lunedì 18 luglio 2005

Blue orchid (2)

Ancora due belle recensioni di Cargo di Orchidee,
la prima scritta dal filosofo Giulio Giorello e pubblicata sul settimanale "Grazia",
mentre la seconda, tratta dal bimestrale "Pulp", è di Domenico Gallo.

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La fonte del dolore è inesauribile, «e il cuore deve sempre fare spazio per ospitarne ancora». Così si chiude Cargo di orchidee, romanzo quasi autobiografico di Susan Musgrave, splendidamente tradotto da Giuseppe Iacobaci per Meridiano Zero*. Musgrave - nata nel 1951 in California, ma cresciuta a Vancouver -è definita l'enfante terrible della letteratura canadese. Lei dice che il suo elemento «è il vento: più soffia e meglio sto» (come si legge in una recente intervista). I benpensanti le rimproverano una certa propensione per i tipi criminali - il suo attuale consorte sta scontando una lunga pena per una rapina a una banca. I media parlano sempre più della «poetessa e il bandito», forse non sapendo di ricorrere a uno schema antichissimo, un vero e proprio archetipo che attraversa le più diverse culture. A ogni angolo del mondo: dal sertao del Brasile, che negli anni Trenta vide l'amore di Maria Bonita per il re dei fuorilegge Lampiao, alle foreste dell'India, teatro negli anni Settanta delle imprese di Phoolan Devi, la donna che ha combattuto - fucile alla mano - contro il sistema delle caste. Sarebbe facile ridurre tutto a un romanticismo di maniera affascinato dalla delinquenza. Le pagine di Susan Musgrave mostrano invece il volto crudele delle stesse istituzioni depurate a reprimere il crimine. Così parla la protagonista del libro dal braccio della morte: «Dopo averla osservata da tutti i punti di vista, sono giunta alla conclusione che la pena capitale è un sintomo della confusione che regna nella nostra società. Non è più efficace nello scoraggiare il crimine di quanto non lo fossero i sacrifici aztechi nell'assicurare che il sole continuasse a brillare nel cielo».
Giulio Giorello,
dal settimanale "Grazia"


*WOW!, NdY ;-)...
...ma lo sapete quanto è raro per un traduttore anche semplicemente essere citato in una recensione? (mentre il prezzo e il numero di pagine non mancano mai...)


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Susan Musgrave afferma che uno scrittore deve proporre fatti estremi, e lei, poetessa e criminale, sembra sottointendere la grande forza delle esperienze personali per poter trasportare in letteratura una forma di tragicita' altrimenti inafferrabile. Se pensiamo alla categoria degli "scrittori maledetti", spesso banalizzata dai troppi aspiranti montati dagli editor, e a scrittori come George Orwell (combattente e vagabondo) e Derek Raymond, e' evidente la fisicita' dell'esperienza estrema, e come questa ricada violentemente nella visione del mondo che esprimono i protagonisti delle loro storie. Susan Musgrave dichiara che la scrittura l'ha salvata dalla prigione e dal suicidio, e la sua intensa carriera letteraria e' stata costantementte affiancata da un'esistenza vissuta a contatto con il lato oscuro della societa'. Un marito narcotrafficante e un altro celebre rapinatore fanno di lei molto di piu' di un'attenta osservatrice del mondo criminale, cosi' diffusamnete descritto dagli autori noir. Cargo di orchidee e' una storia pesante e al limite del delirio, dai tratti talvolta grotteschi; un cinico flashback di una donna rinchiusa nel braccio della morte, in attesa dell'iniezione letale, accusata di aver ucciso il proprio figlio. Nonostante una tale premessa, la capacita' letteraria di Susan Musgrave e' tale da governare una tragicita' assoluta come questa e imporre un'inquietante serenita'. Il dominio delle parole e' totale, nonostante la drammaticita' dei fatti raccontati avrebbe consentito una dittatura della vicenda, come spesso accade nei libri di questi ultimi anni che trovano un successo proprio nel racconto dell'indicibile. Il perverso umorismo, sicuramente vicino ad alcune scritture dei fratelli Coen, e' il segno della cura con cui la poetessa si rivolge al romanzo, un interesse non solo formale ma evidentemente politico. Un impegno non facile quello di dar voce, senza retorica o pieta', alle persone sotterrate nelle carceri.
Domenico Gallo
da "Pulp" n.57, settembre-ottobre 2005

2 commenti:

Anonimo ha detto...

Yako, post fluviali ma inducono alla curiosità. Prometto di ritagliare un attimo di tempo redazionale per commentare!

Barbazza

Anonimo ha detto...
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