Avevo cinque o sei anni, ricordo che mia madre mi mandava a messa alla piccola parrocchia di San Francesco con le mie sorelle. Arrivavamo sempre in ritardo e ci toccava di assistere alla messa all'impiedi, in fondo alla sala. Stare in piedi aggiungeva tortura alla tortura, la stanchezza e il formicolio ai piedi e quel rituale sempre uguale, il tempo che non passava mai, anche se toglieva l'imbarazzo di ricordare quando alzarsi in piedi, quando mettersi a sedere, quando stare in ginocchio. C'era però una parte che mi piaceva, ed erano le letture. Mi piaceva quella figura di Gesù, così intelligente e fuori dalle righe, che faceva amicizia con le donne del malaffare e i lebbrosi, che giocava con i bambini e scacciava i mercanti dal tempio e non si preoccupava di strappare l'erba di sabato se era necessario per passare. Tutti intorno a lui sembravano seguire alla lettera i dettami della bibbia senza coglierne il senso vero. Gesù invece capiva tutto e lo sapeva spiegare, era scioccante nella sua linearità, faceva tutto semplice, diceva "ama il prossimo tuo come te stesso", ed era tutto lì. E poi spiegava tutto a via di parabole. Mi piacevano decisamente più quelle dei miracoli. Ma anche quando faceva i miracoli, li faceva con nonchalance da vera divinità che non ha nulla da dimostrare, mica con effetti speciali da "I dieci comandamenti"; la sua era una semplicità, un'umiltà che era uno schiaffo in faccia alla sua stessa condizione divina, e che veniva fuori dalle pagine ruvida e scioccante come fosse stata appena vista e raccontata; la vista al cieco gliela ridava con una semplice lavata agli occhi, al morto diceva, "alzati e cammina". Ero un bambino e non mancavo di notare come il fariseo e il pubblicano fossero proprio lì, accanto a me nella navata. L'ho già raccontato, vedevo le signore impellicciate battersi il petto durante l'atto di dolore, e anche se ero solo un bimbo coglievo la piega di disprezzo nelle loro labbra. Non è che fossi speciale, è che i bambini capiscono tutto, si annoiano quando gli adulti si fermano a fare convenevoli e li tirano via: smettila con queste smancerie fasulle, sembrano dire, si è capito che non te ne frega niente di parlare con questa persona; su, andiamo via, papà: mi annoio! I bambini vanno al sodo.
Oggi ho visto in tv un sedicente cristiano che parlava degli omosessuali; li paragonava alle coppie "normali", e utilizzava questo aggettivo, "normale" con grande disinvoltura, come se la normalità fosse stata qualcosa di oggettivo, come se al mondo esistesse poi qualcosa di oggettivo e di normale. Io vorrei che si fosse visto, dentro a quel teleschermo, in quel momento, la tensione e il fastidio che gli sprizzavano da tutti i pori, il desiderio di annullare quel che non riusciva a concepire. A me, che pure non capisco cosa voglia dire l'aggettivo "normale", lui tanto normale non sembrava. Di certo mi sembrava poco cristiano. Faticavo, semplicemente, a vederlo nel ruolo di chi lava i piedi alla peccatrice, di chi allontana l'adultera dicendo "chi è senza peccato scagli la prima pietra". Mi chiedo sempre, quando leggo dei cattolici della Bible Belt americana che credono così tanto nel potere risolutivo della pena di morte, che credono nella legge del taglione, nell'assassinio degli assassini, cosa sia rimasto del cristianesimo. Me lo chiedo ogni volta che vedo la faccia del papa o che lo sento parlare. Cosa rimane di Gesù Cristo nella chiesa moderna? Nella stragrande maggioranza dei casi, solo dei rituali da farisei, temo, quel battersi il petto per poi andare in giro per il mondo da intolleranti portatori di una verità unica e sola e indiscutibile. Ecco, cosa non era normale: quell'uomo solo era un'armatura cattolica, priva della polpa umana e senziente. Ma anche tra quei cristiani che professano la tolleranza (altra parola orrenda), non è che sia rimasta grande traccia delle parole di quel tizio vissuto (o inventato, poco importa, perché in quell'invenzione ci sarebbe comunque dietro un genio dell'umanità e della comunicazione) duemila anni fa.
Il problema del rapporto tra gli omosessuali e il resto della popolazione, a mio avviso, è che non riusciamo a rispecchiarci in loro (forse per paura che la loro diversità sia un po' la nostra? che il branco dei normali nel quale cerchiamo di infilarci sin dalle scuole medie per paura della nostra unicità, possa in qualche modo non riconoscerci più, dopo esserci specchiati in quell'immagine?), non riusciamo a toglierci dalla testa le barzellette e i film con Bombolo, non riusciamo, diciamolo chiaro, a non infilarci nel letto di questa gente. Non riusciamo a dire "omosessuale", "gay", "lesbica", "trans" senza pensare al sesso. Non riusciamo a proiettarli nella quotidianità, nel vivere di ogni giorno, in quel che facciamo tutti noi.
Quando dico a qualcuno che uno dei brani della mia piccola band si chiama "Lesbian", ad esempio, percepisco puntualmente un subitaneo moto di curiosità, un'aspettativa distorta; molti immaginano che la canzone racconti di temi scabrosi, di sesso droga e cha cha cha; che si tratti di una canzone in qualche modo (un modo furbetto, suppongo) provocatoria, o nel migliore dei casi che si tratti di un inno in favore della causa omosessuale. Mah. Sarò strano ma per me la parola "lesbica" è una parola, beh, una parola "normale", che non mi evoca nulla di particolare.
Come ho detto in un'intervista a una radio universitaria, quel brano parla di tutt'altro, e io se penso "lesbian" quel che vedo sono due donne che la mattina prendono il caffè, si danno un bacio e vanno in ufficio, cose così. Credo di non essere il solo, credo che per molti l'immagine dell'omosessualità cominci finalmente ad essere questa, ma è solo l'inizio di un percorso culturale molto lungo e complesso; solo da pochi anni (appena un paio) parliamo serenamente della vita e dei diritti di gay e lesbiche, riferendoci a loro come a delle persone e ai loro sentimenti; solo adesso le pavide fiction "formato famiglia" mostrano tranquillamente uomini che amano gli uomini; sì, abbiamo appena cominciato un percorso culturale che ci porterà, si spera presto, lontano dai letti, dal sesso, dalla vita intima di queste gente.
Ma tocca anche a noi etero, e soprattutto a noi che ci definiamo "cristiani", cominciare a chiederci, tanto per cominciare, come la penserebbe Cristo in merito a certe questioni; ci penso spesso, sarei curioso di sapere cosa ne penserebbe dei gay, come delle guerre di religione, dell'accanimento terapeutico, della pena di morte. Le risposte a queste semplici domande forse sono tra le righe stesse del Vangelo, e se solo sapessimo leggerle, nella loro ovvietà, potrebbero lasciarci di stucco.
*Motorpsycho
1 commento:
Solo adesso ho scoperto questo tuo blog... Grazie. E' sempre rinfrescante leggerti.
E mi paleso (poco, nascostamente) nel post che forse più mi tira in ballo. Bello riverificare che lo sguardo dei bambini è quello che meglio sa andare al nocciolo delle cose.
Rassegnati, sei entrato nei preferiti :-)
Mal'ak l'TaNaK
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