L'elicottero dei carabinieri sorvola i cieli della città in larghi cerchi eleganti. Si sono già raccolte le squadre di artificieri, no, i RIS di Messina, di sicuro sono loro, quelli sull'elicottero. La zona intorno al luogo del ritrovamento è transennata e ci sono più forze dell'ordine di quante non se ne possano immaginare in un solo posto, e più gente che ai concerti estivi in questa stessa piazza. Come sempre accade in questi casi, la curiosità è più forte di ogni logica, di ogni senso del pericolo, e capannelli di gente si sono raccolti e si ammassa la folla tutt'intorno agli sbarramenti della polizia, che fatica a mantenere sotto controllo la situazione. Una signora dice che l'ingresso del paese è bloccato da un carrarmato, e dei ragazzini sbottano a ridere. È la stessa voce che gira da tutta la mattinata, prima era una camionetta, ora è diventato un carrarmato. La signora si arrabbia con i ragazzini. "Che vi pare, che cugghiunìu? L'ha visto una mia amica". In realtà l'amica ha detto che l'aveva visto un'altra amica, ma l'altra amica l'aveva sentito dire a un'altra ancora. I ragazzini smettono di ridere, e scappano a raccontare del carrarmato a tutti quelli che conoscono. Intanto i rinforzi tardano ad arrivare, la folla spinge, i giornalisti pretendono di passare e l'appuntato Giovannelli fatica a trattenerli. "La gente sapere, deve! Il decesso quanto tempo fa, si verificò? La causa, quale fu? M'arrispunnissi!" grida Demetrio Zorbo, stimato corsivista del Gazzettino di Sicilia. Tutti temono la sua penna perché, benché generalmente sgrammaticata, retorica, miope e affetta da congiuntivite, è in grado di mutare gli eventi, e lo fa, non di rado. Il fatto raccontato è più vero di quello reale, si sa, e l'appuntato non vuole rogne. Se lo fa passare, il brigadiere gli farà un cazziatone; e se non lo fa, quello si metterà di puntiglio e scriverà un articolo sulle insufficienze delle forze pubbliche nel gestire l'emergenza, e allora il brigadiere gli farà un cazziatone. "Sappiamo solo che è morta, dottor Zorbo," gli fa. "Purtroppo lei lo sa, se potevo si figurasse, ma questa volta ho l'ordine di non fare passare nessuno, per motivi di sicu..."
Le sirene fendono l'aria interrompendolo. È arrivato il procuratore direttamente da Catania, un'auto scura al centro e due volanti davanti e dietro. Tre macchine per una persona sola, a pensarci è assurdo, pensa l'appuntato. Lui ha ancora la centoventisette perché deve ancora finire di pagare il mutuo.
"Fate largo, fate largo!" gridano i poliziotti. Polizia e carabinieri? Ma quando mai? È più strano che vedere Giulio Cesare e Napoleone nello stesso posto, anzi di più, impossibile, come Klark Kent seduto al pub a chiacchierare con Superman. La gente è curiosissima. Da lontano un tizio basso e pelato, senza divisa, grida con un megafono alla folla di tenersi lontani, che è pericoloso, ma nessuno gli bada.
Il rumore dell'elicottero si fa assordante sopra le teste, una lunga scala di corda viene gettata dalla cabina e degli uomini in tuta bianca ne discendono fulminei e agili come se non facessero altro un giorno sì e uno no; gli ultimi due metri per arrivare a terra li fanno d'un rapido balzo incurante, applauditi dalla folla, alla quale non rivolgono uno sguardo. Quando l'elicottero si allontana la scena è avvolta da un silenzio tombale da duello western, rotto soltanto dal crepitìo di patatine fritte masticate da un ragazzino, che però s'interrompe subito imbarazzato perché tutti lo guardano torvi.
Sì, la scena richiede silenzio. Lo sanno anche gli uomini in tuta bianca, che si aggirano intorno e s'intendono con brevi cenni del capo: il primo circonderà il punto con del gesso, il secondo scatterà le foto, il terzo, una donna, comincia subito i rilievi con pinzette e cottonfioc. Ha una mascherina sul viso, solleva lo sguardo verso quello che sembra il più alto in grado e che ha osservato immobile tutta la scena e gli fa un cenno. "Sì, è morta," sembra dire, e la folla capisce, e freme d'un solo fremito alla terribile evidenza.
I RIS avvolgono tutto con del cellophane, prendono impronte, si osservano torvi tra loro, portano tutto via come un'impeccabile squadra di pulizia, lasciando le forze dell'ordine a restringere le transenne solo intorno al perimetro ristretto del ritrovamento; e se ne vanno, com'erano venuti, senza dire una sola parola, con lo stesso elicottero che cronometricamente è venuto a riprenderli al momento giusto, più basso stavolta perché quei due metri di prima verso l'alto non si possono saltare. Tra il frullare delle pale si sente attuttita la bestemmia di un signore rugosissimo cui è volato via l'improbabile toupet nero corvino.
La folla si disperde pian piano, esaltata per lo spettacolo e delusa perché è durato troppo poco.
Ed è rimasto solo un vecchietto col basco e i baffi ingialliti dal tabacco, e osserva perplesso da dietro le trensenne l'unica cosa rimasta nella piazza deserta, quel cerchio segnato per terra con il gesso.
"E tuttu stu gran burdellu," dice schifato, "ppì n'aceddu mortu."
*titolo: Camper Van Beethoven - su istigazione di Dddebbora
1 commento:
Anche se prevedevo il finale (perché, purtroppo, non si parla d'altro), il tuo post mi è piaciuto davvero tanto, aveva un taglio cinematografico: mi sembrava di vedere la scena in tutti i dettagli...
Posta un commento