti sanno tutto, e se ne compiacciono pure, di questo supponente e acuto disincantamento esistenziale. Pure io, che ho scritto quel post qualche giorno fa, anche se poi speravo tanto di non pubblicarlo, e scaramanticamente aspettavo. Chissà, magari mi sbaglio. E invece no, non mi sbagliavo. Troppo facile prevedere come vanno le cose qui.

Anonimo ha detto...

E infatti io non conosco la Sicilia e non pretendo di giudicarla. Mi stupivo solo della somiglianza dei nostri discorsi, tutto qui!

Giuseppe Iacobaci ha detto...

Ho capito, certo. E faccio anch'io molto spesso discorsi sull'idiozia italica (credo di averne fatti anche qui), ma ci tenevo solo a precisare che il mio era un discorso molto specifico su un luogo molto particolare e su una particolare disfatta annunciata. Però, ci ho pensato, e, sai... c'è una frase di Goethe, molto amata da dagli enti di promozione turistica siciliana che dice: "Visitare l’Italia senza aver visto la Sicilia, è come non aver visto nulla... la Sicilia è la chiave di tutto."
Ecco, probabilmente il tuo discorso ha del vero, e quella frase vale anche in negativo e la si può estendere fino a dire che noi siciliani siamo la lente d'ingrandimento attraverso la quale si può osservare lo sfacelo italiano.
Però, cazzo, nel resto d'Italia le gente ogni tanto cambia rotta... sul come e sui perché, come sull'atteggiamento degli elettori italiani, ci sarebbe tanto da dire (vogliamo parlare di questo nuovo governo? di queste ultime elezioni? brrr), ma cavolo, noi siculi per certe cose siamo proprio una feccia. E guarda, non troverai facilmente un siciliano disposto a dirlo, perché poi rischi di essere linciato verbalmente dai tuoi conterranei. L'amore viscerale, incondizionato e cieco per la propria terra, da queste parti, è un obbligo, un dogma assoluto. Guai a lavare i panni sporchi in pubblico. Io che la Sicilia la adoro -e adoro i siciliani, così complicati e vulcanici e matti, spesso geniali- sono veramente stufo di tutto questo nostro nichilismo e della nostra immutabilità. Ovviamente dietro alla Borsellino c'era una sinistra squallida quasi quanto la destra, ma una vittoria sarebbe stato un segnale importante. Mi avrebbe stupito e la desideravo molto, moltissimo, pur sapendo che era impossibile. Sono furente, e la cosa che mi fa imbestialire ulteriormente è che sapevo come sarebbe andata...

Anonimo ha detto...

Umilmente dico: in Sicilia ci sono aggregati sociali più forti dello stato o dell'umanità. La famiglia prima di tutto. Il bene comune non è quello dello stato (neanche per me è così, ma da un altro punto di vista), né forse poi davvero soltanto quello proprio individuale, ma quello della famiglia. Tutto si fa pensando alla famiglia, in nome della famiglia, mica per forza organicamente mafiosa, anche borghese e "pulita".

Giuseppe Iacobaci ha detto...

