martedì 24 agosto 2004

Information Overload*

Parole, parole, parole che non verranno mai lette.
Molti hanno un libro nel cassetto, sono sempre meno quelli che ne tengono uno sul comodino. Anche tu non riesci più a finire un libro? Anche tu cambi continuamente canale alla tv? Anche tu sei sempre a caccia di nuova musica, e ne hai tanta da non sapere quando ascoltarla?
Sono quattro miliardi e mezzo gli alfabetizzati del mondo, un centinaio di milioni di questi parlano in italiano. Fra questi un decimo adopera il computer. E tra questi, se ci sei, ci sei tu.Ecco lo spirito del blog. Nella vita reale ognuno di noi ha una famiglia, un nucleo di amici, di conoscenti, un lavoro. Nella rete invece siamo tutti naufraghi, ognuno con un messaggio in bottiglia e l'illusione di poter un giorno raggiungere qualcuno con le nostre parole. E, come nella famosa canzone dei Police, ci risvegliamo un giorno nella nostra isoletta per scoprire che la superficie del mare è tempestata di bottiglie, tutte uguali alla nostra.È un'ironica contraddizione, a pensarci bene: la tecnologia ci ha spalancato le porte dell'informazione, ci ha permesso di diffondere le nostre idee a tutto il mondo, ma non ci ha avvicinato di un solo millimetro. Una rete mondiale di solitudini può non bastare a metter su un solo legame decente. La vita reale, con la sua follia e le sue contraddizioni, con la pelle e il sudore, ha ancora, ha sempre, il sopravvento, per fortuna. Ma quando mi connetto alla rete, se ho un attimo per pensare, mi sento sperduto. Avrei voglia di cercare, ma non so cosa. C'è troppo.Ecco, allora: scrivo, anch'io scrivo. Mi unirò all'onda delle idee, alla risacca dei pensieri, diventerò una goccia nel mare del web, mi annullerò nel nirvana digitale. Perché scrivere un blog non vuol dire cercare il proprio quarto d'ora di fama, ma l'esatto contrario. Un blog è uno spazio pubblico intimo, un sussurro in mezzo al rumore assordante di tutti i modem del mondo, che non si spengono mai, non si spengono mai, non si spengono mai. Unirsi al brusio soffocante di questa tempesta digitale, non per apparire, non per esplodere come un fuoco d'artificio, ma per ammettere la propria natura di minuscolo granellino di sabbia eterno e invisibile. Il paradosso assoluto è questo: scrivere una sorta di diario personale (è questo un blog?) e metterlo in rete con la certezza assoluta che a custodirlo sarà non un chiavistello o un sistema d'allarme, ma la violenza schiacciante della spazzatura mediatica, il sovraccarico d'informazione, la follia del tropppo e tropppppo in frrrretta. Custodirlo da cosa, il diario? Ma dal sovraccarico stesso, dalla stessa fretta. Perché l'unico vero desiderio di ognuno di noi, quello che muove ogni nostra azione, è quello di venir cercati, e trovati. Perciò, se ci sei, se mi hai letto, se mi leggerai, solo per questo io ti dico grazie. Grazie di esserci, e di avermi trovato. Ritorna, se puoi. Sarò più breve, e meno retorico, lo prometto.
Se sei capitato qui per caso, se hai tempo e pazienza, benvenuto. Se sei solo di passaggio, beh, add... ma non ci sei già più.

*Living Colour

Nessun commento: