martedì 26 aprile 2005
Suzanne*
"While Suzanne holds the mirror
And you want to travel with her
And you want to travel blind
And you know that you can trust her
For she's touched your perfect body with her mind..."
Non si chiama Suzanne, ma Susan. Però è canadese come Cohen, ed è una delle più grandi scrittrici viventi, così dice Marco, il mio editore.
Lo so, lo so, tutti gli editori lo dicono di ogni autore, così ti sentirai uno schifo da subito e dovrai lavorare come un caino e fare del tuo meglio, combattere i sensi di colpa per tutto quel che distruggerai zappando tra i solchi del testo e contare una per una le amare lacrime che piangerai sulla terra dopo aver seminato i tuoi chicchi, prima di veder fiorire il tuo lavoro.
Vi parrà strano, ma questo libro mi ha fatto piangere per davvero. No, mento: magari ci fossi riuscito. Avrei tanto voluto piangere. Avrei voluto battere i pugni sul muro, arrabbiarmi come un pazzo (e a pensarci bene, quest'ultima cosa, no, le ultime due, l'ho fatta davvero). Ma di certo mi ha regalato alcuni dei momenti più belli che il mio lavoro possa offrire, mi ha fatto toccare con mano la bellezza, e provare l'emozione di esserne, brevemente, parte. Per questo posso confermarvelo senza dubbio di smentita: Susan Musgrave è una grandissima scrittrice davvero, una delle più grandi che io abbia mai letto. Se non avete paura di tuffarvi negli abissi più profondi del vostro dolore, se non avete paura di ridere delle cose più inconfessabili e cupe, beh, un tuffo in questo romanzo dovete proprio darlo. In un'epoca come la nostra, in cui si dà del capolavoro a un libro su due, bisogna andarci cauti, lo so. Ma fidatevi di uno che ci ha trascorso su i mesi (e non vi dico quanti) più devastanti della sua giovane carriera.
Che sventura: a me doveva capitare, questa meraviglia. Dovete sapere che io sono un tipo strano. Non so barare. Anzi, non so neppure essere onesto in maniera furba o sicura o semplicemente decisa, convinta. Non sono capace di mettermi davanti a un libro, e -hop!- cominciare a lavorare. Devo fargli la corte, osservarlo, girargli intorno e innamorarmene come si deve, ed è un percorso doloroso, che richiede tempo, fatica, concentrazione, volontà. Giornate intere a guardare il muro della stanza da letto, immaginando le parole che nel computer di là fanno amicizia, s'incontrano, si gettano in furiosi amplessi, si riproducono a mia insaputa mentre io esploro gli abissi della muta paranoia. Docce. Svegliati, devi lavorare. DEVI lavorare. A volte è un percorso d'odio, perché certi libri, più li guardi e più ti stanno sulle palle. Vorresti andare personalmente dall'autore e picchiarlo per le sciocchezze che ha scritto, e per come le ha scritte. (Chi traduce non conosce mezzi termini. Non può mollare un libro a metà, non può esplorarlo distrattamente. Ragazzi, capitemi: tradurre non è un pomeriggio in un salotto buono; gran parte delle volte è un lungo, estenuante incontro di sumo). Altre, magiche, volte, resti lì come uno scemo, attonito, cotto, impotente e carico di fiducia, e capisci che devi superare te stesso, diventare più puro, più bravo, fare piroette, blandire con i fiori, ammansire con le carezze, pretendere e battere i pugni, stringere i polsi e sentirti in colpa perché non era così, non era così che doveva funzionare. E insistere perché funzioni lo stesso. Un libro a volte è un amore non corrisposto, riottoso e recalcitrante, e devi implorarlo, impazzire, chiedere perché. Una persona sensata se ne andrebbe via, anziché rovinarsi la vita. Ma noi traduttori non siamo gente normale. Ed ecco, Cargo di Orchidee era, è un romanzo così. Ecco perché alla fine di questo lavoro snervante, prostrante, frustrante, mi sento davvero felice e confuso, e NON viceversa. Perché, finita la lunga gestazione, è in stampa, in questo momento, mentre scrivo. E già mi manca, e vorrei lavorarci su un altro po', rileggerlo compiaciuto, limare e lucidare ancora, anche se so che non ce n'è più bisogno.
E adesso, cosa farà, tutto solo nel mondo? Qualcuno lo degnerà di uno sguardo?
O non sono forse io, adesso, a sentirmi solo?
*Leonard Cohen
Il libro è ''Cargo di Orchidee'' di Susan Musgrave, Meridiano Zero. Ve ne parlerò ancora.
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1 commento:
è una sensazione così bella! io ho pianto traducendo NO GREAT MISCHIEF di Alistair MacLeod (canadese!), e mi è venuta una grande nostalgia di "essere" un personaggio, che tra l'altro era un nonno, dunque maschio e vecchio
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