La famiglia, altroché. Elemento fondamentale della storia. La cerchia chiusa, il gruppo sociale ristretto, l'aggregato sociale dai contorni spesso larghissimi e sfrangiati, con parentele fino all'ennesimo grado e amicizie di amicizie; un mondo on-off, fatto di "Diffidare" o "Riconoscersi". Guardare dall'alto in basso o scambiarsi baci e abbracci. L'orticello, appunto.
Dentro o fuori. Un complesso di meccanismi che mettono in gioco identità e interessi personali, un senso morboso dell'appartenenza e del conformismo, nichilismo e disinteresse verso la società nel suo insieme, riconoscendosi invece in singoli recintucoli chiusi.
Un mondo che si gestisce e si governa non nei palazzi, ma nelle chiacchiere in piazza. La mafia (in senso ampio, ma non solo) è tutta lì, nei caffè al bar e nelle strette di mano, nella famiglia, spazi di proiezione identitaria, gabbie di obblighi e di cenoni e celebrazioni, di favori e di "ci penso io", di "ti porto da un mio amico", il falegname amico, il farmacista amico, la sarta amica, vai dal medico che ti consiglio io, di' che di mando io (magari è poco più che un macellaio, ma poco conta, nessuno sa la differenza). La passeggiata in piazza, le pacche sulle spalle, la famiglia, sì, l'appartenenza, a tutti i costi. Magari carina e lusinghiera. Affettuosa. Talvolta accogliente. Spesso asfissiante, insostenibile, inevitabile, strangolatrice. La famiglia. A volte mi dico che sono fortunato ad abitare, ormai, dopo tanti giri, in un paesino in cui non ho nessun amico, nessun parente, dove nessuno incontrandomi per la strada può dire "quello è figlio di quello, fratello di quello, amico di quell'altro". Essere un alieno ha i suoi vantaggi. Certo, praticamente se non "appartieni", qui parti teoricamente svantaggiato, e lo senti nell'aria quando cammini, che sei da solo mentre tutti si conoscono; sarà una sensazione, ma è molto tangibile, e non l'ho mai provata al nord (dove peraltro non sarei mai e poi mai rimasto a vivere, per altre ragioni). Qui quando dico che lavoro faccio, la prima espressione nel viso dell'interlocutore è di diffidenza. "Con quella faccia?" sembrano voler dire. "Con quella camicia di fuori e la barba incolta? A quest'età?" E soprattutto, la frase che sembra librarsi nell'aria quando sei un estraneo ed ostenti la tua libertà negli atteggiamenti, nelle cose che fai e dici, nel tuo essere te stesso: Ma tu, cu sì? Chi cavolo saresti, tu?
Essere nessuno, essere sconnesso, il peccato che in Sicilia nessuno perdona. Non essere nella rete. D'altro canto hai la sana sensazione di vivere serenamente i cavoli tuoi, di non dover ringraziare nessuno, di non avere appuntamenti, messa o obblighi, non essere mai schiavo di abitudini altrui, di non farti trovare a tot ora nel tot bar con tizio e caio a parlare delle cosce della moglie di sempronio. E, ovviamente, non avere nessuno che ti telefona dopo anni per chiederti improvvisamente come stai e poi domandarti se per caso il tuo voto è già impegnato (Sì, impegnato. Stasera esce con una bella mora.)
Ora, è evidente come si formi e sia difficilissimo da sradicare, in questo tipo di società, il concetto di voto clientelare, familiare, di scambio, voto "di rete". (Anche perché, ripeto, per noi il voto è solo una crocetta. Una schedina del totocalcio. Tutt'al più c'è la soddisfazione di aver "indovinato chi vinceva"... l'ho sentita davvero.) Pochissimi votano perché riconoscono un valore al candidato "prescelto". Moltissimi votano per appartenenza, per parentela, per... per non fare uno sgarbo, una scortesia. "E come gli dico di no?"
Ma, ripeto, questa è una non-società. Alla fine, in un sistema così, chi è inserito non è meno solo, chi è integrato non è meno egoista, chi è socializzato non è meno asociale. Perché una società così non si può evolvere, non premia i migliori e quelli che s'impegnano, quelli che portano progresso e idee. I suoi favoritismi alla fine non favoriscono nessuno. E la cosa assurda è che a noi, di quel gruppo sociale forte, non ci poi frega un cavolo, è solo uno strumento di appartenenza e la proiezione di un'identità; l'io vincitore che galleggia fiero e annoiato nel confortante mare dell'appartenenza, del conformismo.

Anonimo ha detto...

Scusa ma se odi così tanto la Sicilia perché ci abiti?
Lia

Giuseppe Iacobaci ha detto...

Io odiare la Sicilia? Ma stai SCHERZANDO? Il mio è un amore assoluto, che sconfina nell'adorazione. Credo che la mia isola sia uno dei posti più belli del mondo, e sono felice di viverci, ci sono nato per pura fortuna ma poi l'ho scelto, di viverci. Magari uno di questi giorni faccio un post in cui elenco le decine di motivi per i quali comunque vale la pena di vivere qui. Il fatto che io sopporti tutto questo dovresti considerarlo come la riprova di un amore folle e sconsiderato... la Sicilia è la mia droga, è l'aria che respiro, è il sole, il mare, i matti e le splendide ragazze che camminano altezzose in via Etnea, la granita al mattino, il profumo del gelsomino, l'odore del mare, i vecchietti senza denti, i muri scrostati... some si può farne a meno? Però il vero amore non può essere cieco. Questa bastarda di un'isola puttana potrebbe essere un paradiso, potrebbe rendermi felice e non vuole... promette, adula, seduce, gioca con te, ma non si dà, non si dà mai, non si dà a nessuno, si crede perfetta e non cambia mai. Il mio, vedi, è il rancore avvelenato di un innamorato costantemente deluso...

Anonimo ha detto...

Stesso identico sentimento che ho provato io in passato per Bologna, dove non sono nata ma vi ho trascorso 8 lunghi anni. Poi l'ho lasciata, ed è stato come riassaporare la libertà.

Anonimo ha detto...

Alcuni luoghi e città cantano come le sirene di Ulisse.

Anonimo ha detto...

"il vero amore non è mai cieco"... è fantastica la tua capacità di stravolgere le cose che sembrano ovvie e dire cose apparentemente semplici senza essere mai banale! bellissimo blog! devi amare davvero la tua terra

Giuseppe Iacobaci ha detto...

x andre: credo di non aver detto niente di così geniale... ;-) comunque grazie.

x flores:
You're looking for a chance to give your mind a rest
Now please correct me if I'm wrong
The story goes that I'm not terribly impressed
I guess I've known it all along
Walk, walk away, keep on walking away

Figured it out that I'd been wasting all my time
And time was eating at my soul
Now I find comfort only somewhere in my mind
Free to pursue another goal
Walk, walk away, keep on walking away

I can be fine, I can be free
I can be beautiful without you torturing me
Walk, walk away, keep on walking away
Go

You can live at home now
You can live at home now

(Hüsker Dü - "You can live at home")

Ci si può sentire liberi ovunque... non necessariamente dove si è nati, ma dove si è "arrivati", in qualche modo... dopo aver fatto un percorso... magari dopo essere fuggiti via, fisicamente o mentalmente... dopo aver scelto... la tua casa non è quella che ti capita, ma quella che scegli... è un percorso complicato, c'è chi la cerca per tutta la vita, c'è chi la trova nel modo o nel momento sbagliato... chi pianta le radici e scopre che il terreno era quello sbagliato e per sopravvivere deve andare di nuovo via... otto anni sono tantissimi... non so se poi c'entra, ma mi viene in mente quello che dice Tibor Fischer in "viaggio al termine di una stanza"... che casa tua non è mai un luogo, ma una persona...

Anonimo ha detto...

Casa tua non è un luogo, ma una persona. Si. Io stessa. Io che non mi trovo e cercandomi, continuo a viaggiare. Pur amando i luoghi dove vivo, penso all'indomani e mi vedo ancora in movimento, in cerca di nuove persone, di respiri nuovi, di una nuova luce. E' quasi una maledizione, ma è anche una meraviglia. Ci sono persone, credo, che nascono senza radici. Mi sento così. Sono un soffio d'aria e vivo di movimento. Un bacio.

Giuseppe Iacobaci ha detto...

cvava sero po tute i kerava
jek sano ot mori i taha jek jak kon kasta
vasu ti baro nebo avi ker
kon ovla so mutavia kon ovla
ovla kon ascovi me gava palan ladi
me gava palan bura ot croiuti

(poserò la testa sulla tua spalla e farò un sogno di mare e domani un fuoco di legna perché l'aria azzurra diventi casa
chi sarà a raccontare, chi sarà
sarà chi rimane, io seguirò questo migrare, seguirò questa corrente di ali)

Anonimo ha detto...

Mi vengono in mente tante canzoni, tante parole, ma nessuna più bella delle tue. Mi tengo vicine le tue